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Full text of "Venturini Domenico Dante Alighieri e Benito Mussolini"

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PUBBLICAZIONI D’OPERE PER L’INCREMENTO DELLA LETTERATURA FASCISTA 


DOMENICO VENTURINI 


DANTE ALIGHIERI 

E 

BENITO MUSSOLINI 

CON PREFAZIONE 

di AMILCARE ROSSI (medaglia d'oro) 


Seconda edizione ampliata e corretta 
X migliaio 



La pace universale é la mi¬ 
gliore delle cose che sono ordi¬ 
nale alla nostra felicità. 

(dante) 


ROMA 

Casa Editrice « Nuova Italia » 




Proprietà letteraria della Casa Editrice 
NUOVA ITALIA DI ROMA 

I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati 
tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda. 



PREFAZIONE 


Più e più volte , in questi primi anni delVEra 
Fascista, in orazioni ed articoli , si è accennato , al 
parallelo storico tra il Dnx vaticinato dalVAlighieri 
e Benito Mussolini. Ma questi raffronti storici hanno 
avuto generalmente sapore di improvvisazioni reto¬ 
riche e pochi hanno sentito la passione critica , unita 
alla fede di una convinzione esegetica di approfon- 
dire , con amore ed intelligenza , il rapporto ideale ed 
etico tra le due grandi figure : una delle quali ha 
campeggiato nella concezione politica della « Comme¬ 
dia » mentre Valtra, a vaticinio compiuto , informa di 
sè e della sua opera il presente momento storico in 
Italia e fuori. 

Domenico Venturini ha voluto e saputo mira¬ 
bilmente colmare questa lacuna della nostra moderna 
bibliografia con coscienza di erudito, eleganza di let¬ 
terato , e , quel che più conia , con entusiasmo di fa¬ 
scista. Il suo volume ha un valore d'Italianità oltre che 
di storia e di letteratura e gode il privilegio di otte¬ 
nere un duplice nobilissimo intento : volgarizzare 
sempre più e sempre meglio Vopera Dantesca specie 
nel suo significato anagogico , riportare il profilo po- 



- fi - 

litico di Mussolini in quella cornice ed in quello sfondo 
che la nostra generazione per un effetto dì immedia¬ 
tezza ottica, non pud concepire , ma che la Storia e 
gli Eventi gli riserbano. 

AMILCARE ROSSI 
Presidente 

deli'Associazione Nazionale Combattenti 
Camitato Nazionale. 



IL PRIMATO DELL’ITALIA NELLE SCIENZE 
E NELLE LETTERE MERCE LA ORIGINALITÀ 
E INCOMPARABILE ECCELLENZA DELLA 

DIVINA COMMEDIA 


Omero, Virgilio, Lucano, il Tasso, ['Ariosto ed altri sommi 
poeti tingendo le azioni de' loro eroi fecero teatro de’ can¬ 
tati avvenimenti le terre, i dumi, e i mari e le loro più o 
meno recondite dipendenze, cose tutte giustificate dalla geo- 
gralica esattezza, che ciascun può o co’ propri occhi esa¬ 
minare, se sono visibili, o per induzione supporre se sono 
invisibili. Così inoltre per la costruzione de’ loro poemi tro¬ 
varono un idioma già stabilito e raffinato dalle succedutesi 
modificazioni per un progressivo miglioramento, che più se¬ 
coli v'introdussero. 

Ma il concetto di limite Alighieri nella Divina Commedia 
ordinava l'architettura di tre mondi spirituali, architettura 
che tutta era sua creazione, e in questi tre mondi sviluppò 
la sua magnifica epopea che si termina in 

« ... Colui che volse il sesto 

<« allo stremo del mondo,, e dentro ad esso 

« distinse tanto occulto e manifesto ; 

così come si dice nel \IX del Paradiso. Questo immenso con¬ 
cetto poi per essere convenientemente significato per verba , 
secondo la frase dantesca, creava un nuovo linguaggio, l’ita¬ 
lico, e davagli norme stabili, dalle quali le. future età non 
si dovevano dipartire. Ora dico io: Qual altra originalità 
può venire a comparazione con quella di Dante? Per fermo 
nessuna. 

Se poi riguardisi la varietà delle invenzioni nelle cose 
rappresentate, il poema di Dante ne offre tale complesso che 
di gran lunga sorpassa ogni possibile immaginazione. 

Più, se a questi pregi di singolarità meravigliosa si ag¬ 
giunga quel vastissimo cumulo di scientifici tesori che d’ogni 



— 8 — 


maniera si ammirano nella Divina Commedia , dobbiamo con¬ 
fessare che mente umana non seppe mai, nè mai saprà con¬ 
cepire, nè con maggior potenza attuare un lavoro cosi pre¬ 
zioso e così egregiamente esposto in tutte le sue parti. 

E se trovassi alcuno che mi voglia accusare di esagera¬ 
zione, io lo rimando al giudizio di celebratissimi stranieri, 
glorie di una nazione gelosa propugnatrice delia superiorità 
de’ propri vanti, anche in ciò che concerne eccellenza d’in¬ 
cremento letterario. 

« Dante, così scrive Chateaubriand, non trovò nulla, ve- 
« nendo al mondo. La società latina spirata avea dato in 
« retaggio una lingua bella, ma d’una bellezza morta, lingua 
« inutile all’uso comune, dato che non esprimeva più il ca- 
« rattere, le idee i costumi e i bisogni della vita. I.a neees- 
« sità d’intendersi avea fatto nascere un linguaggio volgare 
« al di quà e al di là delle Alpi meridionali e su i versanti 
« dei Pirenei orientali. Dante adottò questo linguaggio che i 
« dotti e i potenti sdegnavano di riconoscere . Egli lo trovò 
« vagabondo nelle sponde di Firenze, nutrito alla ventura da 
« un popolo ch’era nella sua più robusta adolescenza. Egli 
« comunicò a questo Figlio scelto da lui, la sua virilità, la 
« sua semplicità, la sua indipendenza, la sua nobiltà, la sua 
« tristezza, la sua santa sublimità, la sua grazia selvaggia. 

« Dante trasse dal nulla la parola, diede la vita al verbo del 
«suo genio, fabbricò egli stesso la lira, da cui dove» rica- 
« vare si bei suoni, non altrimenti che quelli astronomi che 
« inventarono gli strumenti per misurare i cieli. 

« La lingua Italiana, lingua divina, e la Divina Cornine- 
u dia nacquero ad un tempo dal suo cervello, ed in pari 
« tempo egli dotò la razza umana di una lingua ammirabile 
« e di un poema immortale. Dante è una cometa solitaria 
« che attraversò le costellazioni del cielo antico, girò ai piedi 
«di Dio, e a guisa di tuono, disse: Eccomi»! 

E’ un francese, una delle più insigni celebrità scienti¬ 
fiche e letterarie della Francia, quei che parla così. 

Ma vuole essere inteso anche un altro della stessa na¬ 
zione, il quale si acquistò rinomanza di profondo pensatore. 
Egli è Lamennais, che, dopo avere a parte a parte consi¬ 
derato le inarrivabili bellezze della Divina Commedia, con¬ 
clude che la poesia di Dante, « sobria di parole, concisa, ner- 
«vosa, rapida e insiememente ridondante di prodigiosa ric- 
«chezza, si trasforma tre volte per dipingere Ire mondi, ai 



— 9 


« quali fa capo, secondo la lede cristiana, quello in cui abita 
« l'uomo nel corso della sua presente vita. E' tetra, terribile 
« allorché descrive il regno tenebroso, la città della perduta 
« gente e dell’eterno dolore, colà dove poi si espiano le colpe 
« leggere o si richiudono le piaghe sanabili, ella è impron- 
« tata di dolce tristezza, e sembra in quelle regioni riilet- 
» tere i molli splendori del giorno prossimo al tramonto, 
« indi, subitamente levandosi, d’uno in altro cielo, traver- 
« snudo le orbite dei soli iimmnerabili, si riveste d’una luce 
« sempre più fulgida, s’inlìamma d’un ardore sempre più puro 
« (ino a che al di là degli ultimi confini dello spazio si perde 
« per entro allo stesso Lume essenziale, per entro all'amore 
«< increato. Ma incarnando nella sua sublime poesia questi 
« mondi invisibili, Dante vi seppe innestare gli avvenimenti 
« reali e le passioni degli uomini. E li dipinge a larghi tratti, 
« e spesso con una parola, con una di quelle parole potenti, 
« clic rimbombano nel fondo del cuore e vi risvegliano tutti 
« gli echi. .Nel suo poema trovi ora grida spaventevoli, ora 
« lugubri silenzi. Gli acri vapori dei delitto, dell’odio ostinato, 
« dell’atroce vendetta, vi sono frammisti ai più soavi profumi 
« della tenerezza, della innocenza, de’ santi affetti e del ce¬ 
ti leste amore. Con una specie di magica evocazione egli espri- 
« me meno i sentimenti che non li susciti, ed allora quando, 
« pieno de’ suoi profondi pensieri, trasportato dalla tempesta 
« che stride attorno a lui lo si crederebbe separato del tutto 
« dalla natura, ecco che d’improvviso abbracciandola con uno 
« sguardo, egli con la sua parola flessibile, e breve, ricca di 
« rilievi e di colori, riproduce i più incantevoli aspetti, le 
« più delicate pitture, le più fuggevoli circostanze ». 

tritine ricorderemo il Koutine che fortemente meravigliato 
della potenza intellettuale dell’Alighieri, scrive: «Dante è 
« l’uomo centro del mondo, che rappresenta e riassume in sè 
« in equilibrio perfetto le facoltà immaginarie, intellettuali nel 
« loro grado più eccelso! » 

Ora chi è che dalla verità di (preste immagini ritraenti 
in iscorcio, e per sommi capi, la divinità de! sacro poema, 
non sia scosso in ogni sua fibra, non senta infìammarglisi la 
mente e il cuore da concitato ardentissimo trasporto di me¬ 
raviglia e di venerazione verso quel potentissimo intelletto 
creatore di tanti portenti? AlTItalia basta Dante per essere 
nel pienissimo diritto a menai' vanto di soprastare a tutte le 



— 10 — 


più colie nazioni antiche e moderne come maestra di subli¬ 
mità scientitìca e letteraria. La «piale gloria non le negano 
insigni scrittori inglesi e alemanni, i «piali tutti sono d’ac¬ 
cordo nello ammettere che l’Italia, merci 1 della prodigiosa 
intellettuale potenza di Dante, ha preceduto di più secoli l’aitre 
nazioni nella stpùsìtezza del gusto letterario die tutte le 
scienze in sè comprende e le belle arti ingentilisce, poiché 
ove anche in sè non le comprendesse, è indivisibile compa¬ 
gno delle scienze e delle belle arti, purché non si revochi in 
dubbio, come Cicerone nota nella orazione per Aulo Licinio 
Ardua, che omnes artes, quae ad humanitutem pertinente 
Imbent quoddam commune vinculum , et quasi coynatione (lau¬ 
dani inter se continenlur. 

Gli stranieri concordemente ammettono «pieslo, perché 
non possono impugnarlo. .Nessuna nazione può vantare un 
suo aulore certamente insigne che almeno di due secoli non 
sia posteriore all’autore della Divina Commedia. Ve ne ha 
poi di quelle che dopo tre ed anche quattro secoli comin¬ 
ciarono ad averne alcuno da esse tenuto in particolare esti¬ 
mazione. 

Nè ciò per anche è tutto. Fra gli autori, che così sero- 
tinamente illustrarono la letteratura «Ielle loro nazioni, chi 
è che abbia data un’opera la quale valga ad emulare i melili 
delia Divina Commedia? Nessuno; poiché secondo che l'illu¬ 
stre Shelley scriveva al suo amico Byron: « La Divina Com¬ 
media è produzione superiore ad ot/ni possibile componi¬ 
mento ». 

Ed invero, quanto alla struttura generale del sacro poe¬ 
ma, essa è tale che mente umana non può immaginare altra 
di uguale magnificenza. Quanto poi alla bontà «le’ concetti, 
sonovi frequentissimi quelli, che, come insegna Longino, co¬ 
stituiscono ciò ch’è veramente meraviglioso, anzi il meravi¬ 
glioso, che è in Dante, supera di gran lunga «piello, di cui 
pur contentavasi Longino, il che può vedersi dagli esempi 
ch’egli riporta nella sua eccellentissima opera su «pieslo ar¬ 
gomento. 

Che diremo poi delia esterna bellezza? La Divina Com¬ 
media è un continuo collegamento d’ipotiposl, è sempre una 
vivacissima pittura che parla alle orecchie, così come la Tra¬ 
sfigurazione di Raffaele e il Giudizio universale di Michelan¬ 
gelo sono poesie che parlano agli occhi. Nè basta; il suono 
stesso delle parole è assai sovente una immagine eloquenti*- 



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sima, e se a ludo ciò si volesse aggiungere il corredo delle 
similitudini, nessuno degli antichi e de' moderni n’è lauto 
ricco quanto Dante. 

Lo studio adunque della Divina Commedia è il più va¬ 
lido mezzo a richiamare sul retto sentiero coloro che dis¬ 
sennatamente si affaticano con le loro scritture a vilipendere 
la bontà e la bellezza della italiana letteratura. Gelosi cu¬ 
stodi del nostro patrimonio letterario, salviamo dalla invadi- 
triee corruzione questa antica nostra gloria, ed il mezzo mi¬ 
gliore a riuscire a ciò dev’essere Io studio della Divina Com - 
media , studio che deve raggiungere largo incremento a van¬ 
taggio specialmente di coloro che in età giovanile sono cre¬ 
scente speranza della patria, la quale da essi aspella am¬ 
pliamento di civiltà e di dottrina. 

ur non posso pretermettere di ricordare che il ridesta- 
rnento degli studi danteschi debba venire da una nazione stra¬ 
niera, cioè dalla Francia, come primieramente ci venne dalla 
Germania. Non ha guari che alla Sorbona s’iniziò una impor¬ 
tante serie di conferenze dantesche, che concernono argo¬ 
menti importanti, tra le quali quelle intitolate: Dante e il 
pernierò moderno, — Le idee politiche di Dante. Questo ri¬ 
sveglio di studi danteschi è stato promosso dalla l mone Intel¬ 
lettuale franco-italiana. 

K* un fatto innegabile che in ogni secolo la Divina Com¬ 
media ha interessalo le culte nazioni d’Europa. 

Il sacro poema sin dal 1400 fu tradotto in lingua francese; 
nel l'ilo ne troviamo una traduzione in lingua spagnuola fatta 
da Ferdinando Villegas. Anche l’Inghilterra ebbe i suoi cultori 
di letteratura dantesca. Nel secolo XIV Ohàncer parla di Dante 
ne’ suoi Conterbury Tales. Ma dove gli studi danteschi ebbero 
maggiore incremento fu in Germania : Schelling, Schlegel, 
Witte, Kraus, Kelsen e moltissimi altri, apportarono notevoli 
contributi «alla letteratura dantesca. 




DANTE CREATORE E STRENUISSIMO 
DIFENSORE DELLA LINGUA ITALIANA 


Dante che voleva una nazione (dice il Foscolo) volle fon¬ 
dare in anticipazione una lingua nazionale. 

Duella, che parlavasi e scrivevasi al suo tempo, era un 
miscuglio informe di varii dialetti. Ora egli valendosi degli 
elementi, che gli presentava la lingua parlata, come avverte 
il Fraticelli, che compendia le dichiarazioni fatte dallo stesso 
Dante nel Convivio e nel Volgare eloquio , scegliendone le voci 
migliori, e dando loro e forma e regole, concepì l’idea di sta¬ 
bilire un idioma accomodato a tutte le parti d’Italia, come 
organo generale della manifestazione di pensieri degli Ita¬ 
liani. Egli fu il primo che siffatta idea svolse con accuratis¬ 
simo discernimento e sempre vie meglio afforzò con indomita 
perseveranza, recandola in atto precipuamente nella Divina 
Commedia. 

Dante considerò, come egli ci dice nel Capitolo X del 
11° Libro del Vvlgare Eloquio , che ne’ due Iati d’Italia, cioè 
al di qua e al di là dell'Appennino, le lingue degli uomini 
erano varie. 


I Siciliani diversificavano dai Pugliesi, i Pugliesi dai Do¬ 
mani, i Romani dagli Spoletani, gli Spoletani (lai Toscani, i 
Toscani dai Genovesi, i Genovesi dai Sardi: e similmente i 
Calabresi dagli Anconitani, gli Emiliani dai Romagnoli, i Ro¬ 
magnoli dai Lombardi, i Lombardi dai Trivigiani e Veneziani, 
i Trivigiani e Veneziani dai Friulani, i Friulani dagli Istriani. 

Onde l’Italia appariva da non meno di quattordici volgari 
esser variata, ciascuno dei quali ancora in sè stesso si variava, 
come in Toscana i Senesi e gli Aretini, in Lombardia i Fer¬ 
raresi e i Piacentini; e parimenti in una istessa città l’infa¬ 
ticabile creatore della lingua italiana trovò essere qualche 
variazione di parlare. 

II per che volendosi calcolare le prime, le seconde e le 
sottoseconde variazioni del volgare d’Italia, ne conseguitava 
che in questo minimo cantone del mondo, si venisse non so- 



— 14 — 


lamente a mille variazioni di loquela, ma ancora a molle più. 
Quaproptér si primas, et sccundarias et subsecundarias vid- 
garis llaliae variationes calcinare velimus, in hoc miniino 
mundi angulo non salimi ad mdlenam loquelae variaiioncm 
venire contigerii , sed etiam ad magia ultra. 

Or che mai Dante vedeva innanzi a sé, mentre accinge- 
vasi a dotai 1 l'Italia di un linguaggio, che uscito dalla cor¬ 
ruzione del latino doveva di questo emulare e talvolta su¬ 
perare la vivacità, la robustezza, la concisione, lo splendore, 
['armonia? Che mai vedeva? 

. Hudis, indigestaque moles , 

nec quicquam, nisi pondus iners , congeslaque codem 
non bene junctarum discordia semina renna. 

Ma tuttavia egli non sgomentavasi, nè ritraevasi dalla 
impresa di ordinare quella immensa e disordinatissima con¬ 
gerie, benché tutti i più distinti maestri di ledere del suo se¬ 
colo fermamente credessero esser ciò proponimento di teme¬ 
raria stoltezza, e appena faceva» grazia ai volgare della tale 
e tal altra italiana provincia che si potesse adoperare a com¬ 
porre versi d'amore e prose di romanzi . 

Dante, adunque, come osserva saviamente il Fraticelli, 
diede opera a purgare il volgare linguaggio dalle barbaro co¬ 
struzioni, dalle maniere e voci sconce e pedestri, e trovali 
nuovi modi, nuovi costrutti, nuove forme originali, lo rese 
e bello e ricco, con le gravi e peregrine sentenze lo vesti di 
dignità, con l’affetto e col sentimento lo fece caro ed accetto 
a chi pure lo dispregiava; e ben conoscendo che le sole cose 
agevolmente comprese possono trionfare sugli animi, mirò 
soprattutto alla proprietà e alla chiarezza ( Fraticelli : Disserl . 
salta Poes. idriche Cap. /.). 

Dante p**rò nel XIII canto del Paradiso considerava: 

Com’egli incontra che più volte piega 
l’opinion corrente in falsa parte, 
e poi l'affetlo lo intelletto lega. 

E trovò pure ostinati avversari che anche alle più inop¬ 
pugnabili prove non si arrendevano. A costoro sono pertanto 
indirizzate le giuste redarguizioni, che il creatore e difensore 




— 15 — 


ilei nuovo idioma scriveva nel capitolo M del 1 Libro del 
Convivio. Ecco alcuni brevi tratti delle sue parole: 

A perpetuale infamia e depressione detti malvagi uomud 
d'Italia, che commendano lo volgare altrui, e lo proprio di¬ 
spregiano, dico che la loro mossa viene da cinque abbomi- 
nevoli cagioni. La prima è cecità di discrezione, la seconda 
maliziala sensazione, la terza cupidità di vanagloria; la quarta 
argomento d'invidia; la quinta e l'ultima viltà d'animo, cioè 
pusillanimità. E dopo avere a parte a parte ragionato di que¬ 
sti cinque vizii odiosissimi, conchiude che questi cotali i quali 
addimostrano esserne infetti, sono gli abbominevoli cattivi 
d'Italia, che hanno a vile questo prezioso volgare , lo quale 
se è vile ài alcuna cosa , non è se non in guanto egli suona 
nella bocca meretrice di questi adulteri. 

Così l’animo libero, indipendente e veramente italiano di 
Dante coraggiosamente disprezzo que’ vieti letterarii pregiu¬ 
dizi!, e così mercè del suo profondissimo ingegno, apparve 
nel più limpido splendore il dolcissimo idioma, che doveva 
divenire il patrimonio nazionale di tutti coloro che nacquero 
nel bel Paese che Appennin parte, e il Mar circonda e l'Alpe. 
■ Pel l'arca). 

Quando leggi Dante, avverte il Perticali, li è forza il 
dire : costui vive una forte vita , ed è magnanimo e soprastà 
a lutto il secolo, ed anco talvolta la natura d'uomo. 

Dante, aggiunge il Parini, fu il primo che, trasferendo 
l'entusiasmo della libertà politica anche negli affari delle let¬ 
tere, osò scuotere il giogo della venerata latinità de ’ suoi 
tempi, e levare da terra il per altro timido volgare della sua 
città e condurlo di sbalzo a trattare in verso l'argomento più 
forle e più sublime, che a scrittore ed a poeta cristiano po¬ 
tesse convenirsi giammai. 

insomma, se Dante non pervenne ad estirpare que’ mille 
«* più dialetti, onde vediamo tuttora divisa l'Italia, e diamo 
allo straniero il miserando spettacolo che nel coniun conver¬ 
sare, non s’intendono sovente i nati in una medesima pro¬ 
vincia; se Dante, ripeto, non pervenne ad estirpare questa 
ignominia, seppe nondimeno imporre la sua lingua agli scrit¬ 
tori di tutte le parti d’Italia, introdurla nelle chiese, nelle 
scuole, nelle legislazioni, nei tribunali, negli uffici di pubbli- 
die amministrazioni, nelle epistolarie corrispondenze, e far 
sì che l’Italia avesse una lingua nazionale. 



— 16 


Quanto poi alla correzione dei dialetti, Dante avrebbe sa¬ 
puto fare ancor questo, s’egli avesse avuto il potere politico 
di stabilir obbligatorie norme affinchè dall’esempio costante 
dei pubblici funzionari di qualunque categoria, il popolo avesse 
a mano a mano appreso a smettere tante sconce locuzioni 
proprie di ciascun paese, ed usare un linguaggio uniforme, 
o. se non elegante, almeno intelligibile a tutti. 



TUTTA LA PRIMA CANTICA DELLA DIVINA 
COMMEDIA FU COMPOSTA IN LATINO E POI 
RIFATTA IN LINGUA ITALIANA 


Poiché l'acutissimo intelletto ili Dante immaginò l’opera 
die doveva dire di Beatrice quello che mai non fu detto da 
alcuno , dispose le singole parti architettoniche del suo poe¬ 
tico edificio, e si applicò alla costruzione di esso e si vuole, 
secondo che scrive i’Arrivabene nel Capitolo IV delle sue in¬ 
vestigazioni intorno agli umori di Dante e Beatrice , si vuole, 
ripeto, che fin dal 121IÌ la Divina Commedia avesse il suo 
principio; in qualunque modo però è certo che Dante ad essa 
pose mano prima ilei 1300. 

Ci verme tramandato dal Boccaccio che Gemma Donati 
spedì a Dante, ospite allora di Moroello, tra il 1306 e il J307, 
i primi sette canti della Divina Commedia. 

Di tale racconto il Bartolini sembra non volerne tenere 
soverchia considerazione, benché vi presti fede anche Benve¬ 
nuto da Imola. K tale diffidenza del Bartolini muove dal fatto 
che il racconto trae origine dal Boccaccio. Ma pur tuttavia 
persistendo il suo dubbio egli infine riporta le parole dello 
Zanetti: « La frase iniziale del canto ottavo: lo dico segui - 
« laudo , potrebbe almeno far sospettare che fosse avvenuta 
« realmente im’interruzione de! poema, e che il racconto del 
<i Boccaccio non fosse del tutto una fiaba ». 

Nè dissimile è il giudizio del Balbo nel capitolo quarto 
-del secondo Libro della Vita di Dante. 

lo dunque pensava che quei sette canti dell’Inferno spe¬ 
dili da Gemma all’esule marito fossero stati scritti in esametri 
latini, i primi ile’ quali sono ricordati dal Boccaccio, e nella 
lettera, che pretensesi diretta da Ilario priore del Monistero 
di Santa Croce del Corvo ad l’guccione della Faggiuola. Questi 
versi, evidentemente proemiali, sono i seguenti : 

ultima regna canam fluido contermina mondo, 
spiritibus quae lata patent, quae praemia solvunt 
prò meritis cuicumque suis. 


2 



— 18 


Alla autenticità della lettera ormai non crede più nes¬ 
suno. Si è anche sostenulo che i versi trascritti nella lettera 
non sono dell'Alighieri. Ma ciò nonostante sono porlato a rite¬ 
nere come cosa certissima che Dante componesse in esametri 
latini tutto rinferno, per la ragione che venne a mia contezza 
che nel Codice XIV del Banco I.XIl della biblioteca l.auren- 
ziana, il quale contiene parte del Commento di Francesco da 
Dilli, si leggono anche questi altri versi : 

iam<|iic domos Slygias, et tristia regna silentum 
destituens sublimisi agor, jam noctis ab imo 
carcere felices rediens extollor ad auras. 
viili ego diversis animarum tartara poenis 
in eidos disimela novem, lacrimosnque passim 
llumina, et horribilem jfei*rntis puriibus urbem; 
sii libi, somme Deus, nostrae spes ima salutis. 

K dunque chiaro che Dante prima dell’esilio aveva già 
composto interamente I Inferito in esametri latini, e che dopo 
la sentenza del suo esilio lo ricominciasse in volgare, con¬ 
servandone unicamente l'architettura e il primitivo generali- 
disegno. innestandovi parecchi di quelli episodi che ora vi 
si trovano, e che prima dell'esilio non avrebbero potuto avervi 
luogo. 

Fortunatissimo per la gloria d'Italia fu il divisamcnlo 
di scrivere la I He ino Commedia anzi in volgare che in Ialino, 
avendo perciò Dante mostrato, contro la comune opinione de' 
suoi tempi, che con esso polevansi nobilmente esporrò i più 
sublimi argomenti, meni re che allora era credulo adatto prin¬ 
cipalmente, anzi unicamente a cose d'amore, cosi come sem¬ 
bra che fosse di parere anche il Petrarca, che scrisse il poe¬ 
ma deli Africa in latino e per esso fu coronato in Campidoglio. 
Ala chi ora legge più quel poema? Anzi chi più ne avi-ebbi- 
«•.mitezza se non fosse del Petrarca, la cui fama vive immortale 
soltanto per ciò che egli scrisse in lingua italiana? 

K* pe?ò vero che anche in questa il Petrarca trattò no¬ 
bilissimi assai e diflìcili argomenti in parecchie sue canzoni 
e vi riuscì mirabilmente, anzi in guisa che finora fra i tanti 
illustri poeti ch'ebbe rifalla non vi è alcuno che abbia sa¬ 
puto non dico superarlo, ma in qualche modo agguagliarlo. 
Da ciò potrebbe credersi che, mentr’egli dava prova della no¬ 
biltà e vigoria delia lingua italiana dimostrandola capace ad 



— 19 


alti ed eroici argomenti, volesse col suo poema latino accor¬ 
darsi alla opinione del suo secolo, che anche dopo la com¬ 
parsa della Divina Commedia ostinavasi a parteggiare per 
l’idioma di Tullio e di Virgilio. 

Ma Dante prevedeva, quanto all’uso comune, il prossimo 
tramonto di questo sole, così come egli denominava la lingua 
latina, e vaticinava splendidissime le glorie di un altro soie, 
ch'era la lingua volgare. Nell'ultimo capitolo del primo trat¬ 
tato de Convivio egli a’ suoi frenetici oppositori con tutta si¬ 
curezza diceva : « Questo italico linguaggio sarà luce nuova 
« sole nuovo, il quale sorgerà ove l’usato tramonterà, e darà 
« luce a coloro che sono in tenebre e in oscurità per lo usato 
« sole che a loro non luce... ». 

E die veramente l’usato sole della lingua latina più non 
lucesse a quelli ancora, i quali, meglio che altri, n'erano am¬ 
miratori e propugnatori, ne abbiamo amplissime testimonianze 
nella storia, ond’ò che Dante punto non esagera dicendo che 
costoro, mentre credevano essere dall’iisato sole rischiarati, 
erano in tenebre e in oscurità. Ed in qual modo la lingua la¬ 
tina si parlasse anche nelle scuole ai tempi danteschi ab¬ 
biamo prova nelI allocuzione fatta da un professore di Bo¬ 
logna, ricordala dal Tiraboschi, nel congedarsi da’ suoi di¬ 
scepoli, allorché dava termine al suo corso di digesto. L’in¬ 
terprete del giure giustinianeo favellava: «Dico vobis quod 
« in anno sequenti intendo docere ordinarie, bene et legaliter, 
« sicnt unquam feci. Non credo legere extraordinarie quia 
« scholares non siint boni pagatores, quia volunt scine, sed 
« nolunt solvere, juxla illud : scire volunt omnes, mercedem 
« solvere nemo. Non habeo vobis plura dicere: eatis cimi be- 
« nedictione Domini ». Ridotta pertanto a questi termini la 
lingua latina, egli era evidente il suo prossimo tramonto, e 
ciò Dante affermava con sicurezza. 

Ho detto però che la lingua latina smettevasi nell'iiso co¬ 
mune, poiché presso i dolti inoltre era divenuta un gergo 
risibile, un arbitrario accozzamento di parole che nella mag¬ 
gior parte secondo i varii dialetti d’Italia si lasciavano di 
nuovo con Ialine desinenze e si adoperavano senza le norme 
di grammatica latina. E Dante vedeva la impossibilità che essa 
risorgesse nella popolare consuetudine: e perciò rivolgeva 
tulle le sue cure a costituire una novella lingua. Ma egli cre¬ 
deva che l’antico idioma del Lazio avrebbe avuto cultori fra 
i sapienti della futura età, i quali lo avrebbero conservato 



— 20 — 


pur sempre nel debito onore, ed egli slesso ne diede l’esempio 
ne' due stioi libri del Vulgare Eloquio, nei Ire della Monarchia . 
nelle Egloghe e nelle Ledere. E questo esempio fu seguilo 
dal Petrarca e dal Poco accio, e poi con maggior forbitezza 
dal Fracasloro, dal Sminuzzalo, dal Vida, dal Flaminio ed 
alili molli. Dante conosceva die lo studio de’ Ialini scrittori 
era non solo utilissimo al buon gusto letterario, ma somma¬ 
mente prolieuo ancora ad arricchire di peregrine bellezze ta 
fraseologia italiana. 

Ma egli era fermamente convinto che la lingua latina più 
non poteva essere una lingua nazionale, e che per farsi in¬ 
tendere dalle universe genti d’Italia era necessario formarne 
una nuova con gli elementi che le provinole dalle Alpi al 
lùlibeo somministravano. 

\ chiunque avesse ben considerato le condizioni lin¬ 
guistiche di que’ tempi doveva manifestamente apparire ine- 
lutfabile, ragionevole e necessario quanto rilevavasi e difen- 
devasi dairinflessibile e giudiziosissimo consiglio di Dante; 
nulla ciò di meno il suo grande amico Giovanni Dei Virgilio , 
esimio letterato e poeta latino di quel secolo, ammirando l’al¬ 
tissimo concetto della Divina Commedia , era fortemente inteso 
a persuadere Dante perchè lo avesse .significalo in versi latini, 
ripudiando come vilissimo il volgare linguaggio. E fra le altre 
cose gli scriveva : 

« Tanta quid heu semper jaetahis seria vulgo, 
et nos pallentes nihil ex te vate legemus? 

.clerus vulgaria tempnit 

et si non varient cura sint idiomata mille ». 
ff.\ec margarilas prodiga prodigus apris. 
nec preme Castalias indigna veste sorores ». 

K con questi ed aliti assai avvertimenti e rimproveri il 
Del Virgilio argomentavasi di rimuover Dante dall'tiso della 
lingua volgare. 

Ma Dante gli rispondeva : 

« Slulle, quid insanis?... 

.... cuin mundi circurnHiia corpora cantu 
aslricolaeque meo, veliti infera regna, pnlebunl, 
devincere caput hedera, lauroque juvabil. 




21 — 


onesti brevissimi cenili credo sufficienti a dimostrare 
quanto dovesse Dante combattere pei* sostenere ii volgare lin¬ 
guaggio, die egli dirozzava, e vigorosamente ingentiliva, nè 
mai disperò sebbene fossero allumata mille , come ilDd Vir¬ 
gilio diceva, di formarne un solo, die avrebbe da/o luce a 
coloro di erano in tenebre e ut oscurità. li il fatto pienamente 
corrispose ai dantesco vaticinio. 

Ora però mi si dice : Sussistendo die Dante scrivesse 
prima dei suo esilio in esametri latini tutta la prima Cantica 
dell’Inferno , un così lungo e diiiicile lavoro è prova manife¬ 
stissima che Dante prima dell’esilio aderiva alla opinione di 
Del Virgilio e degli altri ciotti contemporanei, i (piali propu¬ 
gnavano doversi scrivere anzi nella latina tavella die nel vol¬ 
gare linguaggio le opere specialmente di grave argomento. 
Ora come è che Dante dopo essere stato condannato all'esilio 
fu di contrario parere, anteponendo il volgare mal certo ed 
assai rozzo al latino, die aveva raggiunto la sua perfezione 
sin dal secolo di Augusto ed anche prima? 

Rispondo : il fatto di questo mutamento di pensiero è, nè 
può in dubbio revocarsi; perchè poi avvenisse è quistione che 
non è dato risolvere se non per congetture. 

La prima di questo panni essere clic, siccome nella Di¬ 
vina Commedia Dante nel suo sdegno naturalissimo per la 
ingiusta condanna all'esilio contro di lui pronunciata, volendo 
riprendere i vizi, ond erano deturpati i suoi coetanei, ed in 
parlicolar modo i toscani, per essere inteso dal volgo non 
meno che dai dotti e così oltre che dare a tulli ellicace le¬ 
zione di vivere onesto, giustificare la propria innocenza e 
mettere in aperto le iniquità dei suoi minici, avvisò che a con¬ 
seguire ciò sarebbe soltanto adatto il volgare mentre che il 
latino intendevasi da pochi. 

La seconda congettura è die, essendo egli stalo escluso 
dalla cittadinanza fiorentina, ebbe la felicissima idea di chia¬ 
marsi italiano, così come leggesi nella intestazione della sua 
lettera w nivnrsis et singulis Haliae regibus et sena tori bus 
almae urbis , nec non ducibus, marchionibvs , comitibus , atque 
populis , nella quale numiiis itahis Danfes Alogeni flnrentinns 
et exnl immerifus orai pacem. Il suo concetto cosi usciva dai 
confini di municipio ed allargavasi in tutto il bel paese, ove 
il si suona , ond’è che spontaneo indi sorgeva il pensiero di 
dare al popolo italiano un linguaggio nazionale, e questo pen¬ 
siero egli coltivò per modo che a tutto suo potere si adoperò 



22 — 


a tradurlo in atto, coraggiosamente disprezzando le opposi¬ 
zioni che si attraversavano al suo straordinario intendimento. 

Queste a me sembrano essere le ragioni per le quali 
Dante lasciò il latino, e con indomita costanza si diede a co¬ 
stituire il volgare idioma. 

Forse a sì grande opera egli non sarebbesi messo, se 
le patite persecuzioni non gii fossero state a ciò potentissimo 
impulso. E quanto veramente egli fosse lontano da questo di¬ 
visamente prima dell’esilio ben lo dimostra, come sopra è detto, 
lo aver egli già compiuta la prima cantica della Divina Com¬ 
media in esametri Ialini, e così avrebbe seguitato la seconda, 
e là terza, se fosse rimasto a Firenze, dove avrebbe passato 
i suoi giorni tra le cure dei pubblici altari, e tra gli affetti 
familiari. 

E perciò la sua cacciata in tal qual modo conferma lo 
adagio che non (ulti i mali vengono per nuocere , poichò per 
essa in Dante si disviluppò quella magnanima bile che gli 
fece concepire il disegno a disfogarla in un nuovo linguaggio 
da lui a perfezione recato e in un poema, che, se fosse stato 
latino, ora forse da nessuno sarebbe conosciuto, ed invece 
ricominciato e compiuto in lingua italiana è tuttora, e sarà 
in ogni tempo, un monumento di gloria incomparabile sì per 
l’autore e sì per la nostra Nazione. 



DANTE ALIGHIERI STRENUO DI¬ 
FENSORE DELLA GLORIA D’ITALIA 


ìNoii piace ad alcuni che Dante abbia condannato Brunetto 
Latini a fare una si trista iigura tra i sodomiti. Pensano co¬ 
storo che se Dante non voleva dir bene di Brunetto Latini, 
doveva almeno noi» dirne male non ricordandolo affatto. Se 
Brunetto non fosse stalo che mondano, come lo dice Giovanni 
Villani, e come si* stesso qualifica nel Tesoretlu, e se non 
tosse stato che iracondo, come Matteo Villani lo chiama, e 
corrompitore di scrittura pubblica ed inquinato anche di mag¬ 
gior fallo, il perchè fu esiliato di Firenze, dove tornò nel 126!), 
e se perciò i suoi peccati non avessero passalo il limite di 
una privala vita corrotta, forse Dante avrebbe potuto usare 
un benevolo riguardo non facendone alcuna menzione. Ma le 
colpe di Brunello erano tali che anche i posteri ne avevano 
detrimento, colpa contro l’onore italiano, colpa contro il social 
buon costume. 

guanto alla prima ecco ciò che dice l'acutissimo Perti¬ 
caci nel suo Trattato degli scrittori del B00 Lib. I rapitolo IV}. 

« L’Aiighieri fu sempre caldo dell’ouor nostro, e sempre 
<« ne meditò e scrisse le cose più magnifiche ed alle; mentre 
« il pusillanime suo maestro compose la maggiore sua opera, 
« cioè il Tesoro, in lingua francese, dicendo nella introdn- 
« zione, che non credeva l'italica bastare a tanto: e quindi 
•< sceglieva la parlatura francese», ch’è la più dilettevole e 
« comune rii tulli gli altri linguaggi » (Tesor. Volg. dal Giainb. 
nella pref.). 

F, già questa soli viltà deve aver messo un gran dispetto 
in quella lìera e terribile anima delI’AIighieri. Onde sembraci 
che a combattere principalmente Brunetto Latini scrivesse nel 
Convivio ch’egli adoperava l’idioma volgare per confondere li 
nini accusatori , li quali dispregiano esso , e commendano gli 
altri : massimamente quello di lingua d'Oco , dicendo eh'è più 
belio e miglior quello che questo fConv., Tratt. f. Cap. XV 



— 24 


E la sentenza di Brunello sul proposito della lingua ita¬ 
liana cuminosse lalmenle la bile dell'Alighieri, die « a per* 
« petunie infamia e depressione tlelli malvagi uomini d’1- 
« lalia, che commendano lo volgare altrui, e li» proprio di- 
« spregiano, dissi che la loro mossa viene da cinque nbbo- 
« mine voli cagioni, ha prima è cechi Là di discrezione: la se- 
« conila maliziala sensazione: la terza, cupidità : di vanaglo- 
« ria : la quarta argomento d'invidia : la quinta e l'ultima, 

« viltà d’animo, cioè pusillanimità ». 

E dopo avere parlitamente ragionalo di questo ragioni, 
la conclusione dell’ultima, vale a dire della viltà d’animo, è 
che « molti pei- questa viltà dispregiano lo proprio volgare, 

« e l'altrui pregiano, e lulli questi rotali sono gli ahhmuiuc- 
« voli cattivi d Italia die hanno a vile questo prezioso volgare, 

« lo quale se è vile ili alcuna cosa, non è se non in quotilo 
« egli suona nella bocca meretrici* di quest i uditi Ieri, al cui 
«condotto vanno li ciechi, delli quali, nella prima cagione 
« feci menzione ». 

«(Ha. così ripiglia il Medicali, pel paragone di quelle 
« parole del Lalini e iti questi* dell'Alighieri, sembraci che si 
«chiarisca la discrepanza delle loro opinioni non mai per 
« altri avvisala ». 

« Per lo che stimiamo che molti si rimarranno dal vilii- 
« perare il discepolo per lo tanto dispregio del suo maestro; 

« ne si vorrà più crederlo mosso da quei bruiti peccati della 
« invidia e della arroganza che ili «pici santo petto non pn- 
« te va no entrare ». 

E ove si consideri che Brunello Latini in islimn di gran¬ 
dissimo filosofo avrebbe potuto col suo esempi** sviare la opi¬ 
nione de' suoi contemporanei, sarà sempre più manifesto che 
lo sdegno di Manie fu effetto unicamente di quel sii > arden¬ 
tissimo zelo di volgere questa opinione al maggiore incremento 
della gloria italiana. 

E Brunetto per Baule era un mal raffio nomo d'Italia. un 
cieco di discrezione, un malizioso, un ranayloriusn, un Binde, 
un vile, dalla cui bocca meretrice non potevano uscire savie 
parole. E perchè fosse preso più in orrore, lo pose allinferno. 

Riguardo alla seconda colpa di Brunetto, non s( ha a cre¬ 
dere che Dante lo abbia voluto disonorare svelando una di lui 
particolare turpitudine. No; anche su questo punto il nostro 
Poeta volle punire uno scandalo pubblico. Mettiamo da una 
parie le iniquità di Brunello come privato cittadino, e vediamo 



— 25 


quello ch’egli commise come smllore assai pregiato ai suoi 
tempi. « .Non crediamo, cosi osserva il Pertical i, siavi gentil 
« persona cui basti la sofferenza nel leggere il Pataffio , che 
« si può bandire per una delle più triste e pazze cose che 
« s’abbia mai visir l'ilalia. Imperocché non pago Brunetto 
« d’avervi consumala tutta la tavella del postribolo e del iner¬ 
ii calo, vi volle anche spargere la mala sementa de' bisticci, 

« degli equivoci, e delle altre inezie, che poi si largamente 
« fruttilicò nel seccato. Ugni volta che ci facciamo a leggere 
u il Pataffio ci viene Dante al pensiero, e ci par vedere come 
« tj udrai tu spirilo a tal lettura sfavillasse lutto d’ira gran¬ 
ii (iissima conilo Brunello, c a disfogarla credessi 1 poco Fa¬ 
ti verbi gittata Ira gli scrittori plebei, se non’! cacciava ali¬ 
ti cura Ira i condannati. Nella qual credenza entriamo imts- 
■c sanamente (mando consideriamo come in esso Pataffio il laido 
a fiorentino fece l’apologià dei sodomiti. Ira i quali appunto 
<1 ancora ci si vede nella Pioina Commedia. F comedi » 1 il pio 
ti discepolo quivi cerchi di mitigare quella troppa vendetta con 
« alcune parole d’afTelto, pure Foli raggio fai togli è si aperto 
« ed eterno, che le piccole medicine son nulla a rispello del 
« colpo, di cui Firn tralitto infamandolo nella memoria ili tutti 
« i posteri. Impelò ci divideremo dalla comune sentenza' che 
« in ciò vede ima vendetta di Dante Ghibellino ed esule contro 
« Brunetto (mollo e Fiorentino), e diremo quella dannazione 
» esser immaginata da Baule poeta nobilissimo contro Bru¬ 
ii netto autore deU'oscenn Pataffio ». 

Barde Ita punito in Brunetto Bulini l'apologista dei sodo¬ 
miti, il pubblico corrompitore ile! buon costume; ove egli non 
fosse sialo reo di colpa così granile, forse il pia discapolo 
avrebbe potuto trovargli un luogo di salvazione almeno nel 
Purgatorio pur facendogli carico «lei suo peccalo, pel quale 
lo ha cacciato tra la perduta gente, e metterlo a correre per 
entro il fuoco che purifica le anime di Ftuiilo huinicelli e di 
Arnaldo Daniello. 

Quanto si è da me accennato riguardo n Brunetto fiatini 
credo che sia sufficiente a rispondere alle incongruenti dubi¬ 
tazioni affacciate dal Bartoli che così si esprime: « Ma perchè 
» si domanda è stato Dante così spietato? Perchè se tanto era 
« la sua riverenza per ser Brunetto, se tanti i legami d’affetto 
« che lo riunivano a lui non ha avuto riguardo di colpirlo si 
« duramente? De risposte date sono molte ma nessuna parm» 
« possa appagare ». 



— 26 — 


Pasquale Fornaci con una sua pubblicazione edita nel 
1911, intese a difendere Brunetto Latini dalla grave accusa 
di Dante. Ma per sostenere il suo parere il Fornati pretende 
di avvalersi di nuove interpretazioni dei canti XV e XVI della 
stessa Cantica, non ammettere l’autenticità del cauto XI dell’In¬ 
ferno, autenticità già impugnata dal Righetti, ed inoltre non 
ritenere Brunetto Latini autore dell’osceno Pataffio. 

il Pomari ancora crede difendere Brunetto Latini dall’ac¬ 
cusa infamante asserendo ch’essa è priva di fondamento sto¬ 
rico. Ma come pretendere un fondamento storico su di una 
particolare turpitudine che doveva essere tenuta occulta e 
segreta? 

Il Pomari vorr ebbe sostituire la colpa di Brunetto La¬ 
tini con altra colpa, ma ciò, credo, non può ammettersi. 

Nel dare termine a questo mio ragionamento nel quale 
ho voluto dimostrare come Dante sia stato sempre strenuo 
difensore delle glorie d’Italia, credo opportuno di non omet¬ 
tere una mia particolare osservazione che cade veramente a 
proposito, onde trame quelle considerazioni d’indoie politica 
e sociale che si riferiscono all’epoca nostra. K ciò farò nella 
più breve guisa possibile. 

Come abbiam veduto, Dante denomina vili e pusillanimi 
quelli scrittori che alla ligua propria preferiscono quelle 
straniere, reputando queste migliori che quella. Ci fa inoltre 
conoscere in quale dispregio egli abbia coloro che si studiano 
a propagar e il mal costume nelle lettere. 

Il nostro Duce Magnifico, al pari dell’Aligliìeri, strenuo 
propugnatore dellp glorie d’Italia. Ira saputo scuotere la viltà 
d'animo , la pusillanimità degli abbominevoli cattivi d'Italia di¬ 
spregiatori delle cose patrie, risvegliando nel popolo italiano 
la coscienza della dignità nazionale purtroppo già intorpidita 
nella supina e vilissima ammirazione verso gli stranieri. 

Anche contro gli scrittori osceni e plebei vennero adottati 
severi provvedimenti legislativi onde reprimere il diffondersi di 
scritture che dannose tendenze di corruzione vanno ad ino¬ 
culare nella mente e nel cuore d’inesperta gioventù. Su 
colai proposito molto vi sarebbe a dire: al tempo della 
guerra ed a quello immediatamente posteriore alla guerra, 
dilagò tra noi una pedestre letteratura che ammorbò lo spirito 
e il cuore della nostra crescente generazione. In mezzo alla più 
desolante anarchia, si voleva il trionfo della più bestiale sen¬ 
sualità e la scomparsa d’osni senso morale. 



— 27 — 


Uniti all’ateisnio si innalzavano a cielo gli sciagurati det¬ 
tami della massoneria : il matrimonio universale, l'accoppia¬ 
mento bestiale dei due sessi e il vagheggiato tiglio di stato. 

Guai per la sempre illusa e tradita umanità se i principi 
di questa oscena letteratura, clic ammorbò l'Italia, avessero 
trionfato ! 

Invece dell’Era Fascista che segnò il ritorno della giu¬ 
stizia, della sicurezza della proprietà, della quiete d’ogni onesto 
cittadino, del trionfo della dottrina di Cristo, avremmo veduto 
sorgere un’epoca torbida di perniciose illusioni, anelanti alla 
distruzione della società, un’epoca di rapine, di sangue, di 
ateismo e di nefande dottrine che avrebbero imbestiata la 
razza umana. 

.Nel mio poema : La donna dell'(inatra immortale , poema 
che, per ragioni facili a comprendersi, dovetti lasciare finora 
inedito, volli oppugnare tutte ([nelle massimo ateiste ed epi¬ 
curee lauto vergognosamente esaltate in quella pedestre ed 
oscena letteratura ormai interamente dimenticata. 

E credo qui opportuno riportare qualcuna delle pertrat- 
tate quistioni che oltre a trovarsi iieH’ambilo del pensiero dan¬ 
tesco, sono siate sapientemente composte, in ossequio alla 
moiale e alla religione, merci.* l'ordinamento legislativo dello 
Stato Mussoliniano. 

Il gran nemico delle umane gelili 
legge inspirò, che spesso a un masnadiere 
diritti dà die sol pei* lui diventi 
d uomo e donna union connubio vero. 

lt innega lo così dai miscredenti 
della bontà di Cristo il ministero, 
avvien che si deturpi e si rallenti 
della famiglia il vincolo primiero. 

E’ finzion qual sia d’onor promessa, 
che al ministro di Satana si faccia 
poiché sua forza in atti occulti cessa, 

K tranne quel di Ilio, non v'ha potere, 
die d’ascoso fallii* segua la traccia, 
e infreni l’opre al par che il mal volere. 

I/uorn, che. usurpar presume in sua demenza 
i diritti di Ilio, quando presiede 
al patto maritai, null’altro vede 
che più o men falsa esleriot prudenza. 



— 28 — 


Così quando in sua comica presenza 
gli sposi si promettono di lede, 
non può legare, nè legar si crede 
die la sola onestà dell’apparenza. 

Indi, purché mistero o astuzia lina 
colpe oscene ricopra, integra e pura 
si tieti la fedeltà di Messalina. 

K a cotanta pestifera lordura 
quella ne trae, che a Ilio non vuoisi inchina, 
libertà, disonni della Natura. 

Intana legge in suo proceder lento 
solo un'immago di connubio ancora 
conserva, inlin che meglio il rio talento 
s’avvezzi a uscir d’ogni ritegno Cuora. 

Questi malizia ipocrita lavora 
inganni nel rivii congiungimento 
per donna, che vergognasi tuttora 
scoprii' suo meretricio inlendimento. 

Ma in quella che (tosi la si blandisce 
gridasi che di cuoi libero e forte 
colei, che tutta sè prostituisce; 

e sarà scarso qual si renda omaggio 
a generosa femmina, clic in sorte 
hit il don di sì magnanimo coraggio. 

Mi civiltà gioconde antesignane, 
sacerdotesse a Venere devote, 
crebber sì che lor numero orinai puoi e 
quasi quello agguagliar delle romane; 

da inane a sera e poi da sera a mane 
predan con quanto meglio i sensi scuole 
quei più, che ancor non Iran pilose gote, 
sul primo ardor delle lascivie umane. 

Così sciolta e procace adolescenza 
da lusinghiere Circi esercitata 
in qual siasi più lurida appetenza. 

imbestia, e in tanta a lei pastura data 
a schifo (ieri che sua concupiscenza 
da legge d’imeneo sia vincolata. 



— 29 — 


Qual si pensi opra far di corruttela, 
che ogni senso inorai deggia scomporre, 
è vana, o non avrà lunga sequela, 
se vizio femminil non vi concorre. 

Pronta così malefica cautela 
educatrici ancor qui venne a porre, 
di cui l'esempio al par che la loquela 
può le fanciulle a libertà disporre; 

a libertà, condor si vuol, ch’ò ria 
licenza, e del pudore i! freno spezza 
sì che a lascivo ardor spiana la via, 
e fa ohe assai per tempo all’arti avvezza 
di ardita brine ogni donzella sia 
tratta del nuovo secolo all'altezza. 

Di frenesia dottrina insegna ancora 
tutto è del caso, e quando morte viene 
ci aspetta il nulla, onde sparisce allora 
chiuso in tenebri! eterne il male e il bene. 

Cosi, fincibuom non è de' sensi Inora, 
uso de' sensi suoi far gli conviene 
tal che, quanl'ei più può, fruisca ognora 
ciò, clic valga sue brame a render piene. 

Nomi senza valor vizio e virtute 
som quando impaccio danno a conseguire 
quel che produce in noi gioia e salute. 

Voluttà dee gir libera e sicura 
ove la guida vario antan desire 
comp l’istinto vuol della Natura. 




PERCHE DANTE CERCO IN GERMANIA 
IL LIBERATORE D’ITALIA 


Si la colpa a Danto di aver voluto ricorrere all'elemento 
slraniem per trovare l'imperatore romano e re d’Italia. 

Ma qui per avventura senza ch’io mi affatichi a pren¬ 
dere la difesa di Dante, cade a proposito di riportare quanto 
scrive il Gioberti: « l'errore di aver cercato in Germania 
« il liberatore d’Italia merita scusa, perchè questa divisa, 
« debole, discorde non aveva un braccio capace di laida 
« opera. Darvegli di trovare il principe egemonico nell’im- 
<f perio tedesco, il quale, se per la sua stirpe era fore- 
« alierò, pel titolo e la successione apparente potea ere- 
« (tersi italiano. Ma non volle sottoporre l'Italia a stranieri 
« giacché l’imperatore recandola ad essere nazione dovea 
« rimettervi l’avito seggio e rendersi nazionale. Perciò Dante 
« sostituendo allo scettro bastardo di Costantino e di Carlo- 
« magno ii giuridico di Giulio Cesare, restituendolo a Roma, 
« ed annullando l’opera del principe che lo trasferiva a Bi- 
« sanzio, e de’ pontefici che Io trapiantavano in Francia, poi 
(f nella Romagna, si mosirò italianissimo». 

Non potevasi più aridamente e più rettamente interpre¬ 
tare il pensiero politico di Dante, al quale, per le ragioni 
validissime addotte dal Gioberti, non può ascriversi a colpa 
se cercò in Germania il liberatore d’Italia. 

K' vero che Dante sino al 1313. anno in cui avvenne la 
morte di Arrigo VII, stimò indispensabile al politico riordina¬ 
mento d’Italia l'intervenzione dello straniero, ma è pur vero che 
dal 1313 in poi, il personaggio che tenne desle le speranze di 
Dante, dopo che neH’oltobre dello slesso anno crollò fulminea- 
menle. la fortuna di Gguccione della Faggiuola, è Gangrande 
della Scala, signore di Verona, il quale? è il Veltro della Divina 
Commedia. 

Quando passerò a parlare del Veltro, apparirà manifesto 
quanta giustificata fosse la speranza di Dante riposta nello 
Scaligero. 



— 32 — 


Dante era Fermamente persuaso die (^ingranile, una volta 
pervenuto a cingere la corona di re d’Italia e imperatore ro¬ 
mano, avrebbe certamente liberata rttalia dagli innumerevoli 
suoi tiranni. 

Nel I dell’Inferno, Cangiando è adombrato sotto la figura 
del Veltro, il «piale Veltro doveva venire a far morire di doglia 
la Lupa. .Nel XXXIII del Purgatorio troviamo il vaticinio di 
beatrice die annunzia prossima la elezione di Cangrande a 
re d'Italia ed imperatore romano, affermando che il Dux, il 
Messo da Dio verrà ad (incidere la futa a quel gigante che con 
lei delinque. 

lo porto pareie che la profezia di beatrice nel XXXI11 del 
Purgatorio, nella quale si fa allusione a Omgrande della Scala, 
è posteriore alla elezione dello Scaligero a Capitano tolle¬ 
rale della Lega Ghibellina in Lombardia, eioè posteriore al 
1318. Nella persona dello Se aligero, pervenulo all'apogeo delia 
sua grandezza e potenza, è assai probabile die Dante giun¬ 
gesse a vedere addirittura l'erede dell'Aquila, l'imperatore ro¬ 
mano e re d’Italia : 

Non sarà tutto tempo senza reda 
l'Aquila. 


ch’io veggio certamente, e però il narro, 
a darne tempo già stelle propinque 
sicure d’ogni intoppo e d'ogni sbarro, 
nel quale un Cinquecento Dieci e (ampie 
messo da Dio aneidcrà la fuja 
e «piel gigante che con lei delinque. 

Non sarà sempre senza erede l’aquila per la ragione ch’io 
con pienissima certezza vedi*, e perciò lo affermo, stelle vi¬ 
cine. sicure d'ogni ostacolo e «fogni resistenza, ad appor¬ 
tali* un tempo nel «piale un Cimpiecento Dieci e Cinque, in¬ 
viato da Dio, ucciderà la donna ladra e quel gigante che 
pecca insieme a lei. 

E Dante nella sua illusione prevedeva vicinissimo il tempo 
nel quale si sarebbero compiuti gli avvenimenti vaticinati, 
tanfo che nel XXVII del Paradisa fa din* a S. Pietro: 

Ma l’alta Provvidenza che con Sci pio 
difese a Doma la gloria del inondo, 
soccorra loslo, sì ronfio concipio. 





Cd il soccorso era ritenuto così immediato che beatrice 
nel medesimo canto dice : 

Pensa che in terra non è chi governi, 
onde si svia l'umana famiglia. 

Ma prima che gennaio lutto si sverni, 
per la centesimi, ch’è laggiù negletta, 
ruggeran sì questi cerchi superni, 
che la fortuna, che tanto s’aspetta, 
le poppe volgerà u’ son le prore, 
si che la classe correrà diretta; 
e vero frullo verrà dopo il fiore. 

I quali versi vogliono significare: Ma prima che il mese 
di gennaio esca lutto dalla stagione invernale, a causa di 
quella minima frazione che si chiama centesima e che non si 
tiene in conto dagli astronomi, questi cerchi superni ruggi¬ 
ranno così forte che la fortuna, che tanto si aspetta, volgerà 
le poppe delle navi delle nazioni e dei regni dove ora sono 
le prore, così che quesle navigheranno direttamente per il 
mare, e così dal fiore verrà il vero frutto. 

In questi versi è chiaro che si allude alla restaura/ione 
della monarchia universale, l/imperatore romano, capo e mo¬ 
deratore di tutti i re dell’Kuropa e della terra apporterà una 
nuova direttiva negli ordinamenti statali, e sì completamente 
diversa da quella di prima che bene a ragione si potrà dire 
che l’avvento dell’imperatore volgerà le poppe delle navi delle 
nazioni e dei regni ove al presente sono le prore. 

Ha quanto si è ragionato viene a dedursi che nella Divina 
Commedia , cioè nel Purgatorio e nel Paradiso, si fa allusione 
alla elezione di Cangrande a Capitano Generale della Lega 
Ghibellina avvenuta nel I 31 K. 




DANTE ANTESIGNANO DELL’UNITÀ D’I¬ 
TALIA E DELL’UNITÀ DI GOVEKNO E DI 

DOMINIO 


A combattere l'opinione di coloro che non sono disposti ad 
ammettere in Dante la concezione dell'unità di governo e di 
dominio, basti il considerare che nella scienza politica di Dante 
propugnasi la indispensabile condizione deH’unifà di governo 
e di dominio per conseguire la felicita dei popoli appartenenti 
ad ogni singolo regno. L' regno particolare devesi conside¬ 
rare l’Italia secondo il sistema politico di Dante. Ascoltiamo 
a proposito (pianto egli dice nel Trattalo l della Monarchia : 
« Se consideriamo una soia casa, il cui line è quello di pre- 
« parare i famiglial i a vivere bene, è necessario che uno solo 
« la guidi e regga, quello die chiamasi padre di famiglia, o 
» tiene il suo posto. 

« Se consideriamo una contrada, il cui line è un facile 
« aiuto di persone quanto di cose, conviene che uno sia il re- 
«« golatore, o stabilito da altri o quello che tra loro prevale 
«per altrui consenso: altrimenti non si raggiunge la mutua 
« sufficienza, che se talvolta più persone vogliono spadroneg- 
« giare, tutta la contrada va in rovina. 

« Se poi consideriamo una città, il cui line è vivere bene 
« sì da bastare a sè stessa, conviene che uno sia il reggi- 
« mento e questo non solo in una for ma retta, ma anche in 
« una obliqua » . 

«... se infine si prende in considerazione un regno par- 
« ticolare, il cui fine è lo stesso della città, ma con maggior 
« fiducia della sua tranquillità, uno conviene che sia il re che 
« regge e governa; altrimenti i sudditi non solo non conse- 
« guono il fine, ma anche il regno cade in rovina, giusta quelle 
« parole deirinfallibile verità : « ogni regno diviso in sè stesso 
« sarà desolalo ». Ora se Dante nel trattato della Monarchia 
propugna in linea generale il principio deH’unità di governo 
e di dominio per ogni singolo regno, perchè mai questo prin¬ 
cipio non dovrebbe essere applicabile nei riguardi dell’Italia, 



— 36 — 


che, considerata dal nostro Poeta come unità geografica e 
linguistica, veniva per conseguente a possedere i requisiti per 
trovarsi nella condizione d’essere innalzata a nazione e regno 
particolare? 

E non v’ha dubbio che i requisiti di nazione e regno par¬ 
ticolare, davano all’Italia, secondo il sistema politico dante¬ 
sco, il diritto di essere retta ad unità di governo e di do¬ 
minio. Ed infatti perchè in Italia, nazione e regno particolare , 
mancava questa unità di governo e di dominio, che sarebbesi 
verilìcata con l’imperatore romano c re d’Italia, Dante pro¬ 
rompe neH’epifomena : 

Ahi! serva Italia di dolore ostello 
nave senza nocchiero in gran tempesta, 
non donna di provincie, ma bordello. 

Inoltre come potrebbesi negare che Dante vuole, per l’I¬ 
talia, unità di governo e di dominio da lui ritenuti indispensa¬ 
bili per raggiungere il benessere d’ogni singola nazione e 
legno, s’egli appunto lamenta che le terre d'Italia tutte 
piene son di tiranni? (Purg. VI) cioè, piene degli innumeri ti- 
rannetti che la signoreggiavano con (itoli patrizi, il che Umile 
non avrebbe certamente detto se, come afferma il Del Lungo, 
« Dante si foggiava un ordinamento legislativo dei Comuni 
« Italiani ». 

E Dante non avrebbe certamente scritte queste parole se 
fosse proprio vero che egli <« non pensò mai a portare offesa 
a ai Comuni e ai regni, pur volendoli pronti all’ossequio verso 
« l’impero; onde non pensò mai all’unità italiana. Satini II 
pensiero Politico di Dante Alighieri). 

So bene che (come rileva il Solmi), a questa opinione del 
D’Ancona, s’uniforma anche « il pensiero del Carducci, del 
« Casini, del Villari, e della maggior parte degli scrittori ita- 
« liani deH’ultinio quarantennio » ma pur tuttavia io mi ri¬ 
mango nella mia opinione che vedo appoggiala alle afferma¬ 
zioni dantesche. Ora io mi chiedo : Se tutti costoro (conforme 
asserisce il Carducci nel passo riportato dal Solmi) « ricono- 
« scono a Dante l’altissimo merito di aver sentito, forse per 
« primo, e di aver esaltato in modo insuperabile, l’unità geo- 
« grafica, linguistica, legislativa, nazionale d’Italia... (il che si¬ 
gnifica che Dante considerava l'Italia come nazione e regno 
particolare), per quale ragione, contrariamente al sistema po¬ 
litico di Dante, non vogliono riconoscere a! Poeta l'altissimo 



37 — 


merito di aver .sentito , forse per primo , Punità di dominio 
e di governo dell’Italia? Se vogliamo concedere a Dante d’aver 
considerata l’Italia come nazione e regno particolare non dob¬ 
biamo ignorare che per una nazione e regno particolare , come 
l’Italia, Dante c’insegna che « uno conviene sia il re che 
« regge e governa, altrimenti i sudditi non solo non conse- 
« guono il fine, ma anche il regno cade in rovina, giusta quelle 
«parole della infallibile verità: Ogni regno diviso in se’ sara’ 
« DESOLATO ». 

Dante si esprime chiaro, e contraddizione in lui non può 
trovarsi. 

L’Imperatore Domano, la cui giurisdizione, secondo Dante, 
è limitata solo dall'Oceano, deve esercitare una preponderante 
influenza su tutti i singoli regni d’Europa e del mondo, e 
questi singoli regni devono essere governati alla lor volta da 
propri e liberi reggitori. 

Sotto questo punto di vista l'Italia, considerata come re¬ 
gno particolare uno e indiviso, doveva essere il giardino del¬ 
l'imperio retta dall’imperatore romano, per la ragione che 
l’imperatore romano doveva essere al tempo stesso re uno ed 
assoluto d'Italia. 

Ed infatti per la mancata venuta in Italia di Alberto te¬ 
desco, il quale secondo l’ideale politico di Dante, almeno sino 
al 1313, avrebbe dovuto essere imperatore romano e re «ma¬ 
lia, il nostro Poeta dice: 0 Italia, 

.in te non stanno senza guerra 

. i vivi tuoi, e l’un l’altro si rode 

di quei che un muro ed una fossa serra. 

Cerca misera intorno dalie prode 
le tue marine, e poi ti guarda in seno 
s’aleuna parte in te di pace gode. 

Che vai perchè ti racconciasse il freno 
Giustiniano se la sella è vota? 

Senz'essa fora la vergogna meno. 

Con i versi del VI del Purgatorio testò riportati, Dante 
ci dice che l’Italia era veramente desolata dalle intestine di¬ 
scordie che traevano origine dalle innumerevoli divisioni di 
questa in piccoli staterelli, e quindi non avendo l’unità di 
governo e di dominio era un regno diviso in se .desso e 
desolato. 




— 38 — 


in ultimo a ben comprendere il concetto politico di Dante, 
viene a proposito di rendere nota la distinzione che il nostro 
Poeta fa tra regno e impero. Laonde noi ci faremo a considerare 
quanto dice Virgilio, o meglio quanto Dante fa dire a Virgilio 
nel 1 deir/ii/irno, poiché Virgilio, nel ilare termine alle sue 
parole, tratteggia una delle principalissime massime «lei suo 
sistema politico. E dappoiché tulio ciò che a questo ha di¬ 
retta e indiretta relazione vuole essere accuratamente messo 
in chiara luce, io mi studierò a lare di queste parole la con¬ 
veniente esposizione tarilo più che nessuno fra gli interpreti 
antichi e moderni vi ha fissala la minima attenzione nel senso 
onde sono da me considerate. 

Virgilio dice che Dio in tulli• parti impura e quivi rrqye, 
quivi nel cielo è la sua città e l’alto suo trono. Or qui è da 
osservale come ho già detto, la distinzione per la quale altro 
è imperare e altro è reggere. 1,'impero estendosi a latte le 
parti, il regno ad una delle parti. 

Dio, come imperatore, è il supremo Signore deH'iiniversu 
creato, come re ha il suo trono nel cielo empireo. dov’é la 
sua città, quivi regna e regge. 

Gli altri cieli sono governali da speciali Intelligenze, tutte 
le quali però si uniformano al volere ilei sommo imperatore. 

Dante vuole che l'imperatore romano sia supremo signore 
di tutta la terra così come Dio è supremo Signore della uni¬ 
versa creazione, e come a Dio sono subordinale le Intelligenze 
motrici dei cieli, così aH’imperatore romano debbono essere 
subordinate tulle le podestà reggitriei delle singole parli della 
terra. Inoltre, poiché Dio, come re. ha il suo trono nel cielo 
empireo, dov’é la sua cillà, e da quivi regge e governa per 
entro i limiti del cielo empireo, così l’imperatore romano, 
come re deve avere il suo Irono in Italia, dov’é la sua città, 
cli’è Roma, e da quivi deve reggere e governare entro i li¬ 
miti dell’Italia. 

Secondo il modo d’intendere di Dante sono chiamali 
impropriamente imperatori i reggitori di singole nazioni, in 
quanto che impero significa signoria universale, e non limi¬ 
tata in una più o meno estensione di territoriale dominio. 

Il concetto di Dante é profondamente filosofico, ma oggi 
certe massime della filosofia che ripugnano all’ambizione 
umana, si addimandano utopie, perché l’uomo, ch’é animale 
ragionevole, sia pur quello che si piace a fare ogni più pos¬ 
sibile strazio delia ragione. Ricordo che Giovenale nella XIV 
satira dice che: terra malos homines mine educai; ed Orazio 


— 39 


nella VI ode del 111 Libro aggiunge che: Aetas parentum 
peior avis tulil nos nequiores , mox daluros progeniem vitio- 
siorem. 

Perciò il proposito di Dante, eh e di condurre l'uomo de 
statu miseriae ad statuiti leticilatis , ò rimasto finora una beila 
teoria, e tale rimarrà per lunghissimo tempo ancora, poiché 
l’uomo quantunque naturalmente aspiri dal bene al meglio, 
è disgraziatamente portato nella foga di cieche passioni dal 
male al peggio. Fatta questa breve considerazione, torno al 
mio argomento. 

Messa in luce la importantissima distinzione che Dante fa 
tra regno ed impero, emerge chiaramente (e più chiaramente 
emergerà dopo che avrò ragionato su quanto è significato da 
Dante nei paragrafi sesto e settimo della lettera indirizzata 
ai principi e ai popoli d'Italia) emerge chiaramente, ripeto, 
die Arrigo VII, cinta la corona ferrea in Milano il 0 gennaio 
i:m ed eletto re d'Italia, incoronato imperatore a Doma in 
S. (iiovanni in balenino il 7 maggio 1312, in questa città doveva 
avere la sua residenza, nella sua qualità di re d’Italia, 
ed inoltre, come imperatore romano, esercitare feome giusta¬ 
mente scrive il Giudico nella sua Storia Letteraria : .«non già 
« un impero universale ne! senso assoluto del vocabolo... ma 
« una specie di preponderanza politica d’Italia sopra tutti i po- 
«poli avvincolali dalla latina civiltà, e redenti dalla legge di 
« Cristo. Se tal preponderanza sia sogno o fatto chiedetelo 
« oggi airinghillerra e la risposta vi sia di chiosa allo dot- 
« trine di Dante ». HI Giudice scriveva la sua storia nel 
« 1844). « Il nostro Poeta aveva corsa l'Italia da un punto 
« all’altro, ne aveva misurata lo potenze, palpate le piaghe. 
« meditatovi sopra, ed osò vagheggiarne la redenzione e coo- 
« perarvi » Dante volgeva gli occhi « dalle cime delle Alpi alla 
« Sicilia, e vedeva trenta milioni di popoli, travagliarsi im- 
« pazienti di freno. Vedeva i porti d’Italia affollarsi da selve 
« di navi, che coprivano i mari tutti e penetravano e incivi¬ 
le livano nuove tono: vedeva i commerci, l’industria, il sapere 
« fervere in ogni dove; e le città adornarsi di splendidi edi- 
« fici, ed arricchirsi di scuole, d’istituti ; i campi rigogliosi, 

« ridenti mostrare come la prodigalità della natura fosse se- 
« condata dall'arte. E l’animo di lui gioiva di tanti elementi 
« di potenza politica : s’imparadisava di tanta dovizia di cielo 
« e di terra. Considerava quindi tanta divisione di piccoli stati. 

« di reggimenti incerti, di poteri effìmeri, che rendendo im- 
« possibile la rettitudine civile, e perpetui gli odii, e perpetue 



40 — 


« le lacrime, esponevano la patria alla contaminazione dei bar- 
« bari : e la mina e l'avvilimento avvenire tornavangli più 
u spaventevoli che le miserie presenti : l'Italia divisa, agli 
« occhi suoi, era serva, era nulla, era indegna del nome di 
« nazione, e gli sembrava bordello ». 

Veramente questa è la retta interpretazione del pensiero 
politico di Dante il quale ben concepì e desiderò la unità di 
dominio e di governo per l’Italia. Come abbiamo veduto, e 
come meglio in seguito vedremo, secondo il sistema politico 
di Dante, l'imperatore romano deve essere anche re (l’Italia. 
Dante vedendo, (come scrive il Vianello nella sua traduzione del 
Trattato della Monarchia), « nel mezzogiorno un regno militare 
« fondato da avventurieri, e passato in inano di altri avven¬ 
ti furieri meno degni dei primi, ora diviso e dilaniato dalle 
«cupidigie dei baroni: nel centro della penisola la Curia pa¬ 
ti pale intenta ai beni terreni circondata da un numero strab- 
« bocchevole di piccoli e grossi Comuni, di repubbliche piene 
« di discordie e in lotta fra loro; nel settentrione contee, mar- 
« diesali, ducali, avanzi del sistema feudale », Dante, ripeto, 
restava fortemente sdegnato di tanta miserevole condizione 
della patria, sdegnosamente affermava che : 

.le terre d'Italia Dille piene 

son di tiranni. 

Qui non parlasi di una singola città d Dalia, ma parlasi 
dell'Italia intera considerata non già al di solto di un regno, 
benché per le sue divisioni politiche è fatta bestia dalle natile 
teste . ma considerata nazione e regno particolare , e di pecu¬ 
liare importanza perchè predestinala ad essere giardino del¬ 
l'impero e residenza dello imperatore romano e re d’Italia. 

Per questa nazione e regno particolare , di oltre 28 mi¬ 
lioni di abitanti, Dante erasi affaticato a creare una lingua 
propria vagheggiando d'introdurvi persino l’unità di linguag¬ 
gio poiché era pensiero di Dante di estirpare gi’innumerevoli 
dialetti che esistevano nella penisola, come rilevasi dal suo 
trattato della Volgare Eloquenza. 

Inoltre dicendo che le terre d'Italia tulle piene son di 
tiranni, egli lamentasi di vedere non solo le provincie d’Italia, 
ma persino le singole città signoreggiate con titoli patrizi da 
innumerevoli tirannetti. Questo è il preciso significalo delle 
riportate parole di Dante. E da questi versi appare inequivo¬ 
cabile il suo pensiero avverso, anzi che proclive, alle auto- 




— 41 — 


nomie dei comuni, come da molti è generalmente creduto. 
Nella mente di Dante uppresentasi adunque l'Italia nella in¬ 
terezza della sua latitudine e longitudine, considerata come 
« un regno particolare , ove uno conviene che sia il re che 
« regge e governa , altrimenti i sudditi non solo non conse- 
« guono il line, ma anche il regno cade in rovina giusta quelle 
«parole della infallibile verità: Ogni kegno diviso in se' sara’ 

« DESOLATO ». 

K l’Italia era considerata da Dante come un regno parti¬ 
colare per eccellenza perchè « l’Italia è per Dante non sol- 
« tanto una entità geografica nettamente determinata, non sol- 
« tanto, com’egli dice, « nobilissima regio Europae » ma di più 
« ima entità storica e civile non meno precisa e differenziata. 
« Se ad essa mancava una curia, cioè un centro politico uni- 
« torio, come avevano la Francia o la Germania, essa aveva 
« tuttavia la sua unità, e questa unità era data dalla sua an- 
« fica organizzazione civile, cioè da quello che Dante dice 
« espressamente il lumen rationis , constituito daH’unità del 
« pensiero, del linguaggio, del costume e del diritto, che rac- 
« coglieva le membra disperse della Curia assente o venuta 
« meno e restituiva alla penisola il suo organismo accentrato ». 
(Solini. Il pensiero politico di haute Alighieri). 

E' veto che Dante ha scritto queste parole: « adverlendum 
<i sane quoti cmn dicitur hmnanum genns potest regi pei- unum 
« supremum principcm, non sic intelligendum est. ut minima 
« indichi cuiuscumque municipi ab ilio uno immediate prodire 
« possint; (illuni elium loges municipates quandoque defìciant, 
c» et opus habeant direclìonc. Itabent nainque iiationes, regna, 
« et civitales inter se proprietales, quas legibus differenlibus 
«regulari oportet. 

« Est enim lex regala directiva vitae. AIitei* quippe re- 
« gulari oporlet Scytas qui extra septimum clima viventes 
« et magnam dierum et. noclium inaequalitatem patientes, into- 
« lerabili quasi algore frigoris premuntur, et aliter Garamanles, 
« qui sub aequinoctialis habilantes et coaequatam semper lucem 
« diurnam noctis tenebris habenles, ob aestus aeris nimietalem 
« vestimenta operiri non possimi ». Il die significa : Qui è da 
« avvertire che quando si dice che il genere umano può es- 
« sere retto da un solo sommo principe, non si deve inten- 
« dere che i più piccoli giudizi di qualsiasi municipio pro- 
« vengano da lui solo immediatamente, perchè anche le leggi 
«di un municipio talvolta sono deficienti, ed allora hanno bi- 
« sogno di una direttiva. Infoili le nazioni, i regni, le città 



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« Jianao tra loro delle proprietà che vanno regolale da leggi 
« diverse, perchè infatti la legge è una regola direttiva della 
<« vita; cosicché diversamente conviene che si regolino gli 
<■ Sciti, che vivono al di là del settimo clima ed hanno grande 
« disuguaglianza di giorni e notti e sono tormentati da intol- 
u tenibile rigidezza di freddo, e diversamente i (ìaramanli che 
« abitano sotto il cielo equinoziale ed hanno una luce diurna 
<* di egual durata delle tenebre notturne, e per il soverchio 
« calore dell’aria non possono soffrire le vestimento •*. 

E’ vero che Mante ha scritto queste parole, ma ciò che 
cosa vuol dire? Vuol dire che Mante, riferendosi in generale 
alle altre nazioni, regni, città d'Europa e del mondo che go¬ 
vernali du singoli reggi lori benché dovessero ricevere dal- 
rimpernlore romano le norme e le leggi, che s adnUano a tulli 
i popoli dell’Euorpa e del mondo, pur lutInvia ammette, a 
motivo di alcune loro disposizioni particolari derivanti da di¬ 
versità di costumi e di clima, animelle, ripeto, che debbono 
in cerii casi essere regolati da leggi speciali e locali. Muntine 
Manie riconosce la necessità di rispettare alcune speciali 
leggi locali che si addimandano comunali perchè di piccole 
comunanze, leggi che corrispondono ad una varia necessità 
imposta da consuetudini o da locali costumanze, e se am¬ 
mette questa necessità ne' riguardi dell'Italia, ciò non significa 
che Mante voglia ammettere, ne’ riguardi deintalia. la plura¬ 
lità di reggimenti poliliei. i quali, secondo il sistema politico 
unitario del nostro Poeta, dovevano essere abbattuti, poiché 
in Italia, considerata alla stregua «li un regno particolare, uno 
conviene che sia il re che regge e governa. 

E se nel regno particolare <e regno particolare appunto 
era considerata l’Italia nel pensiero dantesco) se nel regno par¬ 
ticolare, ripeto, uno conviene che sia il re che regge e go¬ 
verna , con quale sicurezza può affermarsi che ('Alighieri non 
tocchi per nulla il diritto pieno della legiltunità dei due re 
di Sicilia, dei duchi, dei marchesi, dei conti, nominati nella 
lettera diretta agli italiani pei- la venuta di Arrigo Mi, se 
costoro poi nel canto 17 del Purgatorio vengono indistinta¬ 
mente designati sotto il nome di tiranni? Le terre d'Italia tutte 
piene son di tiranni; ecco l’amara e dolorosa constatazione 
di Mante, il quale voleva invece che le terre tutte d’Italia fos¬ 
sero unificate sotto il dominio e il governo diretto del re d’I¬ 
talia e imperatore romano. Ora io lascio che altri libera¬ 
mente seguiti a discutere se PAIighieri ammetta o non am¬ 
metta il regno italico per venire nella conclusione o di rico- 



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noscere o di negare il principio dell'unità italiana nella niente 
di Dante. A rendermi persuaso che Dante ammette tale prin¬ 
cipio a me bastano (per ora) le parole di Dante stesso già 
riportate : .nel regno particolare uno conviene che sia il re 
che regge e governa; le altre dichiarazioni che trovo nella 
lettera indirizzata ai principi e popoli d'Italia, e che mi accingo 
ad illustrare, sono da me considerate come prove perentorie 
che valgono a provare inoppugnabilmente che Dante pensò 
e desiderò l’imità di governo e di dominio per l’Italia. 

Taluni però si riportano a questa lettera che Dante, nella 
imminenza della venuta di Arrigo VII in Italia, indirizzò ai re, 
ai senatori di Roma, non che ai duchi, ai marchesi, ai conti e ai 
popoli tulli per trarne sostegno alla contraria opinione. Co¬ 
storo opinano che avendo Dante indirizzata ai diversi tiranni 
d’Italia la lederà, egli dovesse per conseguenza riconoscere la 
legittimità del loro dominio. Ma se in vero così fosse, appari¬ 
rebbe manifesta la contraddizione di Dante con la base del 
suo sistema politico. 

Ma siccome in Dante (come già ho detto) non può essere 
contraddizione, io alterino che nella lederà in parola, contra¬ 
riamente a quanto opinano taluni, Dante medesimo dichiara 
cli’egli vuole l'unità di dominio e di governo nei riguardi 
dell’Italia. 

K’ vero die Dante in questa tollera si rivolge « a tutti 
« e singoli i re d’Italia, ed ai senatori dell'alma urbe, e 
«così ai ducili, marchesi e conti e ai popoli ». A tutti costoro, 
che nel sacro poema sono accomunali tra i tiranni che riem¬ 
pivano ed infestavano te lare tulle d'Italia costringendola 
ad essere serva, di dolore ostello, e. nave senza nocchiero in 
gran tempesta, a lutti costoro, ripeto. Dante annuncia la pros¬ 
sima venuta dell’imperatore, inneggiando alia paci» e alla con¬ 
cordia, ma al tempo slesso esortando e minacciando tutti i si¬ 
gnori d’Italia die si opporranno al grande riordinamento poli¬ 
tico d’Italia. Vj quale sarebbe stato questo politico riordina¬ 
mento? Dante Io fa intendere assai chiaramente. Leggiamo 
l'apostrofe all'Italia, e qni vvll capire r.apiat : « Rallegrati fm 
« da ora, o Italia, che sei da commiserare pur dai Saraceni m 
il principio di questa apostrofe non è veramente lusinghiero 
per i re, ducili, marchesi, conti che esercitavano il potere 
politico nella penisola, e ai quali è rivolta la lettera) « e che 
« ben presto parrai oggetto d’invidia a tutta la terra; poiché 
« lo sposo Ino, consolazione del mondo e gloria del tuo po¬ 
li polo, il clementissimo Arrigo, Divo e Augusto Cesare, si af- 



— 44 — 


« fretta atte tue nozze. Asciuga io lagrime, e cancella ogni 
« tracciti deH’ufllizione, o bellissima; che vicino è colui die 
« ti libererà dal carcere degli empi; che mettendo al luglio 
della spaila i malvagi, li distruggerà, e la sua vigna affi¬ 
ti derà ad alivi coltivatori i quali rendano frutto di giustizia 
•< al tempo delle messi ». 

Questa tenera apostrofe all'tlalia include anela* una Ior¬ 
ribile minaccia ai tiranni di cui sono piene le terre tulle d’Italia; 
essi saranno distrulli; l'imperatore romano, e per conseguente 
il nuovo re ((‘Malia, die risiederà in Moina, donde reggerà 
e governerà l’Italia, diventila giardino deli imperio, deposli i 
tiranni, provvederti per mezzo ile’ suoi ministri, o vicari (desi¬ 
gnali sotto il nome di coltivatori) al l'integerrima amministra¬ 
zione della giustizia nelle proviucie d’Italia (intesa sotto il nome 
di vigna) sottoposta al suo regio potere. 

Manie prosegue nella sua lettera: «< Ihi/.zò misericordiose 
«< le orecchie il furie Leone della iribù di (linda, e reso pie- 
re toso al gemito della universa schiavitù, suscitò un novello 
« .Uose, die strapperà il suo popolo dall’oppressione degli 
<* Egiziani ». 

Manie dicendo alNtalia : « lo sposo Ino si affretta alle 
« tue nozze », cliiarissimamente fa intendere die Arrigo di¬ 
verrà re d'Italia. Inoltre dicendo che Arrigo sarà un nondfn 
I tose, che strapperà il suo popolo daU'oppressione degli Egizi, 
fa apertamente intendere che Arrigo libererà i popoli d'Italia 
dalla dominazione degli innumerevoli tiranni che la rendevano 
bestia dalle molte teste. Manto annuncia che il nuovo re d’I¬ 
talia arrecherà distruzione per i ribelli, per i malvagi; mise¬ 
ricordia e perdono per chi vorrà fare sottomissione all'im¬ 
peratore romano il quale per ciò segue, come osserva A. Monti, 
la linea di condotta dei Romani : paveere snhiectis debellare 
superbos. 

Mante passa quindi ad individuare i presunti superbi, i 
pertinaci, e li stimola alla sottomissione al legittimo impera¬ 
tore romano e re d'Italia, e rivolgendosi a costoro che sono 
i Lombardi, così favella: « De poni, sangue de* Longobardi, 

« l’accumulata barbarie; e se alcuna reliquia ancora sopra- 
« vanza del seme dei Troiani e dei Latini, cedile il posto: af- 
» finché! {'aquila sublime, quando sopravverrà discendendo a 
■f guisa di folgore, non veda i suoi nati scacciali di nido, e 
il luogo della propria prole occupalo dalla genitura dei 
« corvi. Orsù, schiatta delia Scandinavia, tale di bramare 



— 45 — 


« icome sia da \oi) la presenza di Colui, del quale ora meri¬ 
ti Lainente paventate la venula. E non vi seduca con alluci¬ 
ni naiite miraggio la cupidigia, paralizzando con non so quale 
« dolcezza, a guisa delle Sirene, il vegliante raziocinio. Preoc- 
« cupate il suo assetto nella confessione di sottomissione, e 
« giubilate nel salterio del pentimento, considerando che « chi 
« resiste alla Podestà costituita, resiste al comandamento 
<« di Dio. Chi è ribelle alla legge divina, ricalcitra contro una 
volontà eguale alla onnipotenza. Ed è cosa dura contro lo 
« stimolo ricalcitrare! » 

Inoltre Dante non tralascia di esortare i popoli tutti d'I¬ 
talia, Ira i quali sono compresi i compagni di esilio, allinchè 
depongano gli odi di parte e cooperino alla invocata pacifi¬ 
cazione. 

Al paragrafo sesto giungiamo Umilmente al punto, ove 
Dante, aperlis verbis dice a coloro che si ostinano a travisare 
il suo sistema politico con solìstiche congetture lontane le 
mille miglia dal suo pensiero, che egli fermamente intende che 
l'imperatore romano debba essere anche re d'Italia. Ed in¬ 
fatti Dante in questo paragrafo della citata lettera rivolgendosi 
ai popoli lutti d’Italia dice loro: « Evigilale igitur onines, et 
« assurgile regi vestro, incoine Ealiales. non solimi sibi ad im- 
« pel ium, sed, ut liberi ad regimen reservati. Destatevi dunque 
« tutti, o cittadini d’Italia, e levatevi incontro al vostro re, 
« riservali a lui non solamente per- l'imperio, ma, come uo- 
« mini liberi al reggimento ». 

Dui è chiaro che Dante apostrofando gli italiani dice a 
questi che Arrigo VII è il loro re . il quale (come giustamente 
spiega A. Monti — Le lettere di Dante) « più che imperio sovra 
« i sudditi, eserciterà provvido governo su uomini liberi ». 

Ed è perciò che Arrigo VII viene detto sposo d’Italia il 
quale s’affrelta alle sue nozze. 

Nel paragrafo settimo poi, Dante rivolgendosi ai cittadini 
italiani per esortarli a sottomettersi al loro re Arrigo VII. 
annuncia a costoro l'effettivo territoriale possesso su l'Italia 
del Titano purificatore , del Clementissimo Arrigo, Divo p 
Augusto: «0 voi che bevete alle sue correnti, e navigate i 
« suoi mari; voi die calcate le arene delle spiagge e le cime 
« delle Alpi che sono sue ». 

Poi Dante accenna ai cittadini italiani i benefici effetti 
ch’essi trarranno dal nuovo ordinamento legislativo di Ar¬ 
rigo VII re d’Italia, ordinamento legislativo che oltre ad assi- 



curare ai sudditi il godimento di quei beni che addhnandansi 
di pubblica ragione, ne tutela ancora le private proprietà : 

voi che godete i pubblici vantaggi, quali si siano, 
« e possedete le vostre cose private non per altro che per i 
« vincoli delia sua legge.... ». 

Come chiaramente apparisce, qui Dante circoscrive il 
potere regio di Arrigo entro i limiti d'Italia (ove egli ap¬ 
punto regna e regge, secondo il sistema politico di Dante) 
ma considerandolo poi nella sua qualità (l'imperatore ro¬ 
mano, la cui giurisdizione termina con l’Oceano, aggiunge 
nel medesimo paragrafo clic « quanto il cielo circonda è orlo 
* suo e lago suo. Infatti « di Dio è il mare, ed egli lo fece; e 
« la terra furono le sue mani a fondarla. Onde per le mara- 
« viglie che sono state operate è posto in luce avere Iddio pre¬ 
ti deslinato il romano principe, e, come attesta la Chiesa, averlo 
« egli di poi confermato con la parola del verbo ». Laonde, ri¬ 
petendo quanto si è dello, se la giurisdizione di Arrigo come 
re è circoscritta entro i contini d’Italia, la giurisdizione di 
lui come romana principe si estende a quanto il cielo circonda. 

Ora se la duplice autorità e giurisdizione tanto regia, 
quanto imperiale di Arrigo viene dichiarata ed affermala in 
guisa così chiara da non revocarsi in dubbio, chi vorrà pro¬ 
seguire a negarla e a non volere ammettere che l’Italia nella 
sua interezza costituiva nel pensiero dantesco un solo ed unico 
regno, e che Arrigo prima d’essere imperatore dei Romani, 
di veni ra re d’Italia; e « che esso (come giustamente scrive 
« l’Èrcole) mentre come imperatore aveva il governo del mondo, 

« come re d’Italia teneva il reggimento diretto della penisola, 

« la quale per questa via attingeva il principio idealo e pra- 
«< tiro della sua unità?» Solamente in questa guisa Dante ve¬ 
deva applicato interamente il suo sistema politico. E (piale 
sia questo sistema politico intorno alla giurisdizione deH’im- 
peratore romano che per conseguenza deve essere anche re 
d’Italia è stato da ine già spiegalo con le parole di Vir¬ 
gilio nel 1° dell'/n/erno. Ma ora cade a proposito di ripetere 
l’insegnamenlo di Virgilio, il quale dice che Dio in tutte parti 
impera, e quivi regge , quivi nel cielo è la stia città e l’alto 
suo trono. In queste parole di Virgilio, come già si è detto, 
viene fatta la distinzione tra imperare e reggere. 

Dio, come imperatore, è il supremo signore dell’universo 
creato, come re ha il suo trono nel cielo empireo, dove la 
sua città, quivi regna e regge. Questo, torno a ripetere, è 



— 47 — 


la base granitica ilei sistema politici) dantesco al quale il 
nostro Poeta non rinunzia mai, checché ne pensino i suoi com¬ 
mentatori che non vogliono assolutamente ritenere possibile 
che Dante abbia pensato all’unità di dominio e di governo del¬ 
l'Italia. Eppure senza questa unità di dominio e di governo 
dell’Italia il sistema politico di Dante non avrebbe la reale 
applicazione tanto strenuamente da lui propugnata. 

E ripetiamo ancora ciò che Dante vuole : egli vuole che 
l'imperatore romano sia supremo signore di tutta la terra, 
così come Dio è supremo Signore della universa creazione, 
e come a Dio sono subordinate le Intelligenze motrici dei cieli, 
così all'imperatore romano debbono essere subordinate tutte 
le podestà reggitrici delle singole parti della terra. Inoltre 
per la stessa ragione che Dio, come re, ha il suo trono nei 
cielo empireo, dov’è la sua città, e da quivi regge e governa 
por entro i limiti del cielo empireo, cosi l’imperatore romano 
come re deve avere il suo trono in Italia, dov’é la sua città, 
oli e Piuma, e da quivi deve reggere e governare entro i li¬ 
miti dell’Italia, e come imperatore deve estendere la sua giu¬ 
risdizione sino all'Oceano. 

E per questa ragione nella lettera di Dante, Arrigo è ap¬ 
pellato re d'Italia, il quale perciò dovendo entro i limiti d’Italia 
regnare e governare, questi limiti sono dichiarati da Dante, ed 
egli no parla pai titamento nominando i fiumi, i mari, le arene e 
le Alpi (l'Italia. Infatti entro questi limiti si estendevano i benè- 
lici effetti del reggimento e del governo di Arrigo mercé le sue 
leggi tutelalrici dei diritti dei liberi cittadini italiani. Ma sic¬ 
come il re d’Italia, Arrigo VII, è anche imperatore romano, 
Dante fa considerare agli italiani che la giurisdizione di costui 
circoscritta nei limiti d’Italia come re, si estende per la qua¬ 
lità di Arrigo come imperatore romano, a quanto il cielo cir¬ 
conda. 

Dopo quanto si é fin qui ragionato, e dopo che si sono 
addotte le esplicite dichiarazioni di Dante che abbiamo nelle 
parole di Virgilio e nella lettera ai principi e popoli d’Italia, 
credo che non possa esservi alcuno che voglia persistere a 
negare a Dante la concezione dell'unità di governo e di do¬ 
minio per l’Italia. 

E dopo quanto si é detto e si è ragionato non so che 
effetto possano fare le opinioni di coloro che sono in aperta 
opposizione al sistema politico di Dante. 

Il Carducci nel discorso l'opera di Dante si esprime: 



- 48 - 


« Dante invidiò i tempi beati di Cacciaguida quando Firenze 
« aveva per confine il Galluzzo. Da ciò all’imità d’Italia ci 
<( corre ». 

Sembra che di questa opinione sia anche il Del Lungo: 
« non crediamo che Dante Alighieri, l'uomo a cui Trespiano 
« e il Galluzzo parvero per il suo turbolento comune salutari 
« confini , l’Italia intera , l'Italia del Ile Vittorio Emanuele , possa 
« averta pensata mai. 

Ma queste affermazioni debbono essere considerale onnina¬ 
mente gratuite. Quando Dante si riporta ai tempi di Cacciaguida, 
ripensando con rimpianto alla cinta delle antiche mura fioren¬ 
tine. egli tratta della piaga dell’urbanesimo che infieriva ai 
suoi tempi in Firenze, e dalle paiole di Dante non ò lecito 
allatto dedurre ch’egli non potesse pensare intera. 



IL SISTEMA POLITICO DI DANTE E IL SISTE¬ 
MA POLITICO DEL DUCE DELLA NUOVA ITA¬ 
LIA - UNITÀ DI COMANDO - CONTINUITÀ DI 
GOVERNO-DIRETTIVA DI UN CAPO SUPREMO 


Dante Alighieri, il massimo dei nostri Poeti, l’insigne ii- 
losofo, il profondo teologo, che bene a ragione fu detto il re¬ 
stauratore dell»'! nuova civiltà europea, Dante Alighieri, ri¬ 
peto, pei* la concezione del suo sistema politico che a mano 
a mano andrò illustrando nel corso di questa mia opera, ap¬ 
pare uno dei più cospicui luminari della scienza politica del 
medio evo. 

Infatti nelle opere del massimo Poeta « noi troviamo la 
« vita collettiva della specie umana, la legge di continuo svi- 
« lappo, il suo moto ascendente all’appoggio di sempre più 
« estesa associazione, la previsione deH’iinità sociale, che sor- 
« gora dalla distribuzione di tutte le varie funzioni in ordine 
« allo scopo comune, la teoria del dovere con tutto quello che 
«forma la base e il merito d'ima scuola, che si vuole non 
« iseorgesi su che fondamento) chiamare francese ». iFerhaz/.i 
— Manuale Dantesco). 

Dante segnava in questa guisa le basi del suo sistema 
politico: Iddio, come imperatore, è il supremo signore del¬ 
l’universo creato; come re ha il suo trono nel cielo empireo, 
dov’è la sua città e quivi regna e regge. 

Gli altri cieli sono governali da speciali Intelligenze, tutte 
le quali però si uniformano al volere del Sommo Imperatore. 

L’imperatore romano deve essere supremo signore di 
tutta la terra così come Dio imperatore è supremo signore 
dell’universa creazione, e come a Dio sono subordinale le In¬ 
telligenze motrici dei cieli, così all’imperatore romano deb¬ 
bono essere subordinate tutte le podestà reggitrici della terra. 

Dante era di parere che ciascuna nazione, considerata come 
un regno particolare deve avere un capo che rivestito di un 
potere forte dellunità , costituita dall’appoggio di più alti intei- 



- 50 


letti provvegga con tranquilla sapienza a tutte le varie fun¬ 
zioni da compiersi, e svolga un’azione costante per imm tenere 
la concordia e la pace fra i reggitori dei singoli Stati. 

Dante insegna che per conseguire il benessere di ciascun 
regno è necessario l'unità di comanda e la continuità di 
governo. 

Fatta questa necessaria premessa sul sistema politico di 
Dante, passerò a rilevare la idealità del sistema politico nuis- 
soliniano per quanto concerne resistenza di un Capo, l'unità 
di comando, la continuità di governo. 

Dobbiamo ammettere che nelt'ordinamenU) dello Stato Fa¬ 
scista il sistema politico di Danio ha avuto la sua piena rea¬ 
lizzazione. In quanto alla unità di comando e alla continuità 
di governo , dobbiamo riconoscere che nello Sialo Fascista: 
« non esiste alcuna forza politica fuori delio Stalo; la sovra- 
« nità risiede nello Stalo; il governo è unitario, diretto da un 
•t Capo » i ecco colui> che in ogni singolo stato e. nazione , uni¬ 
formandosi alte direttive deli imperatore romano, avrebbe do¬ 
vuto sostenere .secondo il sistema politico dì Dante) te parti 
di pilota e di capo supremo , H cui precipuo scopo è di rag¬ 
giungere il benessere del popolo e mantenere la pare uni¬ 
versale). 

Questo Capo, in ogni nazione e stalo, deve essere forte 
dell’appoggio dei più alti inlelletli, e questo appoggio «> coopc¬ 
razione costituisce per Dante la necessaria unità. K nel si¬ 
stema politico mussoliniano questo appoggio e questa coope¬ 
razione voluta ila Dante, è raggiunta con la istituzione del 
Clan Consiglio, il quale è •« organo supremo del complesso 
< d’istituzioni die tendono a concludere nella unità statale 
■«tutta la società nazionale». Maraviglio Mie basi ilei 
Regime ». 

Del Clan Consiglio infatti fanno parie, oltre i membri 
« del Governo tulli gli esponenti delle varie organizzazioni. 
« che in varia guisa ed in diversi momenti partecipano alla 
« vita dello Stato ». * Maraviglia - Alle basi del Regime). Ed 
ecco ciò che Dante chiama la coopcrazione de’ più alti in¬ 
telletti. 

La sovranità dello Stato adunque. .« emana non più da 
«i una Camera avulsa dallo Stato, ma dalle forze elementari 
« del regime, rappresentate dal Gran Consiglio «lei Fascismo : 
•Maraviglia : alte basi del Regime). Dante riteneva dannoso alla 
continuità del potere non solo le lolle dei partiti, ma l'est- 


51 


stenza ancora di essi. Ed il Fascismo non ha operata la sop¬ 
pressione dei partiti? E non poteva essere altrimenti poiché : 
« nel sistema fascista non sono i partiti, che dall’esterno danno 
« il governo allo Stato, ma è lo Stato, che esprime dalla 
« sua intima coscienza e attraverso le sue fondamentali isti- 
<( tuzioni politico sociali il proprio governo, » {ecco la coopcra¬ 
zione voluta da Dante intesa nell'appoggio di più alti intelletti 
che debbono dirigere i movimenti di queste fondamentali isti¬ 
tuzioni politico-sociali del proprio governo). « Il che presup- 
« pone imo Stato che sia esso stesso un organismo etico po- 
« litico potentemente volitivo e non già un inerte meccanismo 
« che soltanto dei fattori esterni, come i partili, possono met- 
« tere in moto; ossia uno Stato che abbia esso stesso un’anima 
« politica e non siano più i partiti ad insinuargliela più o meno 
« gagliardamente di tempo in tempo. 

« In un regime così concepito e costituito, Io Stato è to- 
« talitario per definizione, nel senso cioè che nessuna forza 
« politica può esistere oltre e fuori di esso. La vecchia fun- 
« zione di partito diventa pertanto incompatibile con l’idea 
« nuova dello Stato, che non ammette pluralità di coscienze, 
«( di indirizzi e di fini ». tMaraviglia - Alle basi del liegime). 
Così nello Stato Fascista è raggiunta in massimo grado l'unità 
di comando propugnata da Dante come fondamento del benes¬ 
sere dei cittadini di qualsiasi Stato e nazione. Dante afferma 
la necessità dell’unità dicendo che di più cose ordinate ad un 
line, bisogna che una regoli e le altre sieno regolate. 




LA PACE UNIVERSALE, STRENUAMENTE 
PROPUGNATA DALL’ALIGHIERI FORMA 
IL PENSIERO DOMINANTE DEL DUCE 
DELLA NUOVA ITALIA 


Dopo l’immane guerra che parve quasi riabissare nelle 
barbarie il mondo, appare evidente che il precipuo problema 
che assilla i governi e i popoli sia il raggiungimento di una 
pace universale e duratura. 

K questa sacrosanta aspirazione alla pace è anche il 
desiderio dominante del Duce Magnifico il cui pensiero si lancia 
coraggiosamente nella oscurità del futuro, e predispone i 
mezzi e i modi della pace europea ed universale. 

La passione della pace che ferve nel cuore generoso del 
nostro Duce, può considerarsi come la continuità del pensiero 
Dantesco attraverso i secoli. Il nostro massimo Poeta rischiara 
le tenebre deil’età barbara con la sua dotti-ina filosòfica, e 
dall’Italia, desolata per lotte fratricide egli annuncia ai po¬ 
poli di tutte le nazioni, di tutti i regni che: La pace universale 
è la migliore delle cose stabilite per la nostra felicità. Pax 
universalis est optimum et munì quae ad nostrum beatitudiuetn 
ordinarentur. 

li’ nolo che Dante, come ho già detto ed ora ripeto, per 
mantenere la pace tra tutti i popoli voleva quasi una confe¬ 
derazione di nazioni e di regni che governati dai singoli reg¬ 
gitori riconoscessero l’autorità suprema dell'imperatore ro¬ 
mano. 

Nel Capitolo IV del IV Trattato del Convivio leggo che ■■ lo 
« fondamento radicale della imperiale maestà, secondo il vero, 
•< è la necessità della umana civiltà, che a un fine è ordinata, 
« cioè a vita felice, alla quale nullo per sè è sufficiente a ve* 
« nire senza aiuto di alcuno, conciosiacosachè l’uomo bisogna 
«di molle cose, alle quali uno solo satisfare non può... E 
« perchè una vicinanza non può a sè tutto satisfare, conviene 
« a satisfacimenlo di quella di essere la città. Ancora la città 



54 — 


«richiede alle sue arte e alla difensione vicenda e fratellanza 
« colle circonvicine cittadi e però fu fatto il regno. Onde con- 
« ciosiacosachè l'animo umano in terminate possessioni di terre 
« non si quieti, ma sempre desideri gloria acquistare, discordie 
« e guerre conviene surgere tra regno e regno, le quali sono 
« tribulazioni delle cittadi; e per le cittadi delle vicinanze; e 
« per le vicinanze delle case, e per le case dell’uomo, e così 
« s’impedisce la felicità. Il perchè, a queste guerre e a le loro 
« cagioni torre via, conviene di necessità tutta la terra, e 
« quanto ali’uniana generazione a possedere è dato, essere Mo- 
« nardi in, cioè un solo principato e un principe avere, il quale, 
« tutto possedendo e più desiderare non possendo, li re tenga 
« contenti nelli termini delti regni, sì che pace intra loro sia, 
« nelli quali si posino le cittadi e in questa posa te vicinanze 
« s’amino, e in questo amore le case prendano ogni loro bi- 
« sogno, il quale preso, l'uomo viva felicemente... >». 

Dante però non intendeva di accordare al supremo Impe¬ 
rante (siccome saviamente scrive il Fraticelli) un assoluto e il¬ 
limitato potere, ma voleva che questi fosse siccome capo e 
moderatore di tanti governi confederali, i quali da per sè 
colle proprie leggi si reggessero, al tempo stesso che dipen¬ 
devano da lui, quasi centro e anima vivificante di molte membra, 
destinate a fare, per la generai forza ed unione , un solo va¬ 
stissimo corpo. 

« Advertendum sane (così Dante insegna nel primo libro 
de Monarchia) quod cum dicitur humanum genus potest regi 
per unum supremum principem. non sic intelligendum est, ut 
minima iudicia cuiuscumque mimici pii ab ilio uno immediate 
prodire possint : cum et leges municipales quandoque defi- 
ciant. et opus habeant direlione... habenl namque nationes 
regna et civitates inter se proprietates, quas legibus differen- 
tibus regulari oportet ». 

Dal che chiaramente apparisce che Dante neH’imperatore 
non voleva un assoluto padrone, ma un magistrato supremo 
che, conformato si fosse alle leggi delle varie nazioni, dei dif¬ 
ferenti regni delle diverse città e che, siccome nel Comnuio 
si dichiara, a tórre via te guerre e le loro cagioni... avesse te¬ 
nuti i re contenti nP termini de’ loro regni, sicché pace stata, 
fosse intra loro. 



DANTE ANTESIGNANO D’UN ARBI¬ 
TRATO SUPREMO PER DIRIMERE 
LE CONTROVERSIE E MANTENERE 
LA PACE TRA LE NAZIONI 


Dante inoltre per mantenere la pace tra i vari stati d’Eu¬ 
ropa, e della terra, voleva che, ristabilito l’Impero Romano, 
aH’Imperatore ricorressero i regnanti dei singoli stati in caso 
di controversia e di litigio. Ammiriamo il pensiero po'ilico di 
Dante, pensiero veramente precursore! La funzione di un arbi¬ 
trato superiore che Dante ben chiaramente definisce e vuole as¬ 
segnata all’Imperatore romano, oggi è devoluta alla Società 
delle Nazioni! 

Dante, come giustamente osserva il Solmi, « volle servire, 
« con gli interessi della nazione italiana, gli interessi supe- 
« riori della civiltà, dimostrando, con gli argomenti della ra- 
« gione e della storia, la necessità di un potere politico su¬ 
ll perstatale per una pace durevole e giusta. 

« La sua dimostrazione, che supera la dottrina aristotelica, 
« pur adottandone il metodo e gli argomenti, è più che mai pre- 
« cisa e persuasiva. Essa procede, come vuole la Scolastica, 
« con gli argomenti della ragione, ma giunge a risultati con- 
« creti. 

« Il principio »• desunto da Aristotile, « Quando più cose ad 
« ano line sono ordinate, una di quelle conviene essere rego- 
« lante, o vero reggente, e tutte le altre rette e regolate »». Così 
« avviene anche per gli organismi politici. Questi non rattenuti 
« da freni, sono indotti non meno degli individui, a superare i 
« confini del proprio diritto e ad invadere l’altrui, onde guerre 
« tra regni e regni, tra città e città, tra popoli e popoli. E’ uno 
« spettacolo di tutti i giorni, dice Dante : « si come per espe- 
« rienza vedemo ». Da ciò Tinsuffìcienza dello Stato come era 
« risultato da talune riflessioni di Aristotile: ossia la corruzione 
« dello Stato e fimpedimento alla felicità, poiché, in un go- 



- 56 - 


« verno obliquo, anche l'uomo virtuoso può diventare e diventa 
« un cattivo cittadino. Lo Stato, sia nella forma della civilas o 
<t del regnimi , sia monarchico, aristocratico o democratico, ha 
« vita sufficiente e buona, ma esso non resiste alle cupidigia 
« dei beni terreni e allora determina confusioni e guerre e si 
« corrompe. 

« lira non è ammissibile che il genere umano, creato e re- 
« dento da Dio, non abbia in sè i mezzi per eliminare queste 
« cause fatali di corruzioni e di rovina, perchè Dio e la natura 
« non mancano mai nelle cose necessarie ». Ed il rimedio se¬ 
condo Dante esiste per infrenare le lamentate cupidigie dei 
beni terreni in altri termini per infrenare le brame imperia¬ 
listiche ed egemoniste delle singole nazioni cause precipue 
se non uniche delle guerre). Ed il rimedio proposlo da Dante 
è questo: 

« Ovunque vi può essere litigio, ivi deve esservi un giu- 
« dizio : altrimenti vi sarebbe la cosa imperfetta senza il suo 
« perfettivo. Ciò non è possibile, poiché Dio e la Natura non 
« vengono meno nelle cose necessarie. Fra due principi di cui 
« uno non sia soggetto all’altro può esservi litigio o per colpa 
« loro o per colpa dei sudditi come facilmente si comprende. 
« Fra costoro è necessario vi sia un giudizio. Ma non polendo 
« l'uno di loro giudicare l’altro, per la ragione clic l'uno non 
« è soggetto all’allro (ammesso che il pari non ha impero sul 
» suo pari) è necessario siavi un terzo di più amplia giurisdi- 
« zione il quale per l’ambilo del suo diritto comandi ad en¬ 
ti Innubi. E questi o sarti il monarca o no; se rosi, si Jia il 
« proposito: se non vuol dire ch’egli avrà un eguale a se fuori 
« dell'ambito della sua giurisdizione, ed allora si renderà ne¬ 
ll cessano un terzo. E cosi si procederà aH'infinito ciò che non 
« può essere, o converrà ad un (ìiudice primo o sommo per 
« giudizio del quale si eliminano tutti i litigi indirettamente o 
« direttamente, e questi sarà il monarca o l'imperatore ». 

E qui giova rilevare che, secondo il concetto politico di 
Dante, pacifista per sommo grado, le controversie, i litigi tra 
le nazioni, debbono essere composte pacificamente e senza 
promuovere guerre, rimettendosi al così dello arbitrato del¬ 
l’imperatore romano, le cui decisioni dovevano essere intera¬ 
mente accettate, poiché l’imperatore romano veniva ad es¬ 
sere in tale funzione il giudice primo p sommo. 

Laonde 'come giustamente osserva il prelodalo Solmi) 
« l'argomento razionale, che suffraga questa rosi Dizione dante- 




— 57 


u sca, è a jiuì nolo : solo la giustizia deH'imperutore è perfetta, 

>i perchè essa viene da una potenza die « lutto possedendo e più 
« desiderare non possendo », è esente dal vizio della concupi- 
« seenza, la quale inlirma lutto il resto del genere umano, 

'< e di più è, meglio di ogni altra, illuminata da un amore 

< disinteressalo di bene (cariloa .seti rechi (Medio). A questa 
« potenza suprema, tenuta a conformarsi ai dettami della ra- 
■< gione, cioè alla auIonia lilosolica e alle leggi romane, che 
« imitano la giustizia naturale, sotto pena di venir meno alla 

giustizia o di annullare sò medesima, è divinamente afii- 
« data l'autorità di regolare, in ultima istanza, tutto il pro- 
« cesso della vita temporale, determinando con leggi generali 
In retta giustizia, I*renando e punendo le facili esorbitanze dei 
■< governanti e degli uomini, rlirimemto le liti che possono 
•< sorgere tra Stato e Sialo, e attuando così, mediante una 
• giustizia ispirala alle regole della filosofìa, quella pace uni- 
-< versale, clic è la condizione prima per il conseguimento 
*< della felicità terrena ». 

Dante, che voleva condune l'uomo «tallo stato di miseria 
allo stalo di felicità, aveva escogitato i'espedienle deli’arbi- 
trato deirimpernloro fra le nazioni e i regni per evitare le 
guerre che sono « tribolazioni dell’uomo ». 

Il sistema politico di làmie non fu recato in alto, e l’uma¬ 
nità, anzi die raggiungere lo stato di felicità voluto da Dante, 
fu sospinta ineluttabilmente dallo stato di miseria allo stato 
di disperazione, <« per lo scatenarsi delle ambizioni imperia- 
« lisiìclie delle dinastie e dei governi. Distrutta l’autorità del- 
« l’Impero cristiano, che creava una morale comune inlerna- 
•* zionale più o meno rispettata, gli stati moderni, arrivati al 
pieno possesso della sovranità, parvero non riconoscere nè 

< diritti, nè doveri, nè obblighi verso gli altri Stati, e perse- 
« guendo i loro interessi, nella mancanza di ogni autorità 
« superiore, non restò loro che il ricorso all’insidia, alla vio- 

< lenza, alla guerra. Per quattro secoli l’Europa continentale 
« fu il campo aperto di queste ambizioni e di queste sopraf- 

fazioni. Avvenne ciò che Dante voleva evitare col suo ideale 
« monarchico: i regni cozzarono contro i regni e la decisione 

< fu lasciala all’esito delle armi. 

■< Il nuovo difillo internazionale, sorgendo sulle rovine del- 
•< l’antico, si formò faticosamente in base ai Indiati, nascenti 
« da un vario equilibrio d’interessi, ma, mancando ogni san- 
« zione superiore, anche i trattati non ebbero spesso alcun 



— 58 — 


« valore, e il riguardo agli interessi dei singoli Stati fu invo- 
« cato a giustificare qualsiasi violazione del diritto. In nome 
« del principio della sovranità assoluta degli Stati, fu possibile 
« sino ai giorni nostri, e sarà forse possibile ancora, di pre- 
« parare nascostamente o palesemente, per cupidigia di do- 
« minio, una guerra d’aggressione che spesso fu giustificata, 
« più o meno ragionevolmente, con l’esigenza d’interessi vio- 
« lati o con le viste di una giustizia superiore ». 

Mancando così le sanzioni di un giudice primo e sommo, 
come voleva Dante « la sovranità assoluta degli Stati aveva 
<( generato così, incolpevolmente, una anarchia morale, che 
« più volte travolse la pace d’Kuropa... » 

« Così Dante, in tempi ancora acerbi, divinava l’idea della 
« giustizia internazionale, applicando ai rapporti tra gli Stati 
« quella regola deiranicwiqMP smini, che fin (lai tempi di Doma 
« aveva trionfato nei rapporti privati, poiché mentre il Me- 
« dioevo si era limitato ad affermare genericamente l’esigenza 
« di una giustizia o l'aveva legala all'insegnamento della Chiesa. 
« egli la portò nel terreno riservalo all'autorità laica, la rivestì 
« teoricamente delle forme che gli sembravano alle, per i 
« tempi, a farla funzionare e prescrisse ad essa l’osservanza 
« delle regole della ragione e del diritto, che solo potevano 
« garantirne la retta applicazione. Perciò l’idea di Dante, pur 
« legala all ordinamento politico del medio evo, ha esercitato 
« un notevole influsso nella formazione della coscienza inter- 
« nazionale latina, attraverso l’opera di Itartolo da Sassofer- 
« rato, di Giovanni da Legnano, di Alberigo Gentili; ed é ancor 
« oggi viva e possente » Solmi - Il pensiero politico di Dante). 


I LIMITI DELLA GIURISDIZIONE DELLE DUE 
GUIDE DELLA UMANITÀ, CIOÈ DELL’IMPE¬ 
RATORE ROMANO E DEL PONTEFICE 


Dante circoscrive ia giurisdizione dell’imperatore entro 
le cose che sono nel tempo misurate, per differenziarla dalla 
giurisdizione del sommo pontefice, giurisdizione che estendesi 
oltre le cose che sono nel tempo misurate, cioè alla chiesa e 
al secolo immortale. 

Tanto l’imperatore quanto il pontelice sono necessari per 
guidare l’umanità al conseguimento della felicità. A tale propo¬ 
sito Dante nella Monarchia così ne ammaestra: «... fra gli 
« enti l’uomo soltanto tiene il mezzo fra i corruttibili e gli in- 
« corruttibili, e per questo giustamente dai {ilosoli è parago- 
« nato aH’orizzonte che tiene il mezzo fra i due emisferi. L’uo- 
« ino, considerato in ambedue le sue parti essenziali, anima e 
« corpo, è corruttibile, se lo si considera secondo una parte, 
« cioè secondo il corpo: incorruttibile, se lo si considera se¬ 
te condo l’altra, cioè secondo l’anima... Se dunque l’uomo è 
« un medio tra i corruttibili e gli incorruttibili, giacché ogni 
« medio tiene della natura degli estremi, è necessario che ruo¬ 
te mo tenga dell’ima e dell’altra natura: ed essendo ogni na- 
« tura ordinata ad un ultimo line, ne consegue che duplice è 
« il line dell’uomo. E siccome, solo fra tutti gli enti, partecipa 
« della incorruttibilità e della corruttibilità, così solo fra tutti 
« gli enti è ordinato a due lini, di cui uno è il fine suo come 
« di ente corruttibile e l’altro d’incorruttibile. La ineffabile 
« Provvidenza dunque ha proposto all’uomo due fini da rag- 
« giungere, vale a dire, la beatitudine di questa vita, che con- 
« siste nella attuazione della propria virtù ed è figurata dal 
« Paradiso terrestre, e la beatitudine della vita eterna, che 
« consiste nel godimento della vista di Dio, alla quale la virtù 
« propria dell’uomo non può salire se non con l’aiuto del lume 




- 60 


« divino, e questa beatitudine è dato intendere nel Paradiso 
" celeste. A queste beatitudini, come a termini diversi, con- 
« viene giungere con mezzi diversi : alla prima perveniamo con 
« gli ammaestramenti lilosolìci, purché li seguiamo, operando 
secondo le virtù morali ed intellettuali; alla seconda perve- 
» nianio con gli insegnamenti spirituali, che trascendono l’u- 
« inaila ragione, purché li seguiamo, operando secondo le 
« virtù teologali : Fede, Speranza, Carità. Chiesti termini e 
« questi mezzi, sebbene ei siano additali in parte dall'umana 
« ragione, manifestataci interamente dai Illusoli, in parie dallo 
*< Spirito Santo, che ci rivelò la verità soprannaturale e ne- 
« cessaria col mezzo dei Profeti, degli agiografi e per mezzo 
de! tiglio di Dio, a lui coeterno, desìi Cristo, e dei suoi di- 
« scepoli, sarebbero trascurali per la cupidigia umana, se gli 
« uomini, come cavalli vagatili nella loro bestialità, non fos¬ 
ti sero tenuti sul reilo cammino col fremi e col morso. Perciò 
« fu (l'uopo al l'uomo avere una duplice guida secondo il du- 
« plice line, vale a dire del sommo Ponleliee. che secondo la 
•< rivelazione guidasse il genere umano alla \iln eterna e del¬ 
ti l'imperatore, che secondo gli ammaestramenti filosofici (tiri¬ 
ti gesso la generazione umana alla felicità temporale. K poiché 
■i a questo porto nessuno, o ben pochi, non senza grande dif- 
« licollà potrebbero arrivare, se il genere umano libero, cal- 
>t mali i flutti della aiieftalrice cupidigia, non godesse della 
« tranquillità della pace, questo è quel segno al quale spe- 
t cialmente deve tendere il curatore det mondo, che si chiama 
’t Principe romano, allineile in questa aiuola di mortali si viva 
•i liberamente in pace ». 

Dalle parole di Dante si rileva chiaramente quale e quanta 
importanza egli connetta atrineremento delle scienze, che sono 
validissimi mezzi a conseguire la umana perfezione che con¬ 
duce al conseguimento della felicità deU’uomo. sottoporlo a 
reggimento politico. 

Per le su esposte ragioni il nostro filosofo Poeta amma¬ 
estra che per condurre l’uomo dallo stato di miseria allo sialo 
di felicità, la imperiale autorità debba andare congiunta alla 
filosofica autorità « tanto che quella senza questa è pericolosa. 

« e questa senza quella è quasi debile, non per sé. ma per la 
•«disordinanza della gente: si che l'ima con l’altra congiunta 
•« utilissime e pienissime sono d'ogni vigore. K però si scrive 
•< in quello di sapienza : Amale il lume della sapienza, voi 
«< tulli che siete dinanzi ai popoli, cioè congiuntasi la filosofica 



— 61 — 


« autorità con la imperiale, a bene e perfettamente reggere ». 
E qui ricordiamo che « se l’uomo è un essere il quale apprende 
<* pei- mezzo dell'intelletto possibile, il fine ultimo collettivo 
« di tulio il genere umano sta nella virtù intellettiva, è dato 
« alla vita politica un contenuto scientifico, in quanto essa 
« deve attuare la somma sapienza fornita a lutti gli uomini 
« dalla potenza intellettiva, che procede da Dio. E questi sono 
« due cardini del sistema dantesco: per uno l’attività politica 
« dell’uomo si connette colla sua attività nelle altre forme della 
« vita, come la scienza, la morale, e il linguaggio; per l'altro 
« si vede una superiore ragione d’essere nell’uomo come parte 
« di una totalità indirizzata a un fine supremo. 

« Poiché dunque codesta pratica è una stessa cosa con la 
« speculazione, le occorre, per raggiungere il suo fine, lo 
« stesso mezzo di quella, cioè la pace » '/AngarelH. — Dante). 




L’AUTORITÀ IMPERIALE E L’AUTORITÀ FI¬ 
LOSOFICA NEL SISTEMA POLITICO DI DANTE 


Dante nel IV Canto deW Inferno con la immagine del no¬ 
bile castello ha significato allegoricamente l’unione dell’auto¬ 
rità imperiale con l’autorità filosofica. Fuori del castello tro¬ 
viamo le turbe del Limbo le quali rappresentano la umanità 
innocente che pei 1 le sue operazioni non conosce altra norma 
che la legge di Natura. Oh bella età dell’oro! dice il Tasso 
nell'Aminta e il Guarino nel Postar Fido. 

Alludendo a ciò ecco quanto io scrissi nel mio poema : 
« La storia della Musica e della Poesia ». 

Ma brevissimo fu quel che si dice 
del buon Saturno secolo felice! 

L’orgoglio del più forte e dell’audace 
imperversò sul debole avvilito; 
invasa fu de’ talami la pace, 
prevalse ogni più lurido appetito; 
sì che in tanto di colpe urto vorace 
Dio d’aver fatto Tuoni si fu pentito, 
e le colpe dell’uom sperdea neH’acque, 
ma presto poi l’iniquità rinacque. 

Non era il figlio al padre, o il padre al figlio 
aiuto che gl’insulti altrui non teme; 
e i frutti almen volea savio consiglio 
seccar del reo ripullulante seme. 

Chiedeasi quindi nel comun periglio 
di molti riunir la forza insieme, 
e delle genti i prossimi abituri 
parvero un tratto dar sonni sicuri. 

Nè, quale Enochia già, d’intesto legno 
crebbero allor castelli edificati; 
ma di petrose mura ebber sostegno, 
e riparo di spaldi e di fossati. 

Delle Muse così fondò l’ingegno 
alTuom, cui sono istinti al canto dati, 
i nuovi asili della sua quiete, 
ch’era il pensier d’Osiride e d'Ermete. 



- 64 


E" impulso e lena l'ilare canzone 
alla operosa radunala plebe, 
che con difese stabili si pone 
fuor delta vita del fermili zebe. 

Indi è concesso vanto ad Ai» l'ione 
che, ['ampie ad innalzar torri di Tebe, 
della sua lira al suon fa scender pronti 
macigni ancor dagli squarciati monti. 

E carmi son le leggi, ond’ha la vita 
ed ogni ben del ciltadin tutela; 
canni gli arcani, che in tremore udita 
la voce degli oracoli rivela. 

Poi da casti imenei la prole uscita 
meglio incorrotte serba in sua loquela 
le apprese inviolabili dottrine, 
che nonne umane diedero e divine. 

Tanto dalPArmonia, che delle sfere 
il vario molo tempera e misura, 
ebbe incremento l’iiom, che il suo volere 
fè conforme al voler della Natura! 

Ma quando poi dispotico potere 
giorni recò di lutto e di sozzura, 
mal conobbero allor le schiave menti 
il sacro don, che incivilì le genti. 

Nel nobile castello adunque sono significati i mezzi occor¬ 
renti per condurre la umanità dallo stato di miseria allo stato 
di felicità, dopo che essa umanità, perduto il suo stato d’in¬ 
nocenza, cadde nel baratro (fogni iniquità, in balìa perpetua 
di perverse passioni, di insaziabili cupidigie che danno origine 
a guerre che sono tribolazioni dell'nonio. 

Efficacissimo rimedio a tanti mali, politicamente si ottiene, 
conforme insegna Dante, con l’ordinamento di perfetto reggi¬ 
mento politico; cioè con l’autorità imperiate congiunta all’auto¬ 
rità filosofica. E questa è la ragione perchè nel nobile castello 
è fatta menzione di coloro che cooperarono alla fondazione 
dell’impero romano, e di coloro i quali con l’insegnamento di 
massime politiche, filosofiche e morali additano alla umanità 
le vie da seguire per raggiungere la perfezione della vita ci¬ 
vile e politica. Dante allegoricamente insegna die l’autorità im¬ 
periale «è tenuta a conformarsi e qui riporto nuovamente fas- 



— 66 — 


« arnione del Solini) ai dettami della ragione, cioè alla au- 
« tonta lilosolìca e alle leggi romane, che imitano la giustizia 
« naturale ». Così adoperando, l’autorità filosofica è chiamata 
« a regolare in ultima istanza, tutto il processo della vita tem- 
« porale, determinando con leggi generali la retta giustizia, 
a frenando e punendo le facili esorbitanze dei governanti e degli 
« uomini, dìrimendo le liti che possono sorgere fra Stato e Stato, 

(( e attuando così, mediante una giustizia inspirata alle regole 
» della filosofia, quella pace universale, che è la condizione 
« prima per il conseguimento della felicità terrena ». 

Qui inoltre cade a proposito una osservazione: Dante ci 
fa sapere che nel castello l'aura è queta a differenza del¬ 
l'aura che (rema fuori del castello. 

E ciò a significare la condizione di assoluta quiete e tran¬ 
quillila del luogo, la quale condizione è indispensabile per 
esercitare la simulazione intellettiva; poiché si esercita se¬ 
dendo e riposando in quiete. 

E alla migliore comprensione del concetto dantesco giova 
riportare alcune dichiarazioni che Dante fa nel Cap. Ili e IV del 
Trattato 1° della Monarchia : « l'intelletto speculativo per eslen- 
« sione diventa pratico, del quale il line: agire e fare. E intendo 
« parlare delle cose agibili, che si regolano con la prudenza po- 
« litica, e delle fattibili che si regolano con l’arte, e tutte sono 
■< ancelle della speculazione, come della migliore facoltà a cui 
•< il primo amore produsse in essere il genere umano. Da ciò 
•< acquista ormai luce quello che leggesi nei Politici: che gli 
« uomini forti d’intellelto sono pei- natura dominatori degli altri. 

<i E’ stato dimostralo abbastanza che operazione propria 
« del genere umano, preso nel suo complesso, è di attuare 
» sempre tutta la sua potenza intellettiva possibile, in primo 
» luogo per speculare e in secondo luogo per operare col suo 
* mezzo per estensione. E perchè, come nella parte, così av- 
« viene nel tutto, e nell’uomo particolare avviene che sedendo 
<« e riposando in quiete si perfezioni in sapienza e prudenza, 
« è chiaro che il genere umano in quiete e in tranquillità con 
« la maggiore libertà e facilità attende al proprio ufficio, che 
«è quasi divino ,secondo il detto del Salmo: Lo facesti poco 
« inferiore agli angeli. Da ciò si rende palese che LA PACE 
« UNIVERSALE E’ LA MIGLIORE DELLE COSE CHE SONO 
«ORDINATE ALLA NOSTRA BEATITUDINE ». 

E per conseguire e mantenere la pace universale Dante 
insegna che occorre la restaurazione dell’autorità imperiale. 

6 



congiunta ai! autorità filosòfica. li tutto ciò è signiliculo con 
l'allegoria del nobile castello. 

Lo scopo informativo della Divina Commedia scoine ho 
più volte dello ed ora torno a ripetere) si è quello di rimuo¬ 
vere coloro che in questa vita vivono dallo stato di miseria 
e condurli allo stato di felicità. 

Secondo il sistema politico di Dante, il mezzo per con¬ 
durre l'umanità dallo stalo ili miseria allo stalo ili felicità 
ci viene manifestato nel Capitolo del Trattato JV del 
Convivio: I! fondamento radicale della imperiale maestà, sc¬ 
ucendo il vero è la necessità della umana civiltà, che ad un 
« line è ordinala, cioè a vita felice; alla quale uuilo per se 
«è suflìcienle a venire senza l'aiuto d alcuno, con ciò sia cosa 
«clic l’uomo lia Insogno di molte cose, alle quali uno solo 
«satisfare non può. L'uomo naUirnlmenle è compagnevole ani- 
« male; e siccome l'uomo a sua sullicienza richiede una vici- 
« nunza, altrimenti molli difetti sosterrebbe, clic sarebbero im- 
« pedimenlo di felicità. R però che una vicinanza non può a 
« sè in lutti satisfare conviene a sa lisf asci meli tu di quella es- 
« sere la città. Ancora la cillà richiede alle sue arti e alla sua 
« difensione avere vicenda e fratellanza con le circonvicino 
«ciffadi. e però fu fallo il Degno. Onde con ciò sia che t*a- 
« mino umano in terminata possessione di terra non si quieti, 
« ma sempre desideri gloria d'acquistare, siccome per espe- 
« lienza vedente, discordie e guerre conviene sorgere in fra 
« regno e regno, le quali sono tribolazioni delle ribadì, e per 
«le cittadi delle vicinanze, e per le \icinan/.e delle case, v 
«per le case dell'uomo; e così s'impedisce la felicità. Il per- 
« clìò, a queste guerre e alte loro cagioni torre via. conviene 
« di necessità tutta la terra, e quanto nH'uinnna generazione a 
« possedere è dato, essere monarchia cioè uno solo principato 
« e uno principe avere, il quale tutto possedendo, e più deside¬ 
rare non possendo, li regi tenga contenti ne li termini dei re- 
« gni. sicché pace inira lor sia, nella quale si posino le ribadì. 

« e in questa posa le vicinanze s'amino, in questo amore le case 
« prendano ogni loro bisogno, lo qual preso, l'uomo viva fe- 
« iiceinente, che è quello perchè l’uomo è nato. R a queste 
« ragioni si possono riducere le parole del filosofo che egli 
« nella Politica dice, che quando più cose a imo line sono 
« ordinate, una di quelle conviene essere regolante ovvero reg- 
« genie, e tulle l'allre rette e regolate da quella. Siccome vo- 
« demo che in una nave pei diversi udiri e diversi lini di 



- 67 — 


« quella «i uno solo line sono ordinali ,cioò prendere loro de- 
<» sideralo pol lo per salutevole via : dove siccome ciascun uf- 
« lieiale ordina la propria operazione nel proprio line; così 
« è uno che tulli questi (ini considera, e ordina quelli nell iil- 
« limo di tulli; o questo è il nocchiere, alla cui voce lutti ubi- 
« dire devono. K questo vedoniu nelle religioni e negli eserciti. 
« in tutte quelle cose che sono, come dello è, a fine ordinate. 
« Perchè manifestamente vedere si può che a perfezione del- 
« l'universale reggimento della umana spezie, eonvien essere 
« mio quasi nocchiere, che considerando le diverse condizioni 
« del mondo e i diversi e necessari uflici ordinando, abbia per 
« tulio universale ed irrepugnabile ullìcio di comandare. K 
« questo ullirio è per eccellenza impero chiamalo, senza nulla 
« addizione; però eli e esso è di lulli gli all ri comandamenti ro- 
« mandameulo: c cosi chi a questo ufficio è posto, è chiamalo 
« imperatore: perocché più di lutti i comandamenti egli è eo- 
« mandalore; c quello clic egli dice, a tulli è legge, e per 
« lutti deve essere ubbidito, e ogni altro comandamento da 
« quello di cosini prende vigore e autorità. K così si manifesta 
« la imperiale maestà e autorità essere altissima nell'umana 
« compagnia ». 

Dunque conforme insegna làmie, per ollenere che l'uomo 
riva felicemente è necessaria la Monarchia od unico Princi¬ 
pato. K per lidie le cose di sopra trallate làmie conclude che 
si manifesta la imperiale maestà e autorità essere attissima 
neìl'umaua nmipmjiiia. Laonde volendo il medesimo rappre¬ 
sentare allegoricamente l’autorità imperiale, nel IV Canto del- 
r/u/mio, ci mostra le anime di coloro clic cooperarono alla 
fondazione deirimpero romano. 

Kgiialmenle volendoci làmie significare in senso allegorico 
che a condurre l'uomo dallo sialo di miseria allo stalo di fe¬ 
licità, deve all'autorità imperiale andare congiunta l'autorità 
filosofica, ci rappresenta le anime di coloro che andarono fa¬ 
mosi per le scienze. 

K ciò perchè làmie afferma : « che l'aulorilà del filosofo 
«sommo 'cioè Arislolile) non repugna alla imperiale autorità: 
« ina quella senza questa è pericolosa, e questa senza quella. 
« è quasi debile, non per se. ma per la disordinanza de la 
«genie: sì che l'ima con l'altra congiunta utilissime e pienis- 
« sime sono d’ogni vigore. K però si scrive in quello di Sa- 
« pionza: «Amate lo lume de la Sapienza .voi tutti che siete 
« dinanzi ai popoli », cioè a dire congiungasi la filosofica aulo- 
« rilade con la imperiale a bene e perfettamente reggere ». 



— 68 — 


E’ da considerale ancora che l’autorità imperiale è rap¬ 
presentata da coloro che svolsero le proprie azioni nell’ambito 
della vita civile e attiva,, mentre l’autorità filosofica è rap¬ 
presentata da coloro che vissero nell’ambito della vita con¬ 
templativa. Tanto nella vita attiva e civile quanto nella con¬ 
templativa, l'uomo può raggiungere la umana felicità. 

Nel Cap. XVII del IV Trattalo del (onvivio Dante scrive: 
« E’ da sapere che noi potemo avere in questa vita due feli- 
« cita, secondo due diversi cammini buoni e ottimi, che a ciò 
« ne menano : l una si è la vita attiva, e l’altra la contempla¬ 
te ti va; ma la felicità della vita contemplativa è più eccellente 
« che quella dell’attiva ». 

Ora questi due cammini sono completamente diversi l’uno 
dall’altro, in guisa che colui il quale gode la felicità della 
vita attiva o civile non possa quella godere che sì ha nella 
vita contemplativa. Ecco in proposito quanto ci dice Dante nel 
Trattato II del Cap. IV del Convivio : « Con ciò sia cosa che 
« quella che è qui l’umana natura non una beatitudine abbia 
tf ma due, sì confò quella della vita civile, e quella de la 
« contemplativa; inrazionale sarebbe se non vederne quelle (cioè 
« le creature) avere la beatitudine de la vita attiva, cioò ci- 
« vile, nel governare del mondo, e non avessero quella de la 
« contemplativa, la quale è più eccellente e più divina. E con 
« ciò sia cosa che quella che ha la beatitudine del governare 
« non possa l’altra avere, perché lo intelletto loro è uno e 
« perpetuo, conviene essere altre fuori di questo ministerio 
« che solamente vivano speculando ». 

E nel Cap. XXII Dante prosegue: « Veramente l’uso del 
« nostro animo è doppio, cioè pratico e speculativo, Timo e 
«( l’altro dilettosissimo, avvegnaché quello del contemplare sia 
« più. Quello del pratico si ò operare per noi virtuosamente 
« cioè onestamente, con prudenza, con temperanza, con for- 
« tezza e con giustizia; quello dello speculativo si è non ope- 
« rare per noi, ma considerare l’opere di Dio e della natura; 
« e questo uso e queiraltro è nostra beatitudine e somma 
« felicità ». 

I/uso pratico del nostro animo, che si è operare per noi 
virtuosamente cioò onestamente relto dalla prudenza politica, 
essendo ristretto nell'ambito della vita attiva e civile, questa 
vita attiva e civile, nel Canto IV dell'/«/ermi, è allegorica¬ 
mente rappresentata, come ho già detto, con l’autorità impe¬ 
riale. i cui peculiari esponenli. che sono coloro i quali coope¬ 
rarono alla fondazione dell’impero romano, troviamo ila Dante 



— 69 — 


esaltati nel nobile castello. Costoro operarono con prudenza, 
con temperanza con fortezza e con giustizia, che sono le virtù 
conformi alla legge naturale, ma non conobbero le virtù teo¬ 
logali cioè la Fede, la Speanza, la Carità, e però Virgilio nel 
VII del Purgatorio dice a Sardello parlando del bimbo: 

Univi sto io con quei che le tre sante 
virtù non si vestirò, e senza vizio 
conobber l’altre, e seguir tutte quante. 

Inolile l’uso pratico del nostro animo che si è non ope¬ 
rare per noi, ma considerare Vopere di Dio e della natura <■ 
riservato a coloro che seguono la vita contemplativa, e questa 
nel IV dell'Inferno è allegoricamente significata sotto l’auto- 
rità filosòfica, i cui esponenti che si resero famosi nelle scienze 
vediamo da Dante esaltati nel nobile castello. 

Dante nel nobile castello ci mostra gli esponenti dell’au¬ 
torità filosofica in atto di speculazione poiché qui ci viene si¬ 
gnificalo allegoricamente quanto è scritto nel Capo XIII del 
Trattato III del Convivio: «la filosofia è in atto nelle intelli- 
« genze umane solo, quando esse sono in atto di esecuzione ». 

Concludendo il Un qui dello, è mestieri far rilevare che 
Dante nella magnifica allegoria del IV Canto dell Inferno (che 
ho dichiarata solo nelle linee generali) ha voluto significare 
quanto egli insegna nel Convivio e nel Trattato della Monarchia, 
circa alla necessità che aH’autorità imperiale debba andare 
congiunta l'autorità filosofica poiché l'imperatore romano, se¬ 
condo gli insegnamenti filosofici, deve dirigere la generazione 
umana alla felicità temporale, che consiste nell'attuazione 
della propria virtù. Alla felicità temporale perveniamo « con gli 
« ammaestrameli li filosofici, purché li seguiamo operando se- 
« condo le virtù morali ed intellettuali ». Secondo Dante l’uomo 
con le armi della filosofia^ conducente al bene dell’intelletto, 
deve combattere contro le passioni, i vizi che respingono l’uomo 
là dove il sol tace in noctis tenebris , donde, come si dice nel 
flap. V del Trattato III del Convivio , non leva la sua povera 
mente a comprendere la luce della filosofia, che è la vera 
umana beatitudine, ma tiene fissi gli occhi nel fango della sua 
stoltezza. 




I POETI NEL SISTEMA POLITICO DI DANTE 


Manie nel IV i\v\\'Inferno la specialissima menzione dei 
[Mieli. Egli in prim'ordine mette i eimpie maggiori poeti : Omero, 
Virgilio, Orazio, Ovidio, e Lucano e ciò per la ragione che co¬ 
storo (piale in una, (piale in altra maniera hanno contributo co’ 
loro insegnamenti al bene della umana società, e principal¬ 
mente allo sviluppo del dantesco politico intendimento. 

K qui viene in proposito di trattare, con quella maggiore 
brevità che potrò, un argomento della più grave importanza 
secondo il sistema politico di làmie, un argomento tuttavia che 
la superila ignoranza del secolo girerà in giuoco, dato che 
riguarda l'onore specialissimo, in che si debbono avere i poeli 
dalla gratitudine dogai saggia ed onesta cittadinanza. Ma 
Dante ispiravasi al gran concetto, che su questo proposito 
l'incomparabile oratore Arpinate significava, gridando dai ro¬ 
stri di Doma : SU sanciva) (linai ras, hninunissimos lamiina.s, 
hoc poetai' nomai quoti nulla unqiimn barbarla rialti rii ». 

Il per ehe, se la età nostra ritiene spregevole un tal nome 
e vuol essere addimandata età del progresso, per sentenza di 
Cicerone, sarebbe il progresso non solo detta barbarie, ma 
di qualcosa anche di peggio. Vediamo pertanto coinè Dante 
si la propugnatore del diritto ehe hanno i poeti ad essere 
onorali. 


.Voce fu per me udita : 

(Inorate l’altissimo poeta! 

Il quale è Virgilio, che ritorna al Limbo, d’onde erasi 
dipartilo per andare in soccorso di Dante. 

K di ehi tu quella voce? .Non credasi che fosse soltanto di 
Omero, (come porta parere il D’Ovidio) o, come vogliono altri, 
di Omero, Orazio, Ovidio e Lucano, che nel quarto canto sono 
nominati, poiché molti altri ancora, egualmente poeti, erano 



— 72 


in loro compagnia, siccome affermasi nel XX11° del Purgatorio. 
Ivi a Stazio dice Virgilio : 

. . . Allora che tra noi discese 
nel Limbo deH’lnferno Giovenale, 
la tua alTezion mi le’ palese. 

E Stazio a Virgilio domanda : 

Dimmi dov'è Terenzio, nostro antico, 

Cecilio, Plauto e N arro, se lo sai, 
dimmi se son dannati, ed in qual vico. 

Costoro e Persio ed io, ed altri assai, 
rispose il Duca mio. situa con quel Greco, 
che le Muse lattar più ch’altri mai, 

nel primo cinghio del carceri* cieco. 

Spesse Hate ragioniam del monte, 
e liti le nutrici nostre sempre seco. 

Euripide v'è nosco e Anacreonte, 

Simonide, Agatone, ed altri pine 
greci, che già di Lauro ornar la fronte. 

Ma Dante nel quarto canto dell7n/mio fa menzione unica¬ 
mente di quattro, i quali, unendosi a Virgilio, formano una 
schiera di cinque, ed in tal modo egli poteva esser sesto fra 
cotanto senno. Se poi egli avesseli falli venir tutti allo incontro 
di Virgilio, allora Dante avrebbe dovuto, almeno pei- umiltà 
mettersi ultimo, ed invece di sesto, sarebbe stato appena il 
centesimo. 

Non so se questa ragione sarebbe stata accettata dal 
D’Ovidio che pur cercava d’indagare il motivo che consigliò 
Dante a nominare solamente cinque fra i tanti poeti che erano 
nel Limbo, come si rileva dal Canto XXII del Purgatorio. 

Se Dante, come abbiam veduto, fra cotanto .senno è il 
sesto, primo chi è? Nel lesto apparisce Omero il primo, Orazio 
il secondo, Ovidio il terzo. Lucano il quarto. Si vorrà pertanto 
supporre che Virgilio sia il quinto? Ma questo posto non con¬ 
viene certamente a Virgilio. Ora se il quinto non può essere, 
e se per primo è nominato Omero, qual è egli il numero che 
a Virgilio appartiene? Dante non lo dice espressamente, ma 
implicitamente sì. Omero è il primo, perch’egli è il signor tiri- 
l'altissimo canta, è dunque il primo anche Virgilio perch’egli 



— 73 — 


è l'altissimo poeta . Ciò significa che Omero e Virgilio sunt in 
honore pares , primi entrambi. 

Ma, siccome pur dianzi ho detto, tutti i poeti greci e Ia¬ 
lini die sono nel primo cinghio del carcere cieco , al ricom¬ 
parir di Virgilio gridarono unanimi : Onorate l'altissimo poetai 
E Virgilio spiega a haute: 

Perocché ciascun meco si conviene 
nel nome che sonò la voce sola, 
lannomi onore, e di ciò fanno bene. 

E come quella poetica schiera fa onore a Virgilio? Ella 
non dice : Onoriamo , ma Onorate! Onora dunque Virgilio in¬ 
vitando senza invidia ad onorarlo le turbe ch’eran molte e 
grandi e d'infanti e di femmine e di viri; per la ragione che 
altri finora non troviamo nel Limbo, che possano udire quel 
solenne invito. 

Queste turbe, nel significato allegorico, secondo che ho 
accennato, rappresentano la umanità innocente, la quale per 
le sue opere non conosce altra norma che la legge di natura. 

Ora cade a proposito di fare un'altra osservazione, e noi 
la faremo. Conforme ricorda il Perticari nel Cap. HI dell’Amor 
paino di Dante « officio de’ poeti antichi fu che primi e veri 
« maestri deila sapienza civile cantassero per ordinare le leggi 
« e le religioni, e per governare gli erranti animi al severo 
« freno delle morali dottrine ». 

E perciò Dante che nella Itivina Commedia rappresenta 
l’uomo ciie dallo stalo di miseria procede allo stato di felicità, 
in questo IV canto deII7n/ern», a conseguire il benessere so¬ 
ciale e politico della umanità, è guidato dai primi e veri mae¬ 
stri della sapienza, che sono i poeti, verso il nobile castello, 
ove da questi, superando ogni ostacolo, è alfine introdotto. Vo¬ 
lendo con queste immagini allegoriche significare ch’egli, Dante, 
con gli ammaestramenti dei poeti che lo accompagnano e che 
vediamo essere Omero, Virgilio, Orazio, Ovidio e Lucano, giun¬ 
ge ad ideare le basi del suo sistema politico col quale stabi¬ 
lisce che all’autorità imperiale, impersonata dall’imperatore 
romano, venga congiunta l’autorità filosofica, impersonata da 
Aristotele ch’è il maestro della vita, a bene e rettamente reg¬ 
gere per raggiungere politicamente il fine di condurre l’uomo 
dallo stato di miseria allo stato di felicità. 




COME DEBBONO ESSERE I RE 
SECONDO DANTE 


Dante nella sua Commedia suole premettere alcune pre¬ 
posizioni generali clu* sono fondamenti dei glandi concetti die 
mirabilmente «'intrecciano nel poema. Ha questo preposi¬ 
zioni possiamo conoscere com'egli intende che sia l’inipenitore 
romano, cioè quel supremo Signore, che, secondo il sistema 
Dantesco, dovrebbe imperare sulla universa terra, c tenere in 
pace i singoli regni, si che i piccoli e i deboli non avessero a 
temere prepotenza o assorbimento da parli 1 dei grandi e dei 
forti. 

Dante inoltre viene additando com'egli intende die siano 
i reggitori dei singoli regni. Ma perchè ciò meglio appaia, è 
necessario richiamare alcune sentenze che vi si connettono. 
.Nel XVI ilei Idinjiiloriu abbiamo che: 

Convenne legge per fini porre, 
convellile rege aver, che discernesse 
della vera «-illude almen la torre; 

cioè un Ite. che distinguesse e a gli alili addimostrasse della 
vera e ben ordinala cittadinanza almeno la parie principale 
che ò la giustizia. Così è die nel pianela ili Giove le anime 
gloriose di coloro die si segnalarono nel reggimenlo dei po¬ 
poli. si disposero in modo die dipingevano Imilaeinque let¬ 
tere Ira vocali e consonanti, per le (piali, secondo che si legge 
nel XVIII del Idi rat liso : 

IHliyile jnstiliain pria mi 
tur verbo e nome di tutto il dipinto, 

«pii jmiicaiis lerram tur sozzai. 

Am/ifr hi (jiuslìziii nò dir iforrnmlr In Inni: con questa 
massima lui principio il libro della sapienza. 

Come però si interpreta che j Ite debbano amare la giu¬ 
stizia' S’inlerpreln che non solo siano essi giusti, ma procu¬ 
rino «-he siano giusti anche quelli clic n«l essi sono soggetti. 



— Te¬ 


li die significa die i Ile debbano essere i primi ad osservare 
la legge. Se il Ile non osserva la legge, può egli, in buona co¬ 
scienza, pretendere die i sudditi la osservino? K se j sudditi 
non la osservano, può egli in buona coscienza punire ì tra¬ 
sgressori, mentre di'egli rimane impunito, e se li punisce, può 
egli in buona coscienza esser tranquillo die l'amore dei sud¬ 
diti gli accordi il privilegio della impunità? K se i sudditi non 
potranno accordargli mai questo privilegio, può egli, in buona 
coscienza, esser sicuro die la sua impunità non sin causa di 
sociale perturbamento e corruzione? 

David He era caduto in un latto che a lutti è nolo. E Ago¬ 
stino osserva die ciascuno dei suoi sudditi aveva ragione di 
dire: Si David cur non tv /n? Ma David che, come Ite aveva dato 
pubblico scandalo e incitamento a mal fare..riparò il suo fallo 
con pubblica penitenza. 

A ciò alludendo, ecco quanto in scrissi di havid nel mio 
poema : « Im Storili delta Mu sico e delta Poesia » : 

. . . Se a fralezza umana un trullo ei cede, 
opra dei suo potei* chiama l’errore, 
nè, come gli usi de’ potenti sono, 
nella eccelsa si avvolge ombra del Trono. 

Ma grande nei rimorsi ei s’avvilisce 
coraggioso a gridar suo mal talento; 
con vario arder di stimoli apparisce 
noni nella colpa, eroe nel pentimento. 

Di cenere s'asperge, e Dio gradisce 
la sublime canzon del suo lamento; 
scende il perdou sul doloroso plettro, 
e l'alma gli purifica e lo scettro. 


E pure ai tempi di Dante falli che fossero stati somiglianti 
a quelli di David, si sarebbero denominati favori iti regia 
bontà! 

Per misurare quanta allor a fosse questa bontà dei re. basti 
ricordare quanta era la bontà di Rodolfo III Signore di Came¬ 
rino, cui sopravvissero sessantaquattro tigli. Ma Dante la pen¬ 
sava diversamente e nel XIX del Paradiso egli fa vedere come 
flagellava tutti i principi d’Europa insieme riuniti. Il secolo 
tuttavia li chiamava grandi, o grandi almeno essi si tenevano. 



— li¬ 


se vogliamo credere a ciò che Virgilio dice neU'VIII dell’/n- 
ferno : 

Quanti si tengon or lassù gran regi, 
che qui staranno come porci in brago, 
di sè lasciando orribili dispregi! 

Si tenevano grandi quelli che portavano nel tempio le cu¬ 
pide vele , quelli, che più degli altri si distinguevano per la lus¬ 
suria e il viver molle , quelli insomma che impunemente vio¬ 
lavano tutte le leggi divine, e perfino le medesime leggi da 
essi latte; ond’è che Dante, vedendo che un sì fatto procedi¬ 
mento era del tutto contrario a quello stato di umana felicità 
ch’egli predicava, volle proporre ai regi che son molti e i buon 
son rari , come dice nel XIX del Paradiso un esempio che 
essi dovevano seguire, e questo esempio nella persona di Moisè 
legista e obbediente, cioè osservante delia legge da lui al po¬ 
polo annunziata. E Mosò la osservava con tanta docilità che 
nel XII de’ Numeri (verso 3) si afferma che: « Mosè era il più 
mansueto di quanti uomini vivevano sopra la terra: «erat 
« Moyses vir mitissimns super omnes hnmines, qui morabantur 
<( in terra ». 

Io qui non dico se questo esempio oggi sarebbe da imi¬ 
tarsi dai principi che governano secondo le comodità dell’o¬ 
dierno incivilimento, ma dico che, secondo il sistema politico 
di Dante, l’esempio è questo. 




L’IDEA POLITICA DI DAHTE 


L'idea politica di Dante pei 1 raggiungere io scopo di con¬ 
durre l’umanità dallo stalo di miseria allo stato di felicità era 
di restituire il potere politico all'Imperatore Domano. In con¬ 
seguenza di ciò, il Pontefice liberalo dalla soma del potere 
temporale e dalla tirannica soggezione dei Duali di Francia, 
sarebbesi interamente dedicato al suo ministero spirituale. 

lira il personaggio che in un primo tempo doveva operare 
la grande rilormugione politica d'Italia, rilorniagione die do¬ 
veva dar luogo all’altra non meno importante nel campo mo¬ 
rale, veniva da Dante adombrato sotto la figura del Veltro, la 
cui personalità storica è (^ingranile della Scala il quale do¬ 
veva apportare la salute di quell'umile llalia por riti inori la 
Vernine Camilla , Cariai o e Si so e Turno rii ferule. Dui non 
dobbiamo omettere che si fa allusione alla guerra falla {jeans 
nude Latimis patres, aUfue alla ntneaia, giacché senza la vit¬ 
toria di Knea, non si sarebbe avuto nè Doma, nè il suo Im¬ 
pero, la tpiale e il quale a voler dir lo rrro, far sfollimi, per lo 
loro snido u' siede il successor del maqqior riero. 

Salute (iellTimite Italia era il Papa per cui fu stabilita 
Doma e il suo Impero, conforme ripete Dante nel primo para¬ 
grafo della lettera ai liorenlini in data II marzo 1311. Il Papa 
allora era in Avignone, *> Dante per la salute di queirumile 
Italia, voleva che fosse ritornalo a Doma, ma i Papi intanto si 
ostinavano a rimanere in Avignone perchè osteggiati dai (iliibel- 
lini. Il Veltro pertanto doveva rimettere la Lupa nell'Inferno 
e allora sarebbe tornala la pace in Italia, e il Papa sarebbesi 
restituito a Doma formando così la salute di quelì'uniile llalia 
insieme all’Imperatore il quale, egualmente a quei tempi, man¬ 
cava. 

Ciò premesso passo a ragionare del Veltro. 




IL VELTEO 


A Dante spaventato dalla Lupa, che gli fa tremar le vene 
e i polsi , e perder la speranza dell'altezza , cioè di salire il 
monte, principio e cagion di tutta gioia, Virgilio dice : 

A te convien tenere altro viaggio, 
se vuoi campar d’esto loco selvaggio. 

Che questa bestia, per la qual tu gride, 
non lascia altrui passar per la sua via, 
ma tanto lo impedisce che lo uccide; 

ed ha natura sì malvagia e ria 
che mai non empie la bramosa voglia, 
e dopo il pasto ha più fame che pria. 

Molti son gli animali a cui s’ammoglia, 
e più saranno ancora, in fin che il Veltro 
verrà che la farà morir di doglia. 

Questi non ciberà terra, nè peltro 
ma sapienza e amore e virtute, 
e sua nazion sarà tra feltro e feltro. 

Di quell’umile Italia fìa salute, 
per cui morì la vergine Camilla, 

Eurialo e Niso e Turno di ferute. 

Questi la caccerà per ogni villa, 
finché l’avrà rimessa nell’inferno, 
là onde invidia prima dipartala. 

Questi versi vogliono dire: Bisogna che tu prenda altro 
cammino se vuoi salvarti dal pericolo di perderti di nuovo 
negli oscuri inviluppi di questa valle selvaggia. Poiché cotesta 
belva, per la quale tu gridi aiuto, non permette che alcuno passi 
oltre per la sua strada, ma tanto lo impedisce che l’uccide, re- 



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spingendolo al tenebroso e selvaggio passo, che non lasciò 
viva giammai veruna persona. 

E questa bestia ha natura così malvagio e ria che mai non 
sazia la sua bramosa voglia di fare scempio delle mal capitale 
genti, e dopo il pasto, dopo averle divorate, ha più fame che 
prima. Gli animali, a cui questa lupa si ammoglia, si giunge 
in concubito anche contro natura, perchè diversi dalia sua 
specie, molti già sono, e saranno ancora di più iniino a che 
verrà il Veltro, quel potentissimo Cane, che la farà morire di 
spasimo. Questo Cane non sarà cupido di possedimenti sì di 
terra e sì di danaro, ma di sapienza, d’amore e di virtù, e la 
ragunanzu delie genti costituite in nazione, alle quali esso ap¬ 
parterrà, sarà tra Feltro e Feltro, fra due luoghi che hanno 
comune questo nome. Eo stesso Veltro sarà la salvezza del 
Lazio, di quella bassa Italia, per la quale morirono di ferite 
la Vergine Camilla, Euriale e Niso e Turno. 

Questo Veltro le darà la caccia pei- ogni città, per ogni 
luogo, ov’ella si trovi, finché l’avrà respinta nell’inferno, donde 
il demone invidioso deH’uman bene la fece primamente uscire. 

Ora il Veltro, di cui si favella in questo Virgiliano vati¬ 
cinio è, anche secondo la più comune affermazione degli espo¬ 
sitori della Divina Commedia, colui che al tempo di Dante era 
Signore di Verona, cioè Canfrancesco della Scala, il quale 
più noto è sotto il nome di Can Grande. Di costui pertanto pre¬ 
metteremo alcuni cenni storici perchè senza essi non potreb- 
besi dimostrare ch’egli debbasi intendere significato nella fi¬ 
gura del Veltro. 

Canfrancesco della Scala nato ai nove di Marzo del 1291, 
era il terzo dei figliuoli d’Alberto Signor di Verona, che morì 
nel 1301 cui succedette il primogenito Bartolomeo, il quale 
mancò ai vivi nel 1304. « Succedette in loro potenza Alburno 
« secondogenito di Alberto, Cane il terzo dei fratelli gli era 
«stato associato verso il 1308. Amendue nel 1311, alla venuta 
« di Enrico Imperatore, ne avevano avuto titolo ed ufficio di 
« Vicari Imperiali in Verona. Ma Alburno languiva già di mor¬ 
ie tale etisia, e Cane allor di vent’anni fu solo all’impresa con 
« che tolsero Vicenza alla vicina Padova, male obbediente al¬ 
ci l’imperatore, e poi all’importante assedio di Brescia, e poi 
« a Genova; onde per la morte del fratello Alburno a’ 28 d’Ol- 
« tobre ritornò a Verona, rimanendo solo vicario Imperiale e 
« Signore. Nel 1312. e più nel 1313 e 1311, dopo la morte d’Ar- 
« rigo aveva avuto a difendere sua conquista di Vicenza e sua 



- 83 - 


« invidiata potenza contra Padova, Trevigi il Marchese d’Este 
« e il Vescovo di Feltro. Finalmente l’ardire personale di Cane 
« terminò a suo onore e prò quella lunga lotta. Nel Settembre 
« del 1314, i nimici di lui raccolsero inattesi tutto il lor nerbo, 

« campeggiarono improvvisi contra la contesa Vicenza, pre- 
« sero, saccheggiarono il Borgo San Piero, ed arrivarono alle 
« mura. Ma avvisatone Can Grande a Verona, con un solo fa- 
« miglio cavalcò rapido a Vicenza penetrovvi, rincorò i cittadini 
« e il presidio di tedeschi; e con subita sortita ai 17 Settembre 
« al grido inaspettato di viva Cane, piombò sui Padovani, li 
« disfece e sbaragliò, molti uccidendoli, più prendendone, e 
« tutto predando. Ai 20 Ottobre seguì la pace tra Padova e Can 
« Grande, a cui fu lasciata e confermata Vicenza. Signore così 
« di due potenti città, e ghibellino costante, Can Grande con 
« Pazzerino de’ Bonaccorsi, Signor di Mantova e Modena, e 
« Matteo Visconti Vicario Imperiale e Signore della principale 
« Milano, formarono in Lombardia come un Triunvirato Ghi- 
« bellino che negli anni 1315 e seguenti, guerreggiò e so¬ 
li verchiò sempre i Guelfi di Brescia, Cremona, Padova, Tre- 
« visio ed altre città. Nel 1317, nella disputa d’impero tra Lu¬ 
ci duvico il Iìavaro e Federico d’Austria, sendo da Papa Gio¬ 
ie vanni ordinato che nessuno s’intitolasse Vicario Imperiale 
« senza licenza sua, il Visconti depose quel titolo, e si fece 
« gridare dal popolo Signore Generale delia città. All’incontro, 

« lo Scaligero, addì 10 Marzo, giurò fedeltà all’austriaco, e 
« n’ebbe conferma del Vicariato di Verona e Vicenza. Final-** 
« mente ai di 1G Dicembre 1318 in parlamento a Soncino, fu 
« Can Grande eletto a Capitano Generale della Lega Ghibel- 
« lina in Lombardia, con mille fiorini d’oro al mese di sii¬ 
li pendio ». (Balbo libro 11 cap. 13). 

Quanto fosse la fama che Can Grande in Italia e fuori si 
era acquistata per tante gesta di fortunato valore ben si può 
immaginare. Lo Scaligero, cui l’universale meraviglia a buon 
diritto diede il titolo di Grande, or forse sarebbe da tutti di¬ 
menticato se Dante non lo avesse celebrato nella Divina Com¬ 
media. 

E perchè appunto celebrato da Dante la sua memoria è 
vivissima tra di noi. Ed anzi a tale proposito giova ricordare 
clic al conte Serego Alighieri, il quale gloriasi per parte di 
donna di essere un discendente delPAIighieri, nel 1928 venne in 
pensiero di fare schiudere la tomba di Cangrande nella ricor¬ 
renza del sesto centenario dantesco onde constatare de visu 



— 84 — 


se il corpo dello Scaligero che allietò di cortese ospitalità il 
grande esule Poeta, si trovasse tuttora racchiuso nell’Arca, 
sorretta dal grandioso monumento che sormonta le porte della 
Chiesa di S. Maria. 11 conte Serego Alighieri aveva fatta offerta 
di sostenere le spese occorrenti per lo scoprimento della 
tomba di Cangrande, qualora il Ministero della E. N. avesse 
concesso il chiesto permesso. 

Avutane l’autorizzazione, s’iniziarono tosto i lavori preli¬ 
minari per effettuare lo scoprimento che avvenne alla presenza 
delle autorità intervenute a presenziare la cerimonia. 

Cangrande era coricato sul lato destro, ed appariva in 
stato di perfetta conservazione. La salma stava adagiata su di 
un drappo serico tenuissimo di color giallo a striscie abbinate 
di color azzurro; e il guanciale, su cui posava il capo, era dello 
stesso colore. Il viso non presentava alterazione di sorta, il 
capo era ricoperto da folti capelli castagni : anche i denti ap¬ 
parivano intatti. La mano destra completamente conservata : 
le unghie lunghe anzi che no. La perfetta conservazione à 
opera delPaccurata imbalsamazione a cui fu sottoposto il 
corpo dello Scaligero. La spada del grande capitano che fu 
collocata al suo fianco, era corrosa dalla ruggine. Anche la 
guarnizione era ridotta a minutissimi pezzi per (a corrosione. 

Ritornando al mio argomento debbo aggiungere che per 
apprezzare giustamente il concetto dantesco, non basta aver 
veduto quanto fosse il valore di Can Grande in guerra; egli 
è mestieri conoscere specialmente i! suo politico intendimento 
riguardo ai partiti, che straziavano malia. La corte di Can 
Grande « era il rifugio apparecchiato a tutti i cacciati gliibel- 
« lini; qui pure onorata stanza ai guelfi cedenti alla potenza 
« di Can Grande o prigioni di lui, e qui poi, come alla corte 
« più splendida d’Italia, guerrieri, scrittori, chierici, poeti, 
« artefici, cortigiani e giullari. Tutti questi avevano al palazzo 
« del Signore quartieri forniti e distinti, con addobbi ed im- 
« prese adatte ad ognuno; trionfi per li guerrieri, i Sacri bo- 
« schi delle Muse per li poeti, Mercurio per gli artefici, il Pa- 
« radiso per li predicatori, la fortuna per gli esuli. A tutti era 
« imbandito; ed erano or gli uni or gfi altri invitati al desco 
« del Signore; più sovente che gli altri Guido da Castello, detto 
« il semplice lombardo, e Dante ». 

Ed appunto per elogiare la cortese e generosa ospitalità 
di Cangrande, il nostro Poeta fa dire profeticamente nel XVII 



- 85 - 


del Paradiso dal suo trisavolo Cacciaguida, uno degli spiriti, 
che hanno lor sede nel forte pianeta di Marte : 

Lo primo tuo rifugio e il primo ostello 
sarà la cortesia del gran lombardo, 
che in sulla Scala porta il Santo uccello; 

ch’avrà in te si benigno riguardo 
che del fare e del chieder, tra voi due, 
fla prima quel, che tra gli altri è più tardo. 

I riportati versi vogliono dire : 11 primo tuo rifugio e il 
primo albergo sarà la cortesia dei gran Lombardo che ha 
per insegna la scala sulla quale si vede l’aquila che è il sacro 
stemma dell’impero. Or questo gran Lombardo avrà verso di 
te sì benevola attenzione che fra voi due, nel fare e nel chie¬ 
dere un favore, un aiuto, sarà per prima cosa quello ch’è più 
tardo per gli altri, perchè l’aiuto, il favore giungerà prima 
che richiesto, mentre fra gli altri prima precederà la richiesta 
e poi seguirà l’aiuto. 

Questo gran Lombardo però non è Can Grande, che al 
tempo della visione dantesca, cioè nel 1300 aveva soltanto nove 
anni, ma è invece Bartolomeo della Scala, che nel 1303 accolse 
e trattò splendidamente e con assai dimestichezza l’esule 
Dante. 

II perchè Cacciaguida così prosegue la sua predizione: 

Con lui vedrai colui, che impresso fue, 
nascendo, si da questa stella forte, 
che notabili fien l’opere sue. 

Non se ne sono ancor le genti accorte, 
per la novella età, chè pur nove anni 
son queste ruote intorno di lui torte. 

Ma pria che il guasco l’alto Arrigo inganni, 
parran faville della sue viriate 
in non curar d’argento, nè d’affanni. 

Le sue magnificenze conosciute 
saranno ancora sì che i suoi nimici 
non ne potran tener le lingue mute. 

A lui t’aspetta ed a’ suoi benefici, 
per lui fia tramutata molta gente, 
cambiando condizion ricchi e inendici. 



— 86 — 


E qui, prima di procedere più olire, è d’uopo osservare 
come il vaticinio fatto da Virgilio nel I deirinferno sia con¬ 
forme a quello di Cacciaguida fatto nel XYU del Paradiso. 

Unendo i due vaticini possiamo affermare che Dante me¬ 
desimo ci dichiara essere il Veltro non altri che Can Grande. 

Dice Virgilio, parlando del Veltro: 

Questi non ciberà terra nè peltro, 
ma sapienza ed amore e virlute; 

cioè, come spiega Urlinone Bianchi, egregiamente parafra¬ 
sando le parole dantesche, questo Veltro, <* nuovo ordinatore 
« d’Italia, non avrà fame, nè farà alcuna stima nè di terra, 
« nè di denaro, nia i suoi riguardi saranno rivolti alla sa- 
« pienza e a la virtù ». 

Dice Cacciaguida, parlando di Can Grande : 

Parran faville della sua virtù te 
in non curar d’argento, nè d’affanni; 

cioè, il prenotato Bianchi prosegue, « appariranno segni lu- 
« minosi della sua virtù nel non far conto di danaro, nè di fa¬ 
ci tica; che è quanto dire, nel dispregio delle ricchezze e nella 
« tolleranza della fatica per la gloria e il bene pubblico ». 

Ora unitamente a questo gran Lombardo vedrai colui che 
in sul nascere ritrasse sì forte influsso dal pianeta di Marte, 
che le sue future opere, improntate a gesta di guerra, sa¬ 
ranno assai notabili e degne di menzione. Finora le genti non 
si sono accorte delle grandi virtù di costui per la sua tenera 
età, poiché da nove anni soltanto queste sfere si rivolgono 
intorno a lui. Ma prima che il papa guasco Clemente inganni 
l’alto Arrigo, appariranno luminose faville della virtù di questo 
insigne guerriero che non sarà punto avido di accumulare 
ricchezze, e non curerà qualsiasi fatica di guerra. Le sue 
munifiche liberalità saranno ammirate, si fattamente notorie 
che i suoi nemici stessi non potranno fare a meno di par¬ 
larne e di commendarle. Appoggiati a lui ed ai suoi benefìci. 
In virtù delle sue gesta guerresche, molta gente sarà tra¬ 
mutata dal suo stato attuate, cambiando condizioni i ricchi 
oppressori e superbi che diverranno poveri, e i poveri già 
trascurati ed oppressi che diverranno ricchi. 

Virgilio dice che il Veltro avrebbe cacciata per ogni villa 
la Lupa , che molte genti fe ’ già viver grame. 



— 87 


E Cacciaguida dice che per la virtù di Cari Grande sareb- 
besi tramutata molta gente, cambiando condizion ricchi e 
mendici; cioè i ricchi oppressori e superbi, che s’impinguarono 
delle altrui sostanze avrebbero dovuto restituire i beni con¬ 
fiscati o in qualunque altro modo rapiti; e i mendici, le molte 
genti che si fecero viver grame, si sarebbero così liberati dai 
loro patimenti. Dante, che allora andava mendicando a frusto a 
frusto il pane quotidiano, aveva per fermo in mente quel Boc¬ 
caccio Adimari, che delle possessioni di lui si era impadronito. 

Virgilio dice che il Veltro, il quale chiaramente apparisce 
d’essere Can Grande, avrebbe rimesso la Lupa nell'Inferno , 
avrebbe cioè fatto cessare le mortali persecuzioni de’ Guelfi 
contro a’ Ghibellini e de’ Ghibellini contro ai Guelfi; e Caccia¬ 
guida predice che le magnificenze , le opere di Can Grande 
mirabili per la pacificazione degli oppugnantisi partiti, si sa¬ 
rebbero conosciute in guisa che quelli stessi, i quali erano 
prima suoi nemici non avrebbero potuto tener le lingue mute , 
nè ristarsi dal commendarlo altamente pel bene, che a tutti 
ne sarebbe derivato. Ed è sotto questo punto di vista che deve 
ricercarsi il motivo, il quale indusse Dante a fare sì magnifico 
encomio dello Scaligero. 

Dante, perchè tutta l’umanità fosse portata dallo stalo di 
miseria allo stato di felicità, voleva la restaurazione della uni¬ 
versale autorità dell’imperatore romano, e riguardo all’Italia 
vedeva che simile trasformazione dal male al bene sarebbesi 
operata da Can Grande, Vicario Imperiale. E le ferme dimo¬ 
strazioni del costui animo a ciò si manifestavano nello acco¬ 
gliere in Verona Guelfi e Ghibellini e nel trattare sì gli uni 
Bianchi e Neri, come gli altri Verdi e Secchi con eguale amore 
e protezione, così che tutti in Verona smettevano gli odi di 
parte e si abbracciavano in quella vera fraternità, che era il 
supremo pensiero di Dante, ed è lo scopo politico della Divina 
Commedia. 

Ma Dante moriva ai li di Settembre del 1321, e Can 
Grande non era ancora riuscito nel suo intendimento, nè 
mai vi riuscì di poi : ne furono causa le oscillazioni e muta¬ 
zioni avvenute nella dignità imperiale, egli non potè recare 
ad atto il suo magnanimo disegno di cacciare per ogni villa 
d'Italia la Lupa e rimetterla nell'Inferno, donde primiera¬ 
mente la fece uscire il gran nimico delle umane genti. 

Ma tuttavia vero è che l’amor patrio e il valore di Can 
Grande erano guaraniia di questo glorioso avvenimento, e 



- 88 - 


Dante portò con sè nella tomba la certezza della tanto desi* 
derata da luì paciflcazione. 1 suoi calcoli erano ampiamente 
giustificati dai fatti che aveva veduto succedere. E perciò il 
vaticinio di Virgilio e di Cacciaguida, anzi che una conget¬ 
tura, inchiudeva una probabilità di grado il più vicino alla 
effettuazione, e quasi una necessaria conseguenza degli avve¬ 
nimenti. Or se fallì anche questa previsione, ella è insegna¬ 
mento che certe profezie debbonsi metter fuori soltanto qualche 
anno appresso al fatto compiuto. 

Se tutlavolta sogno fu la monarchia universale per la 
felicità dell'uman genere, mediante i Romani Imperatori e se 
fu parimenti sogno la pacificazione italiana, mediante il Veltro; 
egli è pur sempre certo che il sogno dantesco era risultanza 
di meditazione profondamente filosòfica, la quale non vedeva 
che queste uniche vie per giungere a siffatti beni in modo si¬ 
curo e permanente. Dante così proponeva il dilemma: 0 in 
questa guisa o in nessun altra. Ma il concetto di Dante non fu 
corrisposto dal fatto, e perciò le tribolazioni del mondo e del¬ 
l’Italia continuarono sempre. 

Un qualche commentatore poi ha creduto di vedere nel 
Veltro un imperatore che doveva venire d’Allemagna a dar 
buono e stabile assetto alle italiche discordie; e v'ha perfino 
chi nel Veltro medesimo ha trovalo essersi figuralo un ponte¬ 
fice romano. Ma, senza discuter con costoro io dico che Dante, 
favellando del Veltro dichiara espressamente che, sua nazion 
sarà tra Feltro e Feltro. 

Or quale è fra i nominati da questi chiosatori, l'impera¬ 
tore, qual’è il pontefice ch’ebbe tra feltro e feltro sua na¬ 
zione? 0 prendasi nazione per luogo di nascita, e nessun im¬ 
peratore, nè pontefice v’ha che tra Feltro e Feltro fosse nato; 
o prendasi per agglomerazione di popoli soggetti al suo do¬ 
minio, e nessuno, o imperatore o pontefice v’ha, che il suo 
dominio fosse limitato tra Feltro e Feltro. Ma, riguardo a Fan 
Grande, ciò si verifica sotto qualunque rapporto. 

Scrive il bianchi che « si è creduto che le parole tra Feltro 
« e Felino segnino due confini, tra’ quali sarebbe nato o avrebbe 
« avuto stato, questo gran Capitano; tra Feltre, cioè, città 
« della Marca Trevigiana, e Montefeltro di Romagna. E forse 
« Dante profetava così francamente dopo aver conosciuto che 
« di tutta Italia quello era il solo paese, da cui potesse sorgere 
« un esercito e un capitano capace di operare una rivoluzione 
« di questa natura >». E il Lombardi più largamente chiosa che, 



-SD¬ 


II Verona riponesi dai geograli nella Lombardia; e ciie Dante 
« stesso in Lombardia riconoscela. Così per la nazione di Cane, 
« non la sola Verona o il veronese ma la Lombardia tutta potè 
« Dante intendere; e pe’ due Feltri potè sensatamente intendere, 
« per una parte tutta la Marca Trevigiana, in cui è Feltre 
« nobile di lei porzione, e l’altra parte Romagna tutta, nella 
« quale Montefeltro ,sede allora dei Conti signori di molti 
« luoghi di Romagna. Sarebbe con questo intendimento ogni 
« difficoltà svanita; imperocché sono la Marca Trevigiana e la 
« Romagna provinole affatto contigue agli opposti lati della 
« Lombardia ». 

Aggiunge il De Romanis una dichiarazione suggeritagli da 
Dionigi Stracchi, ed è che « Gaspare Gozzi narra che Maestro 
« Michele Scotti pronosticò a Can Grande la Signoria della 
« Marca Trevigiana e del Padovano, e che il poeta, volendo 
« gradire al Signor di Verona, allargò la profezia, augurando 
« inoltre ai medesimo il dominio di tutta la Romagna, ne’ con¬ 
fi lini della quale sta Montefeltro ». 

Ma nonostante che Veltro e Cane siano sinonimi, e perciò 
Can Grande sia significato perfino con un nome equivalente 
a quello, ond’era comunemente chiamato; nonostante che il 
vaticinio di Virgilio sia in esattissima corrispondenza col va¬ 
ticinio di Cacciaguida; e nonostante che la designazione della 
nazione tra Feltro e Feltro sia solamente applicabile a Can 
Grande Signore di Verona; si è lungamente fantaslicato e si 
fantastica sulla personalità storica di questo Veltro. Chi è 
costui? Ed ecco i nomi di una falange di persone antiche e 
moderne. E l'guccione delia Faggiuola; e Castracelo Castra- 
cane; e Ciao da Pistoia; e Dante medesimo, come ai nostri 
giorni hanno voluto riaffermare l'Azolino e Ruggero della 
Torre. Cosi vogliono coloro, che si piacciono a fare romanzi, 
nulla curando se siano in aperta opposizione altri alla storia 
ed altri allo stesso buon senso comune. Dopo questi viene 
il fanatismo delle così dette religiose riforme, e grida che il 
Veltro è Lutero. 

Ma la nazione di costoro ed altri tra Feltro e Feltro dove 
è? Non sapendosi a ciò rispondere, v’ha chi passa ad affer¬ 
mare che il Veltro è il progresso della civiltà, dacché la sola 
filosofìa posta in seggio nel mondo può abbattere l’errore e 
la prepotenza funesta al vivere umano. Se però così fosse, il 
progresso della civiltà avrebbe sua nazion tra Feltro e Feltro. 
Chi lo avrebbe mai pensato? Dunque non facciasi più parola 



— 90 — 


del progresso della civiltà; il Veltro invece è una congiun¬ 
zione di pianeti; il cui inllusso doveva cagionare mutazioni 
nella religione e nei costumi. E questi pianeti tra Feltro e 
Feltro, come si spiegano? Oh! niente di più facile. Pianeti 
tra Feltro e Feltro non sono che pianeti tra cielo e cielo. I 
cieli per tal modo sono altrettanti feltri; ma nulla di quanto 
si è premesso; il Veltro è Gesù Cristo che deve venire a giu¬ 
dicare gli uomini assiso tra Feltro e Feltro, cioè fra nuvola 
e nuvola. Non ci mancava altro che la trasformazione dei due 
feltri in due nuvole per poter dire con vie maggior certezza 
che alcuni commentatori si sono a lutto lor potere adoperati 
a rendere oscurissimi i luoghi, anche i più chiari della Di¬ 
vina Commedia. 

Su quanto ho finora toccalo intorno alla personalità del 
Veltro, mi riservo a fare amplissime dilucidazioni storiche 
allorché tornerò a trattarne nei XVII del Paradiso; poiché se 
qui le facessi dovrei venire a lunghe digressioni che si con¬ 
nettono al vaticinio di Cacciaguida, nè si comprendono nel 
Vaticinio di Virgilio, specialmente per ciò che riguarda if gran 
Lombardo , che secondo la storia, si deve intendere essere Bar¬ 
tolomeo della Scala morto nel marzo del 1304. Ora mili’altro 
mi occorre aggiungere che stabilire il tempo, in cui Dante 
potè inserire ne! Poema la predizione Virgiliana. 

Dunque la predizione Virgiliana nelle sue parti più es¬ 
senziali è conforme a quella di Cacciaguida, come si è di¬ 
mostrato; la predizione dunque, che è nel I deH’lnferno, vi fu 
aggiunta, quando Dante potè scrivere quella che è nel XVII 
del Paradiso, nella quale si dice : ma pria che il Guasco l'alto 
Arrigo inganni. Il Guasco è Papa Clemente V, che da prima 
approvò la elezione di Arrigo VII e in seguito l’avversò. Ed 
Arrigo colla benedizione del Papa venne in Italia nel 1310, 
quando Can Grande aveva 19 anni, e già fin dal 1308 per 
volontà del popolo aveva in unione al suo fratello Alboino la 
Signoria di Verona, perchè già chiare apparivano 

.faville della sua virtute 

in non curar d’argento nè d'affanni. 

Ma le sue magnificenze cominciarono ad esser conosciute 
si che neppure i suoi nemici ne potean tener le lingue mute, 
quando Can Grande Vicario Imperiale nel 1311 prese Vicenza, 
assediò Brescia, e quindi Genova, e nel 1313, 1314 guerreggiò 
contro Padova, Trevigi. e il Marchese d’Este e il Vescovo di 



— 91 — 


Feltre, terminando a suo onore e prò quella lunga lotta. Da 
ciò ò manifesto che il vaticinio Virgiliano non poteva esser 
fatto prima del 1315. Ma ci è chi vuole che il vaticinio di 
Cacciaguida, e per conseguenza anche quello di Virgilio, abbia 
per base la elezione di Can Grande a capitano generale della 
Lega Ghibellina in Lombardia, la quale elezione avvenne il 
16 dicembre del 1318. Nondimeno anche senza quest’ultimo 
fatto, erano sullìcienti le cose che la precedettero perche Dante 
avesse potuto profeticamente affermare quali sarebbero state 
le opere di Can Grande il cui animo decisamente conforme 
alle dantesche speranze si era appalesato allorché nel 1308 
mandò aiuto ai Bianchi, e soccorse inoltre anche i Bianchi 
di Brescia. 

Questo è il Veltro della Divina Commedia, se vuoisi stare 
alla storia e alle replicate dantesche dichiarazioni, le quali 
si hanno da ricevere con serietà e con rispetto, nè si deb¬ 
bono storpiare con distortissime interpretazioni, o con allu¬ 
sioni fantastiche e ridicole, che impiccioliscono la sublimità 
del pensiero di Dante in guisa da ridurlo a uno scherzo me¬ 
schinissimo, che appena sarebbe compatibile nel Berni, anzi 
nel Burchiello. 

11 Veltro adunque, relativamente ai tempi e ai voti di 
Dante, è Can Grande della Scala Signore di Verona. Ma sic¬ 
come nel Sacro Poema nulla è che non sia immagine della 
umanità, il Veltro, che è primitiva figura di colui, che do¬ 
veva liberar l’Italia dai misfatti de’ Guelfi e de’ Ghibellini e 
così dallo stato di miseria condurla allo stato di felicità, è 
similmente figura perpetua di qualunque altro generoso, che, 
imitando le prerogative eroiche del Veltro, liberi la sua Patria 
e la sua nazione dalle oppressioni e dalle rapacità degli ani¬ 
mali, a cui la Lupa s’ammoglia. Ma questi voracissimi ani¬ 
mali si moltiplicano ogni giorno dappertutto, così che molti 
esser dovrebbero i Veltri liberatori, e come ch'io mi volga e 
ch'io mi guati non ne veggo pur uno fra i tanti che occorre¬ 
rebbero, ond’è che la umanità invece di progredire dallo stato 
di miseria allo stato di felicità, come vorrebbe Dante, progre¬ 
disce dallo stato di miseria allo stato di disperazione. 




LE CONDIZIONI POLITICHE DELL’ITALIA 
AI TEMPI DANTESCHI 


Or a meglio valutare l’importanza del vaticinio di Dante 
sulla venuta del Veltro è necessario dire alcun che sulle con¬ 
dizioni in cui si trovava l’Italia ai tempi di Dante. 

E l'Italia ai tempi del Poeta era dilacerata da gare po¬ 
litiche che generavano cruentissime lotte intestine. Per cono¬ 
scere quali fierissime rampogne Dante scagliasse contro l’I¬ 
talia, basta leggere l’episodio di Sordello ove troviamo la ter¬ 
ribile apostrofe: 

Ahi! serva Italia, di dolore ostello, 
nave senza nocchiero in gran tempesta 
non donna di provincie, ma bordello. 

Quell’anima gentil fu cosi presta, 
sol per lo dolce suon de la sua terra, 
di fare al cittadin suo quivi festa; 

ed ora in te non stanno senza guerra 
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode 
di quei che un muro ed una fossa serra. 

Cerca misera intorno dalle prode 
le tue marine, e poi ti guarda in seno, 
s’alcuna parte in te di pace gode. 

Che vai perchè ti racconciasse il freno 
Giustiniano, se la sella è vota? 
senz’esso fora la vergogna meno. 

Ahi, gente che dovresti esser devota 
e lasciar seder Cesare in la sella, 
se bene intendi ciò che Dio ti nota. 

Guarda com’esta fera è fatta fella, 
per non esser corretta dagli sproni, 
poi che ponesti mano alla predella 



94 — 


... le città d’Italia tutte piene 
son di tiranni, ed un Marcel diventa 
ogni villan che parteggiando viene. 

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta 
di questa digression che non ti tocca, 
mercè del popol tuo che s’argomenta! 

Molti han giustizia in cor ma tardi scocca, 
per non venir senza consiglio all’arco; 
ma il popol tuo l’ha in sommo della bocca. 

Molti rifìulan lo comune incarco; 
ma il popol tuo sollecito risponde 
senza chiamare, e grida: « Io mi sobbarco! » 

Or ti fa lieta, chè tu hai ben donde : 
tu ricca, tu con pace, tu con senno, 
s’io dico ver reffetto noi nasconde. 

Atene e Lacedemona che fenno 
Fantiche leggi, e furon si civili, 
fecero al viver bene un piccol cenno. 

Verso di te, che fai tanto sottili 
provvedimenti, ch’a mezzo novembre 
non giunge quel che tu d’ottobre fili! 

Quante volle del tempo che rimembre, 
legge, moneta, ed officio e costume 
hai tu mutato, e rinnovato membre! 

E se ben ti ricorda, e vedi lume, 
vedrai te smagliante a quella inferma 
che non può trovar posa in su le piume 

ma con dar volta suo dolore scherma. 

non signora di provincie ma letamaio di vergognosi costumi. 
1/anima gentile di Sordello fu così sollecita a fare festosa ac¬ 
coglienza a Virgilio solamente per avere udito ricordare il 
nome della sua patria. Ora invece in tutte le provincie per 
intestine discordie stanno in continua ed aperta guerra i tuoi 
popoli, ed anzi coloro che vivono in uno stesso comune si 
dilaniano a vicenda. 

Osserva, o misera Italia, le città e le terre tutte che co¬ 
steggiano i tuoi mari, l’Adriatico ed il Mediterraneo, e poi os- 



— 95 — 


servando quelli che sono nel continente per tutta la sua lun¬ 
ghezza e larghezza, guarda se in te puoi trovare una sola 
parte che goda i benefici della pace. 

Che giova, o cavalla indomita, che l’imperatore Giusti¬ 
niano, resati libera nel sesto secolo dai Goti per opera di Be¬ 
lisario e di Narsete, ti riordinasse con un nuovo governo dan¬ 
doti un codice di leggi riformate per ricondurti a nuova gloria, 
che giovò, ripeto, tutto ciò se la tua sella è vuota, se non 
vi fu chi vi sedesse per guidarti? Pensa che la tua vergogna 
sarebbe stata minore se non avessi avuto le provvide leggi 
di Giustiniano. 

Ahi! gente che dovresti essere devota alle leggi divine, 
se giustamente intendi quanto queste leggi ti comandano, e 
dovresti lasciare sedere sulla sella di questa cavalla indo¬ 
mita l’imperatore. Guarda come essa è fatta ricalcitrante per 
non essere corretta dall’imperatore, e tanta sua malvagità è 
derivata dal motivo che tu mettesti mano alla sua briglia, ti 
lusingasti di poterla guidare e governare. 

Le città d’Italia sono tutte piene di tiranni, e diventa 
per eloquio e per ricchezza simile all’anticoMarcelloogni uomo 
anche contadino che sfacciatamente si esibisce volgendo a suo 
personale vantaggio le oppugnatisi passioni che agitano i 
contrari partiti. 

0 mia Firenze, ben puoi essere contenta di questa di- 
sgressione che non ti riguarda affatto, e ciò torna a vanto del 
tuo popolo che non si lascia sedurre dai ciurmatori e dai ri¬ 
mestatori. 

Moltissime genti sono veramente giuste, ma la loro giu¬ 
stizia per non essere tradotta, dopo ben ponderata considera¬ 
zione, in parole, giunge sempre intempestiva, cioè tarda. Il 
tuo popolo però questa giustizia l’ha sempre pronta in parole. 

Molti cittadini per il bene della propria pace e tranquil¬ 
lità rifiutano di ricoprire i pubblici uffici, il popolo fiorentino 
al contrario, anche senza essere chiamato, si offre volontario 
e grida : Io mi sobbarco al potere che dagli altri si rifiuta. 

Perciò rallegrati di tutto questo, e bene a ragione, poiché 
tu sei in possesso delle tre fondamentali basi della felicità 
d una nazione, come vuole Platone, cioè la ricchezza, la pace, 
e la sapienza. 

Ora se ben consideriamo Atene e Lacedemone che fecero 
le antiche legislazioni e raggiunsero l’apogeo della civiltà, 
arrecarono ben lieve vantaggio alla felicità dei popoli se vo- 



— Olì — 


gliumo confrontarle con te che ti allunili a fare sì studiali 
provvedimenti al bene del popolo, che quello che fili di ottobre 
non basta neppure sino alla metà di novembre. Soventissima- 
inente muti e rinnovi leggi, monete, uffici ed usi ed hai rin¬ 
novate le tue membra, cioè coloro che ti governano. 

E se tutti questi mutamenti li ritornano a mente, e ra¬ 
gioni rettamente, ti dovrai paragonare a quella inferma che 
voltandosi ora qua, ora là cerca invano di alleggerire le sof¬ 
ferenze della sua infermità. 

E noi aggiungiamo, a commento delle parole di Dante, che 
in mezzo alle lotte di oppugnatisi parliti si sperava di tro¬ 
vare il bene nei politici rivolgimenti e nelle promulgazioni di 
nuove leggi che abolivano quelle che erano in vigore da un 
mese appena, e cosi facendo si andava sempre di male in 
peggio aumentando le discordie e le miserie del popolo. 

Dante rimproverava a Firenze i continui mutamenti di 
governo, mutamenti che avvenivano per la ragione che mol¬ 
tissimi erano i bramosi di sobbarcarsi al potere i quali nulla 
cura e pensiero avevano del bene e della prosperità della 
patria ch’essi sacrificavano volentieri alle mire ambiziose del 
toro personale interesse. Si leggano le storie di tutti i tempi, 
e si vedrà che non vi fu mai penuria di siffatti profittatori. 

La rievocazione dei politici perturbamenti de’ tempi dan¬ 
teschi non sembra la verace storia de’ nostri giorni che pre¬ 
cedettero l’avvento del Fascismo? 

Ora ritornando a Dante, abbiam veduto che egli, a porre 
un fine a tante calamità che affliggevano l’Italia, aspettava la 
venuta del Veltro che doveva rimettere la Lupa nell’inferno. 
Ora qui debbo tralasciare dì parlare su questo argomento per 
dire un alcun che sulla Lupa dantesca. 



LA LUPA 


Ma dir cosa simboleggia questa Lupa? Anzitutto dirò die 
la Lupa in scuso allegorico è immagine della morte. E questa 
interpretazione non può revocarsi in dubbio poiché abbiamo 
la esplicita dichiarazione di Dante stesso. Nel 11 dell'Inferno, 
Virgilio fa sapere a Manie che Lucia per venirgli in soccorso 
dice a Beatrice: 

<1 Beatrice, loda di Dio vera, 
clic non soccorri quei che t’amò lauto 
che usino per te dalla volgare schiera? 

Non odi tu la pietà del suo pianto, 
non vedi tu In morie che il combatte 
su la liumana, ove il mar non ha varilo? 

Ed ecco il simbolo racchiuso nella immagine della Lupa 
dichiaralo con il suo proprio nome. 

Però si deve avvertire ancora che la personalità storica 
che è figurata nella Lupa è alquanto complicata, e ciò viene 
fatto sapere dallo stesso Dante dichiarandosi che molli sono 
gli animali a evi si ammoglia questa bestia , che mai non empie 
la bramosa voglia , e dopo il pasto ha più fame che pria. Molti 
adunque erano quelli (lei quali la Lupa era simbolo rhe ad 
essi si ammogliava nelle diverse città d'Italia, ciascuna delle 
quali aveva la sua Lupa o Guelfa o Ghibellina, secondo il 
partito nelle singole città prevalente. La Lupa Dantesca non 
già significa propriamente In morte per cui, come scrive il 
Petrarca, lutti torniamo alla gran madre antica, ma la morte 
che ora i Guelfi irrogavano ai Ghibellini, ora i Ghibellini ai 
Guelfi, morte civile data coll’esilio o con la privazione dei di- 
rilfi di cittadinanza: col carcere e con la confisca dei beni, 
morie violenta ancora quando in aperto conflitto e quando 
per proditoria aggressione, quando con uno e quando con 
altro pretesto. E la Lupa preslavasi a tutti i più mostruosi 
connubi di tante iniquità. 

Per le storie poi sappiamo che nel 1300 e 1301 la Lupa 
si ammogliava principalmente a Corso Donati, e nel gen- 



nnin 130:2 si ammogliò più soleiiiu>im»ilti* a Caule dt*' <-;ihi 
Così la Lupa in Firenze è liguri! dell’imo e dell'altro suor 
vamentr. piando nel maggio del 1300 ebbero principio i 
filiti de’ Cerchi e dei Donali, hi Cupa ammogliavasi pi 
senilmente a Vieri de’ Cerchi e a Corso Donali. 

Dante nel 1300 toccava il Irenlacinquesiiiio anno di 
ed era in Firenze, e pei' direi questo egli scrive : 

Nel mezzo del rammin ili nostra vita 
mi ritrovai per una selva oscura. 


•lem. 

■essi- 

cmii- 

omi- 

età. 


I.a selva osa ira è appunto Firenze divisa in bianchi c Neri 

Vieri de’ Cerchi era a capo dei Cucili bianchi eh’erano i 
Plebei o Moderati; Corso lionati capeggiava i Cuciti Neri che 
erano i Patrizi o Intransigenti. Il noslro Poeta era dalla parte 
di Vieri de' Cerchi. 

Anche i Ghibellini furono oltremodo vaghi di sì fatte di¬ 
stinzioni, e cosi avvenne che i Ghibellini Intransigenti si dis¬ 
sero Secchi e i Ghibellini Moderati si dissero Verdi. 

Più formidabile era Corso che nel suo partilo era pre¬ 
sidiato da torme di sicari e di altra perdutissima gente. E sic¬ 
come Dante era della parte di Vieri de’ Cerchi, è ben facile 
immaginare (piante precauzioni dovette usare per non essere 
vittima di un tradimento. Era a lutti nolo esser Dante giovane 
di fortissimo animo come aveva giù mostrato alla battaglia di 
Campaldino ed in altre pericolosissime congiunture, ed ap¬ 
punto per questo il suo borissimo nemico, reo ed astuto, come 
era per testimonianza di Dino Compagni, non poteva non spac¬ 
ciarsene insidiosamente. Cosi Dante, che nella figura del Leone 
simboleggia il suo ferocissimo avversario politico, dice che 
Corso Donati parca venisse contro di lui con la lesta alta e 
con rabbiosa fame. 

tir mentre più si acuivano le lotte degli oppugnatisi par¬ 
liti. Dante il IN giugno del 1300 veniva eletto uno de’ Priori 
dPlla città di Firenze. 

I nuovi, chiamali a reggere i destini di Firenze, consi¬ 
gliati dal nostro Poeta, bandirono Corso lionati ed i suoi fau¬ 
tori die furono inviati al Castello della Pieve. 

Si fece ima proscrizione de’ più noli di parte Nera, e 
perciò non si lui da credere che tutti fossero compresi nel 
bando, in guisa che nessuno de’ loro partigiani rimanesse in 
Firenze. Anzi molti ve ne restarono, e quelli specialmente che 
«anevann mascherarsi secondo il variar de’ rasi e delle per- 



— 99 — 


sone, die nei pubblici rivolgimenti venivano assunti al potere. 
E costoro son quelli principalmente che dal di fuori traggono 
a fare fortuna nelle popolose città quando sono agitate per 
politiche turbolenze. 

Dante nel XVI del Paradiso ricorda : 

Che la cittadinanza era allor mista 
di Campi e di Certnldo e di Figghine; 

e che Firenze era condannata 

a sostener lo puzzo 
del villini d’Agtìglion, di quel di Signa. 

Ed aggiunge che 

Se la gente che al mondo più traligna, 
non fosse stata a Cesare noverca, 
ma come madre al suo fìgliuol benigna, 
tal fatto è Fiorentino, e cambia e merca 
che si sarebbe volto a Simifonti 
là dove andava l’avolo alla cerca. 

Il che significa: Se la gente Guelfa, la quale rappresenta 
la corte papale, se la gente Guelfa, ripeto, ch'è quella che più 
d’ogni altra oggi al mondo degenera, non fosse stata madrigna 
a Cesare, ma bensì gli fosse stata benigna, come madre verso 
il suo Piglio, e non avesse osteggiato la restaurazione del 
potere politico in mano dell’imperatore romano, ora chi di¬ 
venuto cittadino di Firenze, esercita il cambio e la mercatura, 
se ne sarebbe ritornato a Semifonli, ove il suo nonno chiedeva 
l’elemosina. 

E Dante ben considerava come nelle turbolenze cittadi¬ 
nesche, che davano luogo a mutamenti politici, accorrevano a 
Firenze una turba di rapaci avventurieri, mischiata a ciarla¬ 
tori, impostori ed usurati che si abbattevano come locuste sut 
misero e sempre illuso popolo fiorentino, che dava facile cre¬ 
denza alle promesse di migliorare fortuna, promesse di cui 
mostravansi prodighi coloro che sotto la maschera di curare i 
bisogni del popolo non facevano che depredarlo e provvedere 
quindi al proprio personale interesse. 

Ed infatti a Firenze non era venuto Cario di Valois che 
ostentando propositi di pace aveva legittimate le uccisioni, 
le rapine, gli incendi? 



— 100 — 


nulamente al principe francese era vernilo a Firenze in 
cerca di fortuna Caute de’ Gabrielli, e un sei* Maso da Carne- 
iduo scriba di Caute, e un Boccaccio Adimari che s’era im¬ 
possessalo de’ beni dell'esule Dante. Frano tulle bestie am¬ 
mogliate alla Lupa. K ciò a Firenze non solo, ma in altre città. 
d’Italia, poiché come scrive il Petrarca, uno sciami' di ladroni 
corse ad infestare l'Italia. 

Perciò Dante, come egli slesso racconta, pellegrinando 
pei- l'Italia, aveva incontrala la stessa Lupa che aveva veduta 
a Firenze; Lupa che ammogliavasi ovunque ad ogni rUlano che 
fosso venuto parteggiatiti": lineile fosse linai mente comparso 
quel lerrihile Velico che avessela cacciala per ogni villa e ri¬ 
mossa netto Inferno tà ove invidia prima dipartala. 

tira egli è vero che con la espulsione ile’ Neri da Firenze 
erasi provveduto ad ima certa sicurezza della Repubblica, ma 
Dante non poteva essere pienamente tranquillo; la Lupa e ragli 
pur sempre innanzi agli occhi; dorso, dal Castello della Pieve, 
guardava Dante, e aveva occulti e stipendiati sicari in Firenze; 
altri vi erano ancora che avevano speranza in lui. come quello 
che capace a suscitare sconvolgimento avrebbe a* suoi satel¬ 
liti legittimale le rapine, distribuiti gli ufliei del doiiiime. Dante 
ciò non ignorava, ed egli ben sapeva che da un momento al¬ 
l'altro poteva cadere vittima di un Irudimento. Le storie poi ci 
narrano come egli fu salvo, e come tuttavia la Lupa non ces¬ 
sava di volerne la morte, cosi che i fatti, die conseguitarono 
indi a non mollo, sono piova manifestissima che egli punto 
non vaneggiava nel timore di perdere la vita ila lui concepito, 
anche prima del suo Priorato. 

L'esulo dorso Donati a Classa Trebara, me egli stava con¬ 
finato, come scrive il dmnpagai, era senza requie sconvolto 
da crudelissime smanie; la bramosia della vendetta lo divo¬ 
rava: nella sua tempestosa mente di collimilo rumoreggiava il 
terribile concello che dorneille fa pronunciare alla Furibonda 
Dodogiina : Tombe sur mai le ciei pourru gito je me vengo! 
Oli comp quel mostro di ferocia sarebbesi abbeverato ilei sangue 
di Dante, clic per amore del pubblico bene, non per tulio 
d’altrui , né per disprezzo Petrarca) consigliò e sollecitò la 
cacciala de' Neri! 


Ma in qual modo venire a capo ile' suoi scelleratissimi 
disegni? Kra mestieri trovare la via di ritornare a Firenze. Ciò 
che poi egli avrebbe saputo fare, sarebbesi veduto, \itlhun ad 


nocendum tompus angustimi r\t mulis. «lice Seneca nella Medea. 



— 101 — 


Corso adunque ruppe i confini e andossene a Homu » così 
narra Dino Compagni, dove in sembianza di vittima innocente, 
e, secondo che riferisce lo allegato storico, « per mezzo di 
« messer Jacopo Cualani parente del papa e rii alcuni Colon- 
« nesi, con grande istanza pregava il papa volesse rimediare, 
« perchè la parte Cuelfa periva in Firenze, e che i Cerchi fa¬ 
voreggiavano i Chibellini; per modo che il papa fece citare 
« messer \ ieri de’ Cerchi, il quale andò a Doma molto onore- 
« volmenlo. Il papa lo richiese facesse pace con messer Corso; 
« il che non volle consentire, mostrando che non tacca contro 
« a parte Cuelfa. il perchè da lui fu licenziato e partissi »*. 
(Cap. XXXIII, l.ib I) Divisi così i cittadini di Firenze, cornio¬ 
li ciarono a infamare l'un l atlro per le terre vicine, e in corte 
(i di Doma a papa Bonifazio con false informazioni. K tanto i 
« Neri feci mio col dello papa, dicendo che la città tornava in 
« mano ile’ Ghibellini, e la gran quantità de’ denari mischiata 
« con le false parole; che consiglialo dabballere il rigoglio 
« de’ Ghibellini, promise di prestare ai Cucili Neri la gran po¬ 
li lenza ili Carlo di Valois de* reali di Francia >il quale era 
« parlilo di Francia per andare in Sicilia conico a Federigo di 
« An nona), al (piale scrisse lo volea fare paciaro in Toscana 
« conira i discordanti dalla Chiesa ». (Gap. Il, Uh. II). 

Stavano le cose in questi termini allorché il t di Novem¬ 
bre 1301 Carlo di Valois invitalo da llonifaeio Vili e dai Neri 
faceva il suo ingresso a Firenze. Il principe francese Ire giorni 
dopo il suo arrivo otteneva il supremo romando della città, e 
quasi subito a tale avvenimento ebbero principio i disordini e 
le sommosse cittadinesche, che diedero poi luogo ad una vera 
e propria rivoluzione suscitata p diretta dal reduce Corso Do¬ 
nali. che a capo de’ fuorusciti Neri aveva sforzalo le porle e 
piantala nel suo Por San Piero la propria insegna come con¬ 
quistatore. 

I.eonardo Aretino ci fa sapere che per odio di coloro che 
furono banditi nel Priorato di Dante dalla parte Nera, gli fu 
corso a (“asa avvisando per fermo di Irovarvelo appiattalo e 
così farne quello strazio che avesse soddisfatto il più brutale 
impulso dell'odio e della scelleraggine. Ma Dante, non tro¬ 
va vasi a Firenze. 

E ciò può affermarsi con tutta sicurezza pei- la ragione 
che i documenti rinvenuti da Isidoro Del Lungo fanno testimo¬ 
nianza che l'ambasceria dei Bianchi in Doma ebbe luogo, e 



— 102 — 


Dante, secondo che è scritto nella Cronaca del Compagni, vi 
partecipò unitamente agli altri fiorentini. 

Ed invero sembrava non consentaneo a logico criterio lo 
ammettere la presenza di Dante in Firenze allo scoppiare dei 
moti rivoluzionari. Se Dante si fosse indugiato a rimanere in 
patria vi avrebbe trovata la morte. 

Quei mostri adunque, tutti ammogliati alla Lupa, ed ese¬ 
cutori degli ordini di Corso Donati, il quale da Dino Compagni, 
appellasi « cavaliere della simiglianzu di Caldina, ma più cru¬ 
dele di lui » non avendo potuto trovare Dante, gli misero a 
sacco ogni sua cosa e diedero il guasto alle sue possessioni, 
Chi può descrivere lo spavento e la desolazione della sua 
moglie Gemma e de' suoi piccioli figli in mezzo agli urli ed allo 
imperversare di quelle furie devastatrici? 

De' poderi poi che di Dante rimanevano s’impadronì un 
Boccaccio Adimari di famiglia villana venuta da Mugello, stre¬ 
nuissimo gridatore delle glorie di Carlo di Valois e delle pa¬ 
triottiche prodezze di Corso Donati, e perciò aveva pienissimo 
diritto di far sue le possessioni di Dante e di altri di parte 
bianca, così, secondo che nota il Postillatore del Codice One* 
tanl, « domita de Adimaribus, ineipiebat fune sorgere ». 

La famiglia di questo Adimari chiamasi nel XXI del Pa¬ 
radiso, 


Ultracotata schiatta, che s’indraca 
dietro a chi fugge, ed a chi mostra il dente, 
ovver la borsa, come agnel si placa. 

Dopo gli otto giorni delle micidiali vendei le di Corso Do¬ 
nati, i nuovi Priori eletti dai .Neri, nominarono podestà, per 
ordine del principe francese, Caute de’ Gabrielli d’Agubbio. 
Costui era un giudice rivoluzionario, che trovava il delitto an¬ 
che nella più incolpabile innocenza, ed appaga vasi de' più 
lievi indizi. Innumeri furono le condanne ili morte, gli *esilii, 
le confische de’ beni dei processati e delle eccessive pene pe- 
ctiniarie, il provento delle quali egli divideva con il principe 
francese. 

Infatti Isidoro Del Lungo scr ive che, « subilo dopo le vio- 
« lenze personali erano incominciate le legali, cioè le de¬ 
li nunzie, le inquisizioni, i protessi e, gareggiante con i fiscali, 
« il principe e paciaro Malese; gli incarceramenti, i ricatti. 



- 103 — 


« Sfruttala questa vena, pei contumaci, pei nascosti, pei fug- 
« giasclii si ricorse ad un tumultuario ostracismo ». 

« Nel Gennaio, presenti tuttavia nella città, non uno, ma 
« (ine paciari papali, poiché v’era ritornalo pei- la seconda 
« volta il cardinale d’Acquasparta, si pose mano alle proscri- 
« /.ioni, e verso questi giorni ultimi del mese, fioccavano. Basta 
« aprire il tremendo libro del Chiodo il quale ne conserva gli 
«alti, e leggere. Ila! IH gennaio al 2 giugno, podestà dante 
« de’ Gabrielli, le liste dell'ostracismo offrono ben olire 230 
«nomi oltre i .‘Ioli, dal li luglio al 13 ottobre, podestà messer 
« Gherardino da Gambara, oltre i 100 per condanna del capitano 
«messer Nallo ile' Curlfoni, dal 20 giugno al 20 luglio». 

■< In Millo (falla ragione de’ nomi che ricorrono in più 
« d una sentenza), sono olire 000 uomini (piali condannati nel 
« capo, di scure i magnali, alla forca i popolani, quali nel- 
« l'avere, quali mandali ai confini ». 

In mezzo a queste violenze legali, anche Itante venne col¬ 
pito da senlenza in data 27 gennaio 1302 ad una multa di 
:» mila lìoriui piccioli, la «piale non pagandosi nel lermine di 
tre giorni, dovevansi contiscare gli universi beni de' condan¬ 
nali, che sarebbero rimasti a bendino del Comune. 

K qualora avesse pagalo la multa entro il lermine pre¬ 
fìsso, era tuttavia condannalo a stari' fuori della provincia 
toscana per due anni, ed inoltre, pagando o non pagando, a 
non potere in alcun tempo, siccome falsario e bai-altiere, avere 
alcuno uffizio, o beneficio pel Comune o dal Comune di Firenze, 
nella città, contado o dislrello. o altrove. 

A questa prima condanna contumaciale, segui, quaranta 
giorni dopo, cioè il 1(1 marzo 1302, la seconda per la (piale, 
prendendo motivo dal non avere il Poeta dapprima ubbidito 
alla citazione, e poi dal non avere egli pagata la multa, donde 
lo si argomentava per reo confesso, di quanto gli era stalo im¬ 
putato, Caute de’ Gabrielli lo condannava ad essere arso vivo, 
se cadrà in fortium connnunis Fiorentine. 

Scrive il Sismondi nella sua storia « che Caule de - Ga¬ 
brielli era un giudice rivoluzionario, il quale voleva trovare 
colpevoli, e non cercava neppure un’apparenza di prova per 
condannarli ». Bastava che egli, anche per effetto di sua im¬ 
maginazione. avesse affermalo essere una qualsiasi imputa¬ 
zione pervenuta ad aures eius , per potere ex vigore svi arbitri 
quanti egli avesse voluto sententiatiter condannare non solo 
alla perdita d’ogni possessione e all’esilio extra fines tvsrie . 



ossia al contino, ma inoltre al carcere perpetuo, e più spesso, 
per procedere in via sommaria e più sicura, alla morie, che 
inliiggevasi in quelle maniere, che ex vigore arbitri si stima¬ 
vano più opportune. 

Riguardo a baule poi sappiamo che « si ulto tempore in 
<c fortiam Communi* Fiorentine pervenerit. , talis peiwnens 
« igne conifutrn/ur sic quoti inoriti!uv ». Cosi suonava la se¬ 
conda sentenza emessa ronlm Dante. K la uovilà del roncetUi 
che Dante fosse incenerilo dal fuoco senza che rimanesse vivo, 
fu di così meravigliosa efficacia che meritò certamente i più 
prolungali applausi degli nmmiralori del sapientissimo Caule 
de’ Gabrielli. Ma chi erano costoro? Dalla sentenza apparisce 
che furono un messer Masio d'Agubbio compatriolta di Caule, 
un ser Demanio da Camerino, i quali due dovevano essere se¬ 
gnalati faccendieri, e parecchi alici innominati, die possiamo 
affermare esser la cenciosa greggia de' villani che lras.se a 
cercar sua fortuna sona il he/ fiume d Imo ulta gran vitto 
(Ini. XX1IJ, \K>). lo son d'avviso che se fessevi slato (((talché 
fiorentino rerlamenlo se ne sarebbe fatta special menzione. 
Tuttavia non si mancò di pretendere a far altrui credere che 
la iniquissima sentenza di Gante era stala accolta dalla mas¬ 
sima approvazione del popolo di Firenze. 

Dante adunque nello spazio di io giorni, che laidi ne cor¬ 
sero da! 27 gennaio al IO di marzo, ebbe conico di se due ini¬ 
quissime sentenze, che rivelavano le infamie di coloro die ga¬ 
reggiavano ad ammogliarsi con fa Lupa, di cui Dante parlando 
ben a ragione dice : 

Questa mi porse tanto di gravezza 
con la paura, rlfuse-ia di sua vista 
ch'io perdei la speranza dell'altezza. 

K’ vero che Dante poi « andando peregrino per le parli 
«quasi tutte d'Italia, e mostrando contro a sua voglia le pia- 
« ghe della fortuna che suole ingiustamente al piagato molte 
«volte essere imputalo » come è scritto nei Convivio guai (la¬ 
vasi a non cadere in fortiam communi* Fiorentine , perchè 
cadendovi, era già preparalo il rogo che lo avrebbe arsa vivo; 
ma chi io assicurava dalle insidie dei sicari che dorso Donali 
poteva qua e là segretamente spedire per raggiungerlo e re¬ 
carlo in fortiam communis Fiorentine? Onesto continuo so¬ 
spetto era per Dante contìnua paura. 

Dante per abbattere definitivamente la Lupa imoeava la 



— 105 — 


venula del gran Veltro. Ma qui giova spiegare sericamente il 
lesto dantesco per ciò die concerne la Lupa. 

... Ina lupa che di tutte brame 
seminava cacca nella sua magrezza 
e molte genti l'è già viver grame... 

tllie questa bestia per la qual tu gride 
non lascia altrui passai- per la sua via, 
ma tanto lo impedisce che l'uccide; 

molti soli gli animali a cui s ammoglia 
r più saranno ancora inibì die il Veltro 
verrà die la farà morir di doglia... 

Questi |;t carcerò per ogni villa 
lincile l’avrà rimessa neiriiiferiio, 
là onde prima invidia dipartili». 

Ora è d'uopo venire alle dilucidazioni storiche. 

Dante dice die questa Lupa ili tulli' limine setitbiava corca 
urliti .sua inagrì y uZU • 

Dino Compagni il.il*, t Cap. XXVII) commenta: « I.a città 
« {di l'irrnzr) retta con poca giustizia cadde nel 130(1) in nuovo 
« pericolo, perchè i cittadini si cominciarono a dividere per 
« gara d’uffict, abbominamlo l'uno l'albo ». 

Le gare d’uflicio sono le Inaine principali, che producono 
i partili e le divisioni cittadine. 

Seguila Dino: «divisasi di mimo Miei 1301) la città negli 
« uomini grandi, mezzani, piccoimi, e i religiosi non si pote- 
« rum) difendere die con l'animo non si dessimo alle delle parti, 
« chi a una chi a un altra ». 

Duelli granili e mezzani e piccolini, che gareggiavano per 
avere unici e vivere eomoiiamenle a spese del popolo, traevano 
aderenti alle loro In aine i parenti, i loro amici, e cosi col cre¬ 
scere di queste brame crescevano le pubbliche divisioni. 

K taluni ancora de’ minuti popolani entrarono in va¬ 
ghezza di tenere i pubblici uflìci. per tal modo non solo uscendo 
dalla cerchia della plebe, ma inolile procacciandosi agiatezza 
di oziosa vita. Dino (tonipagoi nel Capitolo XXVI dei II. Libro 
ci la conoscere che i popolani desideravano gli uffici e suc¬ 
ciavano gli onori e occupavano i palagi de’ rettori. Mentre gli 
onesti si ritraevano dal contaminarsi in tanto lezzo, gli arditi 
sfacciali r grandi ciarlatori della popolar greggia passavano 
improvvisamente dalla loro ignobilissima oscurità e dai loro 



— 106 


fetidi tuguri a succiur gli onori e ad occupare i palagi. Al che 
nel VI del Purgatorio allude anche Dante, dicendo a Firenze : 

Molti rifiutali lo comune incarco; 
ma il popol tuo sollecito risponde 
senza chiamare e dice : I’ mi sobbarco. 

Ma tutte queste brame aveva la Lupa nella sua magrezza. 
Or come tal magrezza vuol essere interpretata? Erano magri 
dell’avere quelli che aspiravano agli uffici per impinguarsi 
della pecunia raccolta con imposte e sovrimposte, con multe 
ed estorsioni, ch’essi percepivano, e così alla propria dome¬ 
stica fortuna provvedevano. 

Qui per meglio addentrarci nel pensiero del Poeta debbo 
avvertire che Dante considerava che ogni animale ha un pro¬ 
prio istinto che gli è norma costante nelle sue operazioni. Sol¬ 
tanto Duomo gli si appresenlava come un cumulo di contrad¬ 
dizioni. Or sarà egli vero chp Duomo fosse creato per essere 
la più imperfetta di tutte le creature? 

A questa anormalità pertanto, che è unicamente nelDuomo, 
Dante riflettendo, non sa trovare la cagione, conforme leggesi 
nel XXIX del Purgatorio, se non che 

... nello ardimento d'Èva 
femmina sola, e pur testò formata 
non sofferse di star sotto alcun velo; 

sotto il qual se devota fosse slata 
avrei quelle ineffabili delizie 
sentite prima e poi lunga fiata; 

le delizie cioè di quel loco eletto alla umana natura per suo 
nido , e dato all'uomo per arra di eterna pace, siccome nel 
XXVIII del Purgatorio è ricordato. 

E Beatrice nel VII del Paradiso conferma : 

Nostra natura quando peccò loia 
nel seme suo, da queste dignitadi, 
come di Paradiso, fu remota. 

Nè in Dante v'ha domma che più esplicitamente di questo 
e con maggior frequenza sia ripetuto. Nel paragrafo XI del 
li Libro della Monarchia abbiamo che « noi siam tutti pecca¬ 
ti tori pel peccato di Adamo. Come per un uomo nel mondo 



— 107 — 


« entrò ii peccato, e pel peccato la morte, così in tulli gli uo- 
« mini entrò la morte dal tempo in qua che peccarono ». 

E nel Gap. V del Trattato IV del Convivio si replica che: 

« rumami creatura per lo peccato della prevaricazione del 
« primo uomo da Dio era partita e disformata ». 

Similmente in altro luogo che per amore di brevità in¬ 
tralascio di allegare. 

Ma taluno chiederà : Ma che ha egli a fare la colpa d’ori¬ 
gine con la Lupa dantesca? Procedendosi alla maniera So¬ 
cratica nel ragionamento, si vedrà che pur troppo vi è con¬ 
nessione. 

Alla colpa della disubbidienza conseguitò la pena. Questa 
era stata già stabilita. 

<« In quocumque die comederis ex eo, certe rnorieris 
« (Gen. 14-17). 

« in qualunque giorno tu mungerai del pomo vietato in- 
« dubbiamente morrai ». 

.Non più dunque le ineffabili delizie colà dove ubbidia 
la terra e il cielo; ma « in sudore vullus lui vesceris pane, 
« donec reverteris in lerram, de qua sumptus es. 'Gen. Ili, 
« 19). Mediante il sudore della tua faccia mungerei il tuo 
« pane, sino a tanto che tu ritorni alla ferra, dalla quale sei 
« stato tratto ». 

Ora le brame della Lupa, di quelli cioè che sono in essa 
simboleggiati, manifestandosi nelle gare d ii Ilici per succiare 
gli onori e abitare i palagi, come scrive Dino Compagni, si 
oppongono alla sentenza pronunciata da Dio in pena della 
prima colpa, poiché i malvagi che hanno queste brame, e l’un 
l’altro si dilaniano per queste gare, vogliono che il loro pane 
sia non il frutto dei propri sudori, ma dei sudori del popolo. 
Qualunque sia il mezzo che essi adoppino per giungere agli 
uffici, qualunque sia il pretesto e lo specioso titolo per suc¬ 
ciare gli onori e per abitare i palagi, il precipuo intendimento 
loro è di ritornare alla terra , dalla quale son traiti, senza 
avere passati i giorni di lor vita in quelle utili fatiche che 
ad ogni onesto uomo debbono retribuire sostentamento con¬ 
venevole alla sua capacità ed alla sua coedizione. 

Si aprano le storie di tutti i tempi e di tutte le nazioni, 
si ricerchino le primitive ragioni de’ sociali perturbamenti, 
e sì troverà che il vero principio di questi è sialo sempre il 
personale interesse di quelli che li promossero. E’ vero che 
talvolta vi furono alcuni che posposero il proprio al pubblico 



— 108 — 


bene; ina essi sono rarissime eccezioni, che rimangono in rim- 
proverio del secolo selvaggio, conforme si noia nel XVI ilei 
Purgatovi». Anche a Firenze, nido di malizia Ionia , secondo 
die la si denomina nel XV deU7u/erim, erano due, Haute 
Alighieri e Guido Cavalcanti, clic anteponevano il pubblico 
al proprio vantaggio, perchè veri Illusoli e perciò veri animili 
della Patria. Ma clic potevano Inllavìa fare di Ironie alla nu¬ 
merosissima caterva d'avvenlurieri die si disputavano gli ur¬ 
lici, e con pompose promesse lusingavano e ai loro perversi 
disegni facevano servire i ci II ad ini della eillà parlila? 

Ciacco nel VI dell 'Inferno dice: 

Gitisli son due, ma non vi sono intesi, 
superbia, invidia ed avarizia sono 
le Ire faville ehunno i cuori accesi. 

lo porlo parere die le illustrazioni che ho fatti* intorno 
alla Lupa siano più che sufficienti per l'argomento che mi 
sono proposto di (rullare. 



NEL DUCE MAGNIFICO DELLA NUOVA ITA¬ 
LIA, POSSIAMO INDIVIDUARE LA FIGURA 
ALLEGORICA DEL VELTRO 


«ira delibo nuovamente ripetere che il Veltro, relativamente 
ai lempi e ai voti di Dante, è Cangrande della Scala, signore di 
V erona, ma siccome nel Sacro Poema nulla è che non sia im¬ 
magine della umanità, il Veltro che è pr imitiva figura di colui 
che doveri liberaci 1 l'Italia dai misfatti dei Guelfi e dei Ghi¬ 
bellini, e così dallo sialo di miser ia condurla allo sialo di 
felicità, è similmenle figura perpetua di ipialumpie altro ge¬ 
neroso che imitando le prerogative eroiche del Veltro Dan¬ 
tesco liberi la sua pairia e la sria nazione dalle oppr essioni 
c dalle rapacità degli animali a crii la Lupa s’ammoglia. A 
pienamente far conoscere (pianto avrebbe dovuto operare il 
Veltro secondo il pensiero Dantesco ho creduto necessario 
fare le illustrazioni storiche intorno alle agitazioni politiche 
che travagliarono Firenze e l'Italia ai lempi del nostro Poeta. 
Avendo presente alla mente gli avvenimenti da me ricordali, e 
le illustrazioni inerenti alla Lupa Dantesca, apparirà vie più 
inoppugnabile il paragone che io voglio fare Ira il Veltro e 
il Duce Magnifico della nuova Dalia. Gorrsidei andò le agita¬ 
zioni politiche, e le inerenti lode dei partiti e le corruzioni 
dei cittadini illusi sempre dai demagogici agitatori che si con¬ 
trastavano il potere, e gli avvenimenti non meno tristi che 
si succedeflero in Italia prima dell’avvento del Fascismo, ve¬ 
dremo che lidio ciò che ha compiuto il noslro Duce per la 
restaurazione d'Italia avrebbe dovalo compiere il riparatore 
annunciato dal Poeta sotto la figura del Veltro. 

Ricordiamo che Dante, come ahhiam veduto, era contrario 
ai frequenti cambiamenti di persone elio soprastavano alba 
cosa pubblica. 



— 110 — 


E veramente, passando ai nostri giorni, ehi ha dimenti¬ 
cato il tradizionale assalto alla diligenza ministeriale, assalto 
mosso da coloro sempre bramosi di sobbarcarsi, senza essere 
chiamati, al potere? E con questi frequenti mutamenti mini¬ 
steriali mancava la continuità di governo voluta da haute, e 
da questo stato di cose la Nazione, sconvolta da suceedentisi 
mutamenti, non poteva mai conseguire i tre fondamenti della 
felicità di uno stato voluto da Platone : la ricchezza, la pace, 
la sapienza, ma bensì non aveva che miseria, discordia ed 
ignoranza, la quale ullima era spiccatissima prerogativa di 
coloro che gareggiavano nelle lotte politiche come vedremo 
in seguito. K all’Italia, alllitta dalle crisi ministeriali in pe¬ 
riodi specialmente che precedettero l’avvento del Fascismo, 
si poteva dire ciò che a Firenze diceva Dante : 

.fai tanto sottili 

provvedimenti, che a mezzo novembre 
non giunge quello che d’ottobre liti. 

E veramente l'Italia in quei giorni di nefasta memoria 

era: 

.. . smagliante a quella inferma, 
che non può trovar posa in sii le piante, 
ina con dar volta suo dolore scherma. 


Coloro adunque che ai nostri giorni si succedevano al 
potere a brevissimi intervalli, erano della stessa natura degli 
animali ai quali si ammogliava la Lupa a* tempi danteschi, 
animali che al presente, come allora, furono infesti alla sa¬ 
lute e alla prosperità d’Italia. 

Dante riteneva il Veltro alto a liberarla dalle sin* sven¬ 
ture, ma il Veltro, che doveva essere il liberatore ed il re¬ 
stauratore d’Italia, non ebbe agio di compiere la missione as¬ 
segnatagli da Dante. K la grande missione di liberatore e di 
riparatore fu solo compilila ai nostri tempi dal Duce Magni¬ 
fico della nuova Italia, che ritenendo, conformemente a Dante, 
essere indispensabile alla prosperità della patria, unità di co¬ 
mando, continuità di governo, abbatteva per sempre la Lupa 
e gli animali ai quali, bramosi di sobbarcarsi al {mirre, si 
rivelavano sempre nemici al bene del popolo. 

Uniformandosi al pensiero del massimo Poeta, il Duce 




— Ili — 


Magnifico assegnava al governo restaurato da lui una incrol- 
tabile continuità tanto che questo governo 

Sta come torre ferma, che non crolla 
giammai la cima per soffiar de’ venti! 

(Purg. V. 13-14) 

Ora ritornando al noto argomento vertente alla pena 
della prima disubbidienza : in sudore vullus tui vesceris panis. 
Dante ben sapeva chi sono i drudi della Lupa, cioè della 
morte, onde è che nel MI Capitolo del Trattato del Convivio 
sono denominati vilissimi esseri morti, parendo vivi : « Dov'è 
da sapere che veramente morto it malvagio uomo dire si 
può ». E questi vilissimi esseri morii , al tempo di Dante, così 
come in tutti gli altri tempi, sono quelli che per gare d’uf¬ 
fici, come scrive Dino Compagni, eccitano le pubbliche dis¬ 
sensioni e promuovono i politici rivolgimenti. Per gare d'uf¬ 
fici è tanta discordia -Lib. Il cap. XV). 

Dante ben considerava quanto erano perniciose al bene 
dei cittadini le lotte dei partili che al potere si avvicenda¬ 
vano, poiché quando perveniva al potere un partito, ne con¬ 
seguitava un altro che voleva soppiantarlo, e tutti aspira¬ 
vano a spadroneggiare col pretesto di migliorare la condi¬ 
zione del popolo che sempre più immiseriva poiché se i sop¬ 
piantati divoravano le polpe, i soppiantatoci divoravano le 
ossa. Dante, compreso di forte sdegno, considerava che erano 
vergognosissimi ladrocinii variamente organizzati con la ma¬ 
schera di politici sistemi per potere impunemente manomet¬ 
tere le sostanze e l’onore dei cittadini. Al tempo di Dante 
quell’arditi, sfacciali e grandi ciarlatori, come li chiama Dino 
Compagni, nobilitavano in tal maniera il mestiere dei famosi 
assassini, Chini di Tacco ricordato nel VI de! Purgatorio, e 
di Hinier da Corrado, e Hinier Pazzo che fecero alle strade 
tanta guerra conforme si legge nel MI dell Inferno, senza 
esporsi ai pericoli, nè ai disagi cui si esponevano questi la¬ 
droni; ai pericoli di essere uccisi dagli aggrediti, ai disagi 
inoltre di menar vita vagabonda per le caverne, per le selve 
e pei burroni delle montagne, poiché gli arditi sfacciati e 
grandi ciarlatori, mentre a guisa di Cerbero spogliavano e 
squadravano il popolo , succiavano gli onori ed abitavano i 
grandi palagi. E Dante ben considerava che tutte queste ano¬ 
malie intervenivano per l'interesse personale di quelli che non 
volevano per sè la sentenza : in sudore vullus tui vesceris 



— 112 — 


panìs ». Ma in quelli che l ibelli al decreto dì Dio avvisavano 
d’essere felici, procuravano a sè stessi una infelicità di cui 
nulfaltra è più tormentosa. 

Dante vedeva la dillieoltà, ina non la impossibilità di ab¬ 
battere la l.upa. Egli voleva che il benefico riparatore avesse 
avuto ardire e franchezza; nè queste* qualità bastavano se 
non le avessero accompagnate le altre qualità del gran Veltro, 
cioè sapienza , amore e virtute. 

i x luei vilissimi esseri morti , parendo viri, così Dante de¬ 
nomina i drudi della l.upa, sono baldanzosi soltanto quando 
non trovino repressione con ardire e franchezza , e quando, 
invece di avere contro a sè sapienza , amore e virtute , non 
veggono che ignoranza, indolenza e corruzione. 

E questa è anche storia de’ nostri tempi. 

dome abbiam veduto, nè Emigrando della Scala, nè alcun 
altro personaggio, al tempo di Datile poterono compiere le 
opere vaticinate dal Poeta. 

Laonde, se vogliamo dire il vero ed il giusto, non solo 
le qualità del Veltro Dantesco si riscontrano interamente nel 
Duce Magnifico, ma, ciò clic è importantissimo, tutto quel 
complesso di salutari rivolgimenti politici clic avrebbe do¬ 
vuto compiere il Veltro, personificato in dangrande, sono stali 
compiuti da Henito Mussolini, le cui benefiche azioni lo ren¬ 
dono inoppugnabile ligura del grande liberatore vaticinato dal 
Poeta. Ed ora a vie meglio corroborare la veracità della mia 
affermazione passerò a dimostrare come può individuarsi in 
Benito Mussolini la figura allegorica del Veltro, perchè uni¬ 
camente al Duce possono riferirsi le prerogative del Veltro. 

A bene intendere il concetto dantesco bisogna aveve pre¬ 
sente la predizioni di Virgilio e quella di Cacciaguida nel 
XVII del Paradiso, poiché sono in strettissima relazione, come 
ho già dello. 

Dice Cacciaguida, fra l’altro : 

Parrai! faville della sua virtute 
in non curar d’argento, nè d’ufTanni. 

Le sue magnificenze conosciute 
saranno ancora sì che i suoi nemici 
non ne potrai! tener le lingue mute 


Per lui fia tramutata molta gente, 
cambiando comlizion ricchi e inendici. 




- 113 - 


Dice adunque Virgilio: 

Questi non ciberà terra nè peltro, 
ina sapienza e amore e virtute. 

Cioè questo Veltro, che apporterà una salutare riforma- 
gionc alle cose d’Italia, non penserà ad arricchire nè ad 
acquistare proprietà, ma sarà sua cura promuovere le arti e 
le scienze che arrecano incremento di civiltà ai popoli, e 
ne segnano il progresso in confronto degli altri. Egli porterà 
l'amore a lutto ciò che è giusto, bello, e vero. Qui sono le 
basi della evoluzione (l'un popolo, evoluzione che tende al 
perfezionamento di civili religiose e politiche virtù. Le grandi 
opere che doveva compiere il Veltro, sono stale compiute dal 
Duce Magnifico della nuova Italia e perciò le lodi che Dante 
fa dello Scaligero possono ben convenire a ftenito Mussolini. 

Dice Cacciaguida : 

Panari faville della sua virtute 
in non curar d’argento, nè d’affanni. 

Cioè appariranno segni manifesti e gloriosi della sua 
rara virtù nel suo disprezzo alia ricchezza, e nella sua in¬ 
stancabile attività che non conosce riposo per conseguire la 
restaurazione d’Italia ed il bene pubblico. 

Il Duce stesso ira detto : « Le società umane non si svi¬ 
luppano, e non grandeggiano se non c’è il disinteresse in 
chi comanda ». Queste parole del Duce sono l’esatto com¬ 
mento al verso dantesco : 

Questi non ciberà terra nè peltro. 

Cioè, conforme alla spiegazione del Bianchi, già da me 
riportala, questo Veltro, « nuovo ordinatore d’Italia, non avrà 
•i fame, nè farà alcuna stima nè di terra, nè di denaro ». 

Dunque il Veltro non ciberà terra nè peltro ma sapienza 
e amore p virtute, cioè i suoi riguardi saranno rivolti alla 
sapienza e alla virtù. 

Virgilio aggiunge che il Veltro avrebbe cacciata per ogni 
villa la Lupa, che molte genti f'e già viver grame. 

E Cacciaguida dice che per la virtù del Veltro sareb¬ 
be.ti tramutata motta gente , cambiando condizione ricchi e 
ni end iti* e ciò nei riguardi del Duce può interpretarsi che co¬ 
loro i quali nelle turbolenze politiche sobillarono il popolo 



— 114 — 


con mentite promesse d'impossibili miglioramenti, non po¬ 
tranno più esplicare le innumerevoli ciurmerie che ridonda¬ 
vano sempre a loro personale vantaggio ed a scapito del po¬ 
polo illuso. 

[i i mondici, cioè le molle genti che si fecero vivere grame, 
distolte da! proficuo lavoro pei* le competizioni dei partiti e 
pei* le continue sospensioni di lavoro, ritornate alle calme 
e proficue occupazioni saranno liberale dai loro patimenti. 
Ed ecco adombrata in complesso la grande restaurazione so¬ 
ciale operala prodigiosamente dal nostro Duce. 

Virgilio dice che il Veltro avrebbe rimessa la Lupa nel¬ 
l'Inferno, avrebbe cioè fallo cessare (come ho già detto) le mol¬ 
lali persecuzioni de’ Guelfi contro i Ghibellini e de’ Ghibellini 
contro i Guelfi. E tutto ciò non è applicabile nei confronti del 
Duce? La grande restaurazione della pace sociale, conseguita 
in Dalia per virili del Fascismo, non ha pollalo alfabhalli- 
mento degli oppugnatisi parlili che nel loro antagonismo fu¬ 
nestarono la vita della Nazione? 

Cacciaguida predice che le magnificenze , le opere del 
Veltro mirabili per la pacificazione dei parliti in lotta, si sa¬ 
rebbero conosciute in guisa che quelli stessi i quali erano 
prima suoi nemici non avrebbero pofìito tenere te lingue mute, 
nè ristarsi dal commendarlo altamente pel bene, che a tutti ne 
sarebbe derivato. E tutto questo appunto ora si sta verificando 
ne’ riguardi del Duce, che non solo ha conseguito l'assenti¬ 
mento di non pochi avversari politici, ma anche di cospicui 
personaggi stranieri. 

Credo avere dimostrato sufficientemente come le preroga¬ 
tive del Veltro sono applicabili al nostro Duce, e come egli sia 
stalo predestinato dalla Provvidenza a compiere la restaura¬ 
zione della Patria, e la universa pacificazione di tutto il popolo 
italiano, le quali grandi opere non poterono psscre recate ad 
effetto da Gnngrande della Scala, conforme era desiderio di 
Dante. 

Il Veltro, secondo l'intendimento dantesco, avrebbe do¬ 
vuto apportare la pace alla travagliala Italia e rimarginarle le 
piaghe cagionatele dalla discordia de’ suoi figli, avrebbe do¬ 
vuto infine promulgare nuove leggi per infrenare le ree pas¬ 
sioni de' suoi popoli turbolenti. Ed il Duce stesso che cosa 
dice? Egli così si esprime: « Io ho un dovere da compiere: ho 
una consegna da rispettare. 

Ilo preso l’impegno e la consegna di fare la grandezza 



— 116 


« materiale e inorale del popolo italiano ». Ed era questa ap¬ 
punto la missione che Dante assegnava al Veltro, missione che, 
ripeto, non potè essere compiuta dallo Scaligero. 

E qui cade a proposito che io faccia osservare che anche 
il Del Croix, questo meraviglioso veggente dell'Italia nostra, 
sia della mia stessa opinione. Egli nel suo discorso pronun¬ 
ciato in Foligno così si esprime : « Tutti i vaticini del fuoru- 
« scito sono ormai avverati : vedendo la Patria, misera e sel- 
« veggi a, « nave senza nocchiero in gran tempesta >» con il viso 
« bianco di tristezza e il cuore gonfio di sdegno, il profeta in- 
« vocava un Veltro, una guida che le restituisse virtute e co- 
« noscenza »-. 

Il Veltro, il Salvatore , il Duce è venuto. 

Dante scese nel sepolcro con la speranza che Cangrande, 
avrebbe finalmente apportato salute e prosperità all’Italia. Ma 
le speranze di Dante non si avverarono, e lunghi secoli romba¬ 
rono sulla sua tomba, e cospicue personalità apparvero sulla 
scena politica (l'Italia, ma non venne il magnanimo che doveva 
possedere le virtù del Veltro dantesco. Finalmente a sedare le 
discordie e gli odi cruenti che dilaniavano l’Italia, discordie 
e od! simili a quelli che infierirono al secolo di Dante, sor¬ 
geva a distanza di sei secoli l’uomo che prescelto dalla Prov¬ 
videnza al governo d’Italia, sta compiendo nella sua interezza 
la missione che il Poeta assegnava al Veltro, iniziando così 
(juella restaurazione voluta dal massimo Poeta e volgendo al 
tempo stesso l’ardito pensiero a vagheggiare le magnificenze 
dell’impero romano. 

Da quanlo ho fin qui detto si deve trarre che il Veltro, 
vaticinato dal Poeta, dopo lunghi secoli di attesa, è individuato 
unicamente nella persona di Mussolini. 

Dileggiamo il suo messaggio che è una fulgida sintesi del- 
rimmane e meravigliosa opera compiuta in soli quattro anni 
dal regime, saldo come montagna di granito , e nella valuta¬ 
zione di questa immane e meravigliosa opera noi vedremo as¬ 
surgere a vaste proporzioni la figura maestosa del Duce Ma¬ 
gnifico, laonde bene a ragione, e senza tema di esagerazione, 
possiamo affermare che Doviamo in lui accolte le virtù del 
Veltro, dal sommo Poeta vaticinato per la salvezza e la gran¬ 
dezza d’Italia. 

Il Veltro avrebbe dovuto possedere in massimo grado, 
come si è già detto, ardire , franchezza, sapienza, amore e vir¬ 
iate. E chi più de! Duce Magnifico possiede in massimo grado 
queste singolarissime virtù? 



— liti _ 


L'ardire e la franchezza non ci diedero la fatidica Marcia 
su Koiuu, ciie schiuse la via alla nuova fulgidissima storia 
d’Italia? 

E la sapienza politica del Duce non ideò e recò a compi¬ 
mento in soli qual Irò anni profonde e meravigliose riforme in 
tutti i campì defi nitività nazionale? Nel campo della politica, 
in quello della legislazione, e negli ordinamenti militari, ammi¬ 
revole si rileva l’opera del Duce che ha compiuta la grande 
trasformazione dello Stato, ed ha conseguito l'unità di governo 
e di comando, fattore indispensabile a raggiungere, secondo 
la scienza politica di Dante, la prosperità e la felicità di una 
nazione. .Mercè l'unità di governo e di comando che fu solo pos¬ 
sibile con la creazione giuridica del primo Ministro si è potuto 
raggiungere resistenza rigidamente unitaria dello Stato. 

A vie meglio rilevare la sapienza politica del Duce cade a 
proposito riportare quanto scrisse Charles Carry: «Non è 
« temerario dire che il llegiine fascista è solido come una 
« moti lagna di granilo. La costruzione dello Stato fascista se- 
« condo la sua fonnula « tulio nello Stalo, nulla fuori dello 
« Stalo, niente contro lo Stalo » è orinai compiuta. I.a legge 
« sulla costituzione del Gran Consiglio Fascista è destinata ad 
« assicurare por l'avvenire la continuità del llegiine. 

« Il Fascismo In ormai corpo con lo Stato e non ha più 
« che a continuare e a durare. 

■< In verità può essere soddisfatto dell’opera che ha coni- 
« pioto nel corso di questi sei anni in tutti i campi: iiell’eser- 
« cito, nella Marina, nell'Aei oiiautim. che non esisteva, per 
« cosi dire, -tolto i vecchi governi, nella finanza, nell induslria, 
« nelle ferrovie, neiramininistntzione dello Sialo e nei lavori 
« putibliei in cui opere colossali sono siale intraprese in modo 
« da modificare col tempo completamente la lisonomia del¬ 
ti l'Ilalia. 

« Ma sopratutto verso l'agricoltura il Fascismo ha con¬ 
ti centralo da qualche tempo i suoi sforzi e con la recente 
« legge sulla bonifica integrale. Mussolini ha mostralo di coni¬ 
ti prendere completamente l'importanza del problema agricolo 
per l'avvenire delFItalia. 

« Si può dire che la nuova politica agraria del llegiine 
« segni t’avvenimento capitale dell’anno sesto dell'Era Fascista. 

« Nel campo della politica estera, il Fascismo si è sforzato 
<t di consolidare i rapporti con numerosi Stali, firmando con 
« la maggiore parte di essi dei patti di amicizia. 



— 117 — 


« Ina delle cure principali di Mussolini non è siala sol- 
« lauto di rendere il suo paese felice e prospero, ma di fare 
« in modo che sia rispettalo di più nel mondo, volendo anche 
« esso la sua larga parie al sole. 

» L’Italia sopra tutto : tale è la divisa cui devono ispi- 
« l'arsi tutti i fascisti. 

« Una delle ragioni della popolarità del fascismo presso 
« gli italiani all’eslero è precisamente il suo programma na¬ 
ti zionale che tende a fare dell’italia una nazione forte e ri- 
« spettata, con la quale tutte le altre dovranno fare i conti. 

« 11 fascismo ha potuto incontrare in Italia degli opposi- 
« tori e dei detrattori, ma si può essere certi che rimperia- 
« lisine mussoliniano non ha che partigiani ardenti. \V questa 
li ima delle grandi forze del Uegime. 

"Ugni medaglia ha il suo rovescio, e se il fascismo ha 
» compiuto delle grandi cuse per la prosperità dell’Ilalia, ci 
» sono anche delle ombre nel quadro: l’alto costo della vita, 
» la disoccupazione, la crisi industriale. 

« Ma senza dubbio il Regime si sforza di attenuare col 
« tempo queste ombre, in mezzo a tanta luce. 

« Ad ogni modo bisogna constatare una cosa e cioè che 
« il fascismo ha trasformalo completamente l'Italia: esso l’ha 
» ringiovanita, imprimendo sopratulto nell’animo del cittadino 
« italiano un carattere nuovo, inculcandogli una religione 
«nuova, poiché vi è un misticismo fascista: si ,un misticismo 
« che si è manifestalo a diverse riprese nel disprezzo per la 
« morte e nell’ardore per il sacrificio. 

•• Mussolini ama ricordare all’Italia che i suoi sforzi non 
«sono finiti e che dovrà esigere da essa nuovi sacrifìci. Mus- 
« solini può domandare tutto al suo popolo: sarà sicuro di 
« essere obbedito. Più che mai egli polrebbc ripetere le pa- 
« rote che pronunciò un giorno l'imperatore Caracalla : « Posso 
« tutto e su tutti ». 

« Il fatto è che il popolo ha fiducia in lui. Ormai Musso- 
« lini nel numero degli idoli popolari, è ITomo indispensabile 
« che tiene nelle sue mani il destino della Nazione e nelle cui 
« braccia il paese si abbandona ». 

L’amore del Duce non si manifesta grandemente nel dare 
incremento alle arti ed alle scienze? La istituzione della grande 
Accademia d’Italia è creazione del Duce. Essa sta a testimo¬ 
niare l'amore del Duce ai valori spirituali e culturali della 
Nazione. E l'incremento alle scienze ed alle arti rientra anche 
nel sistema politico di Dante come già si è veduto. 



— 118 — 


Inoltre l 'amore del Duce si manifesta nel culto delle an¬ 
tiche glorie di Roma. 

Niella vastità della sua mente rivive il fasto dell’inipero ro¬ 
mano : Egli fa aleggiare tra il popolo italiano lo spirito della 
romanità. Per questo suo grandissimo amore alle genti latine 
il Duce innalza a festa della Nazione il Natale di Roma. Questo 
suo ardentissimo amore gli fece dire : « Noi nel segno di Roma 
« eterna, che ha dato due civiltà al mondo e darà la terza, noi 
« ci riconosceremo, e le legioni regionali stileranno con il no 
« stro ordine che non è tedesco e neppure militaresco, ma 
« semplicemente romano ». 

L amore del Duce per il cullo alla romanità è grandissimo: 
« Io sono romano », egli esclama. « Signori è ora di finirla con 
« i municipalismi. In uno stato bene organizzato non c'è che 
« una capitale : e quando questa si chiama Roma, lutti hanno 
« il dovere di sentire l'ineffabile orgoglio di appartenerle ». 

Superbe parole ohe valsero a scuotere l'ignavia de' mal¬ 
vagi uomini (l’Italia dispregiatori delle patrie glorie. 

E rande ed immenso è l'/nnorr del Duce per Roma: « Roma 
« era immensa nel mio spirito che ai affacciava alla vita, e del- 
« l’amore di Roma ho sognato e sofferto e di Roma lio sentito 
« tutte le nostalgie. Roma! e la semplice parola aveva un rim- 
« bombo di tuono nella mia anima. Più tardi, quando potei pe- 
« regrinare fra le viventi reliquie del Foro lungo la via Appio, 
« o presso i grandi templi, sovente mi accadde di meditare sul 
« mistero della continuità di Roma. Mistero è l'origine! I.a 
« così detta critica storica può industriarsi a sfrondare la leg- 
« genda, ma sempre una zona d’ombra rimane dove la leggenda, 
« insostituibile dal freddo e spesso assurdo ragionamento, torna 
« superbamente a fiorire. La critica non può dirci per quali doti 
« segrete, o per quale disegno di una intelligenza suprema, 
« un piccolo popolo di contadini e di pastori potè grado a grado 
« assurgere a potenza imperiale e tramutare nel corso di pochi 
« secoli l’oscuro villaggio di capanne su le rive del Tevere in 
« una città gigantesca che contava i suoi cittadini a milioni, e 
«( dominava il mondo con le sue leggi ». 

Inoltre il Duce, nel suo discorso al Senato diceva: Non ho 
« bisogno di dire a voi che cosa significa Roma nella sloria del 
« mondo e nella storia d'Italia. Basta pensare che senza le 
« pagine della storia di Roma, tutta la storia universale sarebbe 
« terribilmente mutilata e gran parte del mondo contemporaneo 
« sarebbe incomprensibile ». 



— 119 — 


Le parole del Duce su Doma sono un’eco (ielle parole di 
Dante! 

Ascoltiamo Dante che parla di Roma : « Non è meraviglia se 
<« la Divina Provvidenza, che del tutto l’angelico e l’umano ac- 
« corgimento soperchia, occultamente a noi molle volte pro¬ 
li cede; conciossiacosaché spesse volte le umane operazioni alti 
« uomini medesimi ascondono la loro intenzione. Ma da ma¬ 
te migliare è forte quando la esecuzione dell’Eterno Consiglio 
« tanlo manifesta procede che la nostra ragione lo discerne. 

« Udite, perocché di gran cose io debbo parlar e. Volendo 
« la smisurabile bontà Divina l’umana creatura a sé riconfer- 
« mare, che per lo peccato delia prevaricazione del primo uomo 
« da Dio era parlila e disformata, eletto fu in quell'altissimo e 
«< congiuntissimo Concistoro divino della Trinità, die il figliuolo 
« di Dio in terra discendesse a lare questa concordia. E però 
» che ne la sua venuta nel mondo, non solumenLe il cielo, ma 
« la terra convenia essere in ottima disposiziono : e la ottima 
« disposizione della terra sia quando ella è monarchia, cioè tutta 
« ad un principe... ordinalo fu per lo divino provvedimento quel 
« popolo e quella cillade che ciò doveva compiere, cioè la gio¬ 
ii riosa noma ». 

. Dolila non solamente speciale nascimento, ma spe¬ 
li ciale processo ebbe da Dio; elio brievemente da Dot nolo co¬ 
li niinciando, che fu di quella primo padre, inlino alla sua per¬ 
ii fellissima ciarle, cioè al tempo di un solo principe del ro- 
« mano popolo e eoimunlatore fu ordinalo, non pur per umane, 
« ma per divine operazioni andò il suo processo ». 

« Chè se consideriamo i sette regi che prima la governa¬ 
li reno... che furono quasi balii e tutori della sua puerizia, non 
« trovare potremo coloro essere stali di divina natura, secondo 
« l'opportunità dal precedente tratto di tempo. Se conside- 
« riamo poi la sua maggiore adolescenza, poiché dalla reale 
« tutoria fu emancipata da Bruto primo Console, infino a Ce¬ 
li sare primo Principe Domano, noi troveremo lei esaltata non 
« con umani cittadini, ma con divini, nelli quali non amore 
« umano, ma divino era spirato in amar lei... ». 

E qui dopo che Dante ha terminato di ragionare dei divini 
cifIndirli di Roma, cioè di Fabrizio, di Curio, di Muzio, di Tor¬ 
quato, de’ Deci e de' Orasi, di Regolo, di Quinzio Cincinnato, 
di Camillo, di Catone e di altri, così conclude : « Perchè 
« più chiedere non si dee a vedere che special nascimento da 
*< Dio pensato e ordinato fosse quello de la santa eiffà. e certo 



— 120 


« son di ferma opinione che le pietre che nelle sue mura stanno, 
« siano degne di riverenza, e il suolo dove ella siede sia degno 
« oltre quello che per gli uomini è predicato e provato ». 

Inoltre Dante nel Gap. IV del Trattato IV del Convivio 
prova ltoma : « essere città imperatrice e da Dio avere special 
« nascimento e da Dio avere special processo ». 

E’ questo Vamore verso le antiche glorie di Roma che Dante 
voleva nel Veltro, riparatore delle italiche sciagure. 

E perciò le nobilissime parole del Duce che esaltano la 
grandezza di Roma, avrebbero riempito di gioia il cuore del 
grande esule che avrebbe esclamato : 

Benedetta colei, che in te s’incinse! 

Le virtù del Duce poi sono tali e tante che destano la me¬ 
raviglia e l'ammirazione anche dei nemici. 

Egli stesso accenna quali debbano essere le virtù dogai 
seguace del Fascismo. « Le qualità, anzi le virtù immutabili del 
« vero fascista devono essere la franchezza, la lealtà, il disin- 
« teresse, la probità, il coraggio, la tenacia ». 

Con il presidio di queste virtù e delle altre qualità accen¬ 
nate da Dante, e riscontrate in massimo grado nel Duce Ma¬ 
gnifico, figura inoppugnabile del Veltro, liberatore e riparatore 
d’Italia, non cupido di possedimenti sì di terra e sì di denaro 
ma di sapienza, d'ani ore, e di virtù, noi possiamo annunciare 
sicuri al mondo questa verità : Il Duce farà più grande l'Italia , 
comunque , dovunque , contro chiunque. 

Considerando il vasto complesso delle opere compiute dal 
Duce Magnìfico, io ne volli fare particolare menzione nel mio 
poema : « La storia della Musica e della Poesia ». Credo oppor¬ 
tuno a vie meglio illustrare la sapienza , l'amore , la virtute 
del Duce, riportare alcuni passi del citato poema : 

Già dindustre lavor nuovo incremento 
scorge in Italia lo stupor del mondo; 
legislator del popolo redento 
ti dice universa! plauso giocondo. 

Di social dottrina allo portento, 
che altrui rivela il tuo saper profondo, 
è la legge che regola il lavoro, 
della fascista età lustro e decoro. 

Ma aitili tua mente, che s’inspira e gode, 
riparar le barbariche mine, 



— 121 — 


quei ricercando, dove l'arte iia lode, 
monumenti, il cui grido è senza One, 
schiuderai il suol d’antiche età custode, 
ond e ciie noi vedremo le Latine 
campagne aperte dare a mano a mano 
nuovi tesori dell'ingegno umano. 

Or tu a salvare in parte anche i vitali 
alimenti di pura intelligenza 
dal vituperio, che su i nostri mali 
si recò da ignoranza e da insolenza, 
raccòr sotto le tue benefiche ali 
bramasti quanto è del saper potenza, 
ed all’Italia l’Accademia hai dato 
le glorie a rinnovar del Peripato. 

Or Parti e le scienze alto incremento 
traggono anch’esse per tua viva cura, 
die d’emulo valore eccitamento 
gli eletti ingegni al paragon misura. 
Salvezza della patria ed ornamento, 
riparato!' dell'itala sventura, 
or sol per le vivrà, se miro giusto, 
il secolo di Pericle e d’Augusto. 

Inoltre al tasto del romano impero 
l’itale genti richiamar tu vuoi, 
cliè nella vastità del tuo pensiero 
rivive il cullo dei Ouiriti eroi; 
della prisca grandezza al magistero 
l’età novella indirizzar tu puoi, 
che sorta Italia dalla sua mina 
sull’orme tue fidente alfin cammina. 

K dell'uman pensiero alto ardimento 
che i desideri tuoi sempre seconda, 
quand’opra a dispiegar, che par portento, 
su terra dì miasmi ed infeconda, 
l’acqua prosciuga, e al gran risanamento 
l’agricolo lavor ferve ed abbonda 
là dove stava pauroso e forte 
lo spettro della febbre, e della morte. 



\'22 


Fu de’ Cesari questo il gran pensiero, 
che in essere giammai non fu recato, 
poscia dai successor del maggior Piero, 
per lunghe età, fu indarno vagheggiato, 
ma il gran disegno a conseguire intero 
il secol nostro io vedo alfin chiamato, 
or questa impresa, che non ha l'eguale, 
al nome tuo darà grido immortale. 



I METELLI AL TEMPO DI DANTE 


Si miserevole era la condizione dell’Italia al tempo di 
Dante, clt’egli non potè sperare in alcuno tra gli italiani che 
fosse atto a rivestire la dignità imperiale, e quindi si rivolgeva 
al tedesco Alberto come il solo che fosse stato capace ad ab¬ 
battere l’orgoglio d’ogni Mai-cello (secondo vuole la comune le¬ 
zione), o Metello (secondo il codice Antaldo) che si produceva 
per fomentare le discordie degli italiani. Ma chi era questo Mar¬ 
cello o Metello? Anzitutto, a rettamente intendere il concetto di 
Dante, devesi escludere ch’egli facesse menzione di qualsiasi 
Marcello, e quindi al luogo di Marcello devesi mettere Me¬ 
tello. Non voglio omettere questa storica dilucidazione poiché 
per essa dovrò parlare di avvenimenti che hanno esattissimo 
riscontro con gli avvenimenti che precedettero l’avvento del 
Fascismo, guanti Metelli non furono abbattuti dall’impeto tra¬ 
volgente della nostra rivoluzione? 

Tutti i vanitosi Metelli dell’epoca nostra furono travolti 
per virlù d’un meraviglioso Piglio d’Ilalia. Quindi credo fare 
cosa grata se mi accingo a rievocare la figura storica di quel 
Metello nominato da Dante, poiché esso è fedelissima incarna¬ 
zione di quei Metelli che pullularono ai nostri tempi sulla scena 
della vita politica d’Italia. 

Nel sesto del Purgatorio abbiamo la famosa digressione, 
cii’è una apostrofe primieramente alla serva d’Italia. 

«... di dolore ostello, 

« nave senza nocchiero in gran tempesta. 

« non donna di provincie, ma bordello; 

e poscia ad Alberto tedesco ,cioè ad Alberto d’Austria figlio 
dell'imperatore Ridolfo. 

Nella prima parte favellasi delle discordie e delle sven¬ 
ture italiane. Dante dice : 0 Italia, 

«... in le non stanno senza guerra 
« i vivi tuoi, e l'un l’altro si rode 
« di quei che un muro ed una fossa serra. 



— 124 — 


« demi, misera, intorno dalle prode 
« le lue min ine, e poi li guarda in seno, 
i. s'alenila parie in (e di pace gode. 

« Che vai perché ti racconciasse il freno 
« Giustiniano, se la sella è vota? 

« senz'osso fora la vergogna meno. 

.Velia seconda parte poi Dante rimprovera Alberto il quale, 
perchè intento ad acquistare nuovi paesi in Germania, lascia 
l’Italia in abbandono, così die, mancandole chi infornisi' i 
suoi arcioni , era fatta indomita e selvaggia. K, dopo di averlo 
più volle invitato a vedere i guai, che, per le non frenale ri¬ 
valità o inimicizie de’ Guelfi e de' Ghibellini, dilaniavano in ogni 
lato il diserto giardino dello Imperio, il Poeta conclude, alter¬ 
ni andò : 

« Glie le lerce d’Italia tutte piene 
<i soli di tiranni, ed un Melel diventa 
u ogni villan clic pal leggiando viene. 

Ma qui la comune lezione teli c riprodotta nel testo critico 
della società Dantesca italiana, ed è seguila anche da Isidoro 
Del Lungo sì profondo nelle indagini storielle sii Dante) dice che 
un Marcel diventa ogni villan che parteggiando viene. 

Chi sarebbe poi questo Marcello? ed a che signi licare si 
vuol esso nominato? 1 commentatori sono su ciò discordi. Al¬ 
cuni vi cercano allusione ad un gran capitano, anzi sul un gran 
conquistatore, e corrono subito col pensiero a quel Marcello 
ch’espugnò Siracusa, ed il Tommaseo vi scorge ancora quel 
Marcello, che fu vincitore de' Cartaginesi e de' Calli, e cita a 
questo proposito Virgilio che nel VI. della Eneide cardò: In - 
signis spoliis Marcellus opimis. 

Alcuni poi rifiutano il gran capiinno e il gran conquista¬ 
tore, ma vagheggiano invece il terribile nemico d'nn gran ca¬ 
pitano e d’un gran conquistatore, e seguitano il parere dell'Ot¬ 
timo. che chiosò questo Marcello esser colui che uccia tanto 
l'animo infiammato contro a Cesare , che continuo si (orava in 
consiglio a dire contro a Ini , e le più volte direa contro a ra¬ 
gione e giustizia. E il Marcello che vi oppose afta tirannide, 
come ancora osserva il Volpi, di quel gran capitano e di quel 
gran conquistatore che fu Giulio Cesare, piacque inoltre al po- 



125 - 


stillatore del Codice Caetani, il quale, a giudizio dell’Editore 
Romano della Divina Commedia commentata dal Lombardi, smi¬ 
dolla qitesto pauso e ne ime sugo di delicatissimo gusto. Il pre¬ 
lodato Postillatole pertanto scrive: Iste fuil M. Marcellus , qui 
fuil inimicus Caesaris, et quia indicava Caesarem inimicum 
Senalus , et Heipublicue nomarne, vali dicere sUantes), quod 
siculi idem Marcellus oppnsuit se Caesari, ita quilibet cuju- 
scumque vili.s coiuliiivm vati opponere se Caesari sive Im¬ 
perai mi. 

Dante dunque, a vie meglio persuadere il ritroso Alberto 
tedesco, itimi sema cura, a venire in Italia, gii direbbe, a pa¬ 
rere di questi commentatori : Scendi pure dalle Alpi, o Alberto, 
e non troverai resistenza alcuna perchè in Italia ogni villan, 
che parteggiando viene, diventa simile a quel Marcello ch'e- 
spuqnò Siracusa. Ovvero: Scendi pure dalle Alpi , e non tro¬ 
verai resistenza alcuna , perchè in Italia ogni villan, che par¬ 
teggiando viene, diventa simile a quel Marcello, che si oppose 
a Cesare, e cosi quilibel cujuscumque vili? conditionis vult 
opponere se libi Caesari vel Imperatori. 

Si nell’uno come nell’altro caso, Alberto avrebbe potuto 
rispondere: E come puoi dirmi crudele ed uomo senza cura , 
se non vengo in Italia, dove troverei lanli oppositori fortissimi 
nelle armi o nella tribunizia eloquenza, quanti sono i villani 
che vengono parteggiando? Il mio meglio si è ch'io me ne stia 
in Germania, dove ho molto da guadagnare, lasciando ne' suoi 
malanni l'Italia, dove poirei patire le acerbissime sconfitte, che 
tu, o Dante, mi prenunzi con questi tuoi o valorosissimi o fu¬ 
riosissimi Marcelli. 

Ora io non so qual maniera di ragionare sarebbe stata 
quella, che si suppone ne’ citati commenti, per indurre Al¬ 
berto a venire in Italia, significandogli che ogni villano è un 
Marcello espugnatore di Siracusa, o un Marcello feroce nemico 
dell’imperatore. Se Dante avesse veramente favellato a questo 
modo, oltre che sarebbe stato in contraddizione col buon senso 
e con le più volgari norme dell’arte oratoria, sarebbesi trovato 
in contraddizione con sè stesso ancora, cioè con quel che poco 
innanzi aveva detto. Ecco alcune delle sue parole ad Alberto : 

« Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura 
« de’ tuoi gentili, e cura lor magagne, 

« e vedrai Santafior com’è sicura. 



126 


« Vieni il veder 1 la tua Doma, ciie piagne, 

« vedova, sola, e di e notte chiama : 

« Cesare mio, perchè non m’accompagne? 

Itante dunque, a persuadere Alberto gli rappresentava i 
suoi gentili , cioè a dire ? sostenitori del suo partito, i suoi fe¬ 
deli, come spiega il Costa; e gli rappresentava Doma che di e 
notte, piangendo, sospirava perchè il suo Cesare indugiava a 
venire. E questa chiamasi maniera idonea alla persuasione, 
non quella che, addimostrando gagliardissime oppugnazioni, 
è propria invece a dissuadere chicchessia e più chi è giù di¬ 
sposto a non acconsentire. 

E Dante, che conosceva la forza dell’arte oraloria più die 
certi suoi chiosatori, assale Alberto anche dal lato della co* 
scienza, fa insomma ricadere sopra di lui, perchè in Italia non 
veniva, ia colpa di tulle le sciagure, che l'Italia allliggevano. 
Così gli dice : 

« Giusto giudicio dalle stelle caggia 
.« sovra il tuo sangue! e sia nuovo ed aperto, 

« tal che il tuo successor temenza n'aggia; 

■< che avete tu e il tuo padre sofferto, 

■< per cupidigia di costà distretti, 

« che il giardin dello Impero sia diserto. 

Quindi tutta la colpa è di Alberto, se per cupidigia di am¬ 
pliare la sua dominazione in Alemagna, abbandonava IMI alia; 
il perchè 

«... le terre d'Italia tutte piene 
« son di tiranni, ed un Mete! diventa 
« ogni villan che parteggiando viene; 

cioè tutte le terre d’Italia non solamente son piene de* tiran- 
netti che la signoreggiavano con titoli patrizi, ma sono inoltre 
desolale da ogni villano, da qualunque uomo vi/is conditionis . 
che gridando libertà e promettendo la felicità del popolo, di¬ 
venta anch esso un Metello, che con la sua concitata e ingan¬ 
natrice eloquenza acquistasi il favor delle plebi, e salendo ad 
alti gradi nel pubblico reggimento, pei- vie meglio arricchire 
deila depredala erariale pecunia e delle concussioni impune¬ 
mente operate, è un tiranno novello del popolo sempre illuso, 
sempre illaqueato con vanità di parole, con menzognere prò- 



— 127 — 


messe. Questo, e non altro, è il concetto dantesco, se vuoisi 
stare al naturale procedimento del discorso e al senso apertis¬ 
simo di tutta la digressione della quale si è favellato. 

Ma chi è poi questo Metello? lo, ritenendo che qui si al¬ 
luda a coloro che vogliono avere tutte le attribuzioni di go¬ 
vernare a proprio talento, ed essere tenuti in estimazione di 
avere capacità, più che altri, ad ogni cosa, inè di siffatti 
impudentissimi ambiziosi, fu mai penuria, in special modo 
quando la pubblica amministrazione va fluttuando come nave 
senza nocchiero in gran tempesta), pensai che fosse quel Lucio 
Metello, che celeberrimus Ira tutti gli altri della sua prosapia 
è detto dal Forcellini; inoltre di esso scrive Plinio (Lib. VII, 
Gap. XLIll), « voltasse prìmarium bellatorem esse, optimum 
oratorem, fortissimum imperatorem, auspicìus suo maximas 
res gerì , maxima honore uti , stimma snpientia esse, summum. 
senatorem imbevi, pecuniam magnani bona modo invenire, 
rpultos liberos rclìnquere, clarissimum in civitate esse ». 

Ed invero le immoderatissime aspirazioni e le preten¬ 
sioni stranissime di questo Lucio .Metello ritraggono a vivi 
colori il carattere irrequieto, audace, turbolento, avaro, su¬ 
perbissimo di que' demagogici agitatori, che allora tormen¬ 
tavano l’Italia in guisa che l'un l’altro si rodeva di quei che 
un muro ed una fossa serra ne’ v’era alcuna parte che di 
pace godesse, nè freno di legge più si conosceva. 

Quei calamitosi tempi si avvicendarono nuovamente in 
Italia all’epoca che di poco seguì alla guerra, e la patria 
corse pericolo per l’opera spiegata da questi nefasti Metelli, 
di cadere nell’abisso della più desolante anarchia. Ma a sal¬ 
varci dalla estrema ruina giunse il Veltro, il Duce personi¬ 
ficalo in iienito Mussolini. 

Oh quei tempi non tornino più! Nè la popolare creduli là 
si lasci mai più sedurre dai l.ucii Metelli, che tutto vogliom, 
e tutto dicono saper fare, per potere unicamente pecuniam 
magnani bona modo invenire, clarissimos in civitate esse. 

Ma se questo Lucio Metello corrisponde esattamente al 
pensiero dantesco ed alle condizioni politiche di quel secolo, 
non meno esattamente vi corrisponde un altro Metello, che 
io credo aver Dante più peculiarmente avuto in vista. 

Si sa che Dante fece uno studio specialissimo sulla vita 
di Catone Uficense. Or nella vita di Catone scritta da Plu¬ 
tarco si trova un Metello Nepote, in cui si riuniscono tutte le 
circostanze, che indussero Dante a recarlo ad esempio di 



- 128 - 


que’ temerari!, che si fanno autori di politiche confusioni, e 
di sempre deplorabili cittadine discordie. 

Narra la storia die molti fecero istanza a Catone perchè 
concorresse al tribunato della plebe; egli però pensava che 
non fosse bene lo adoperare la possanza di una carica tanto 
autorevole, se non quando gli affari necessariamente lo chie¬ 
dessero, quasi medicina gagliarda, e ad estremi mali estremo 
rimedio. Quindi non trovandosi occupato in pubbliche fac¬ 
cende, tolse seco libri e filosofi, s’incamminò verso la Lu¬ 
cania, dove possedeva luoghi di nobile e delizioso soggiorno. 
Ma per via incontrò grande quantità di salmerie e di ser¬ 
venti, che con sè menava Melello Nepote, il quale a Doma 
traeva disposto a concorrere al tribunato della plebe, E Ca¬ 
tone si soffermò tacendo, indi, comandò a 5 suoi di retroce¬ 
dere. Della qual cosa i suoi amici l'orlo meravigliarono; onde 
egli disse loro: Aon .sapete voi che Metello è già da temersi 
per sè medesimo in riguardo alla propria sva stolidezza, e. 
che ora se ne viene per consiglio di Pompeo? iEcco il villan 
che parteggiando viene!). E che si pitterà nella tiepubblica 
a guisa di fulmine , mettendo sossopra le cose tutte? Il perchè 
questo non è più tempo da oziare ed a starsene fuori di città, 
ma mi è d'uopo andare a soggiogare un tal uomo , o perder 
con onore la vita . combattendo in difesa detta libertà. 

Catone adunque (ornò a lloma. e, ginn invi, in sulla sera, 
il dì seguente discese subito di buon mattino alla piazza a 
domandare il tribunato per potersi opporre a Metello; con¬ 
sistendo la forza di quella dignità più neH’impedire che nel 
fare. Basti considerare che quantunque (ulti gli altri tribuni 
fossero stali concordi in qualche determinazione, un solo, che 
non avesse acconsentilo, la rendeva di iiiun valore, ('.alone 
pertanto fu crealo tribuno con Melello e con alili. 

Quindi Metello, fallo tribuno della plebe, radunava as¬ 
semblee tumultuose; e propose una legge che Pompeo tor¬ 
nasse tosto con rannata in Italia, e prendesse a salvare la 
città, come in pericolo fosse per cagione di (latilina. Questo 
era un discorso di assai bella apparenza, che anche Metello 
Nepote pretendeva come Lucio Metello che altri lo reputasse 
optimum oratorem. Ma la sostanza e lo scopo della legge 
era di dare gli affari in mano a Pompeo e mettere in suo po¬ 
tere il dominio. Unitosi il Senato per deliberare, datone non 
assalì Metello con quell'impeto, che solito era di usare, ma 
lo ammonì con grande moderazione e mansuetudine. Per la 



- 129 — 


qual cosa Metello vie maggiormente insuperbì, e, sgridando 
Catone, come già cedesse pei- paura, proruppe in orgogliose 
minaccie e in parole temerarie, dicendo che a dispetto del 
Senato eseguirebbe quanto aveva preso a fare. Avendo però 
allora Catone cangiato aspetto e tuono di voce; fra le altre 
cose disse ancora che, lino a tanto ch'egli vivesse, Pompeo non 
entrerebbe giammai con le armi nella città. U maniera da 
Metello tenuta era veramente una insania die per eccesso di 
malvagità portava allo sterminio e confusione d’ogni cosa, 
come appunto accade (piando si intromettono nel pubblico 
reggimento i villani che parteggiando vengono. La virtù poi 
di Catone era entusiasmo, che combatteva in difesa dell'onesto 
e del giusto. 

Quando il popolo doveva dare i voli intorno a quella legge, 
stavano per Metello i suoi armali ed altri uomini stranieri, 
e gladiatori e servi, che si schierarono sulla piazza, e v’era 
puro non piccola parie del popolo, che desiderava Pompeo 
per la speranza che in meglio mutasser le cose. Il popolo 
non sa comprendere che assai volte le mieui est Venitemi du 
bien , come dice Voltaire; e Cesare, allora pretore, favoreg¬ 
giava pure le novità nella Repubblica, le quali avrebbero 
poi agevolato il sentiero alle sue ambiziose aspirazioni. 

Del parlilo di Calorie erano i principali cittadini, ma do¬ 
lenti de’ pericoli, che soprastavano, pur non si addimostra¬ 
vano vigorosamente risoluti alla difesa, laonde più col ram¬ 
marico dell’animo che con le opere si accomunavano a Ca¬ 
tone, la cui famiglia perciò era oppressa da grande tristezza 
e timore; le donne e le sorelle piangevano. Solo Catone ap¬ 
pariva intrepido con lutti, e con Minnzio, uno de’ suoi col¬ 
leglli nel tribunato, venne alla piazza, e vedendo il lempio 
di Castore e Polluce circondalo di armi, guardati da gladia¬ 
tori i gradini, e Metello sedente in alto insieme a Cesare, si 
fermò e, voltosi verso gli amici suoi, disse: Oh temerità di 
quest’uomo pauroso, che ha raccolto fanti armati contro uno 
ch't 1 ignudo ed inerme! fi ciò dello, si avanzò subitamente 
con Minuzio; quelli che guardavano i gradini, si separarono, 
ma non vollero lasciar passare verun altro, se non che Ca¬ 
tone, preso per mano Minuzio, lo trasse con sè. benché a gran 
fatica, e così fattosi innanzi, andò a sedersi in mezzo a Ce¬ 
sare e a Metello, per impedire il loro colloquio. Gli uomini 
dabbene, ammirando la franchezza e il coraggio di Catone, 
si facevano allora più da presso, e sè medesimi confortavano 



- 130 - 


a mantenersi fermi e stretti fra loro, e a non tradire la li¬ 
bertà, nò chi per essa combatteva. 

Quivi avendo il ministro tolta in mano la legge, Catone 
non gli permise di leggerla, laonde la prese Metello, e misesi 
a leggerla egli, ma Catone allora gliela strappò di mano. Me¬ 
tello però che la riteneva a memoria, cominciò a recitarla, e, 
Minuzio, avendo smesso il timore elle pur dianzi lo turbava, 
postagli la mano sulla bocca gli chiuse la voce. Vedendo 
così Metello che Catone e Minuzio volevano superarlo senza 
combattere con le armi, e che il popolo già cedeva, diedesi 
a far ciò che gli tornava meglio, e comandò clic gli armali, 
i quali aveva condotti con lui, accorressero ,e questi ubbidi¬ 
rono mettendo terrore con alte grida. Tutti gli amici di Catone 
sbandaronsi, ma egli rimase ferino, quantunque dal di sopra 
gli venissero gittati sassi e legni. Murene lilialmente abbrac¬ 
ciando Calorie e coprendolo della sua toga, lo trasse entro il 
tempio di Castore e Polluce. 

Poi che Metello ebbe veduto sgombro il tribunale, e fug¬ 
giti qua e colà per le piazze gli avversari suoi, credendosi 
aver superato ogni ostacolo, ordinò ai suoi armati rii riti¬ 
rarsi, e fattosi egli avanti modestamente, procurava di otte¬ 
nere l'intento suo intorno alla legge. Ma gli avversari ben 
tosto riavutisi, tornarono dalla lor fuga e si diedero a gr idar 
forte, mostrando grande ardimento: così che Metello e i suoi 
partigiani furono presi di paura e di costernazione, e tutti 
dal tribunale precipitosamente si partirono. Indi usci fuori 
Catone e fece sì che la moltitudine si dispose a voler ab¬ 
battere ad ogni modo Metello; ed il Senato, raccoltosi, ordinò 
che fosse dato aiuto a Catone e si facesse contrasto a quella 
legge, che produceva in Poma sedizione e guerra civile. 

Metello era pur tuttavia pieno d’audacia, ma vedendo che 
i suoi temevano sommamente ('.alone e lo credevano invinci¬ 
bile, tor nò improvvisamente in piazza e gridò al popolo ch’egli 
fuggiva la tirannia di Catone, e da quella congiura che ordi- 
vasi contro Pompeo, della quale la città, che vilipendeva allora 
quel gran personaggio, sarebbe» ben presto pentita. K su¬ 
bitamente mosse alla volta dell'Asia per' andare a r iferire ogni 
cosa a Pompeo. 

Ora, senz’altro aggiungere, mi sembra abbastanza dimo¬ 
strato il carattere storico di questo Metello Nepote, il quale, 
arditamente aggirando il popolo con ingannevoli apparenze 
di sorte migliore, cospira a ridurlo in ischiavitù, per signo- 



- 131 - 


raggiarlo a suo lalento, e, non potendo a ciò pervenire con 
le proprie forze, si fa satellite di quel potente, sotto la cui 
dominazione egli avvisa auspicio suo maximas res geri, ma- 
ximo fumore uti, summum senatorem. haberi, e sempre pe- 
cuniam magnavi bona modo invenire , nel che fanno capo tutte 
le demagogiche aspirazioni. Ricordiamo ciò che Ovidio dice 
( Lib. I Fast.). 

« In pretio prelium nunc est, dal census honores, 

« census amicitias, pauper ubique iacet. 

K i villani che parteggiando vengono, sanno, meglio che 
altri, che con le ricchezze cessano di essere spregevoli e che 
con la povertà sogliono altrui parere ridicoli, e più quando 
ambiscono farsi delle pubbliche cose moderatori. Oh allora 
sì veramente ( Giov ., Sai. ///). 

'i Nil liubet infelix paupertas durius in se. 

" quam quod ridiculos homines facit. 

la dove poi si consideri che i Metelli erano una plebea 
famiglia Romana, e che Metelli dicii sunt , quasi mercenari », 
hoc enim significai ipsa vox , secondo che avverte il Forcel- 
lini, unde Attìus apud Festwn : Colores , famulique , metellique , 
racnlaeque; si parrà più evidente ancora la sdegnosità dello 
aristocratico Dante, gridando contro i villani, che da un lato 
facendosi forti della maschera d’amore ad un partito, s’innal¬ 
zavano sul travagliato popolo, e dall’altro cercavano consoli¬ 
darsi nel potere, segretamente servendo alle mire del tale e 
tal altro de’ tiranni, ond’emn piene le terre tutte d'Italia; 
alla stessa guisa che Metello Nipote da un lato irretiva con 
la stia eloquenza il volgo più abbietto e più ignorante di Roma, 
mentre dall’altro era occulto sgabello all’ambizione di Pompeo. 

E’ chiaro adunque che Dante dicendo un Metello volle si¬ 
gnificare sì l’uno come l’altro de’ sopra nominati, cioè Lucio 
Metello e Metello Nepote, entrambi celeberrimi nella storia 
delle Romane rivoluzioni; ma, come ho già detto, la sua idea 
si fissò più nel secondo che nel primo di questi Metelli. Qua¬ 
lunque però de’ due si prenda, il concetto dantesco è spie¬ 
gato nel modo che logico criterio richiede e storica conso¬ 
nanza persuade. 




I FACCENDIERI E GLI ARRUFFONI DEI 
PARTITI AI TEMPI DI DANTE 


Cade a proposito di parlare di un’altra piaga che am¬ 
morbava Firenze e l’Italia ai tempi danteschi. Essa è la me¬ 
desima piaga che deturpò il corpo della nostra patria prima 
che la venula del moderno Veltro spazzasse via i numerosi 
partiti e tante miserie politiche che infestarono l'Italia; nihil 
novi sub sole. 

Avendo accennalo alle lotte dei vari partiti che si svol¬ 
gevano ai tempi di Dante, ritengo di utile ammaestramento 
ricordare la mirabile dipintura che ne fa il Poeta nella in¬ 
vino, Commedia. Noi infatti troviamo questi avventurieri nel 
• 111 del l'Inferno, e sono quei medesimi che Dante appella scia¬ 
gurati che non furono mai vivi, e di costoro parla anche Fedro 
nella V favola del II Libro: 

Est ardelionem quaedam Romae natio, 
trepide concursans, occupa in otio, 
gratis anhelans multa agendo nihil agens 
sibi molesta et alita odiosissima. 

Al tempo di Augusto questa razza di sciagurati faccen¬ 
dieri era in Roma; Dante la conobbe a Firenze. 

Trepide concursans , questa genia al tempo di Dante af¬ 
fannosamente correva quà e colà per le piazze e per le vie 
di Firenze a far clamorose radunanze, per potere, segnalan¬ 
dosi in esse, acquistare diritto a qualche ufficio, o grazioso 
stipendio, ohe avrebbe dato i mezzi a vivere non con il frutto 
dei sudori della propria fronte, ma bensì con i sudori del po¬ 
polo che veniva spogliato d'ogni suo avere. 

Occupata in otio, il patriottismo era soltanto un rim¬ 
bombante vaniloquio, onde promettevasi al popolo ristora¬ 
zione delle esauste finanze, scemamento delle insopportabili 
imposte, pubblica felicità di eterna durata, amministrazione 
di integerrima giustizia. Ma le finanze sempre più intiSichì- 



- 134 


vano» le imposte sempre più aumentavano, la pubblica feli¬ 
cità sempre più era un sogno di niente farnetica, la giustizia 
sempre più diveniva un monopolio di vessazioni. E le promesse 
che si facevano che cosa dunque erano? Vox , praatereaque 
nikil; occupazione di gente oziosa. 

Gratis anhehms; quei mestatori, o Guelfi o Ghibellini che 
fossero stati, si davano tanto moto gratis , cioè solamente per 
amore della Patria. Così almeno essi dicevano. L'amore della 
Patria poi era, come scrive il contemporaneo Dino Compagni, 
il desiderio di abitare nei palagi dei ricchi espulsi e di arro¬ 
garsi il privilegio delle impunite ruberie d’ogni generazione. 

Multa agendo , ni/d! agens; grandi erano ie cose che quei 
faccendieri cianciatori del secolo di Dante vantavano di fare, 
ma poi nulla facevano o distruggevano ciò che in tempi mi¬ 
gliori era stato fatto, per poter dire che avevano fatto qualche 
cosa. E per tal modo questa razza d’iusefti voracissimi, nihil 
agens a vantaggio del popolo, multa agendo a proprio profitto. 

Sibi molesta ed aids odiosissima; quei vilissimi affannoni 
erano molesti a sè stessi, perchè nemmeno tra loro andavano 
mai d’accordo, come ne fa testimonianza Dino Compagni e 
tutti gli altii storici delle cose fiorentine; ed erano odiosis¬ 
simi agli altri, a quelli cioè che appartenevano al contrario 
partito. 1 Guelfi erano odiosissimi ai Ghibellini, i Ghibellini ai 
Guelfi, questi e quelli odialissimi dalla plebe, che dalle citta¬ 
dine dissensioni raccoglieva sempre una sola cosa : la miseria. 

E Dante, che era uno dei due giusti che allora vivevano 
in Firenze, ma non vi erano intesi, com’egli ricorda nel IV 
dell'/n/enio, sapeva chi fossero gli sciagurati di cui favel¬ 
liamo. e siccome parecchi di questi erano giù morti al tempo 
della sua visione, non deve far meraviglia che n’avesse al¬ 
cuno riconosciuto fra la innumerabile turba che seguiva l'In¬ 
segna la quale nel vestibolo dell’Inferno correva in giro tanto 
ratta, che d'ogni posa gli pareva indegna. 

11 tormento poi di questi sciagurati li ritrae per simili¬ 
tudine in modo meraviglioso. 

Mai non fur vivi: in altri termini furono sempre cada¬ 
veri. E i mosconi e le vespe si affollano colà dove sentono 
fetore cadaverico. 

Ma come si ha ad intendere che questi sciagurati mai 
non fur vivi? La spiegazione si ha nel Capo VII del Trat¬ 
tato IV del Convivio. Ivi si dichiara che : « vivere è per molti 
« modi, siccome nelle piante, vegetare, negli animali vegetare 



— 13ó 


« e sentire e muovere; negli uomini, vegetare, sentire, muovere 
« e ragionare o vero intendere, e le cose si devono denomi- 
« nare dalla più utile parte; manifesto è che vivere negli ani- 
« mali è sentire, animali dico bruti; vivere nell'uomo è ra- 
« gione usare. Dunque se vivere è l’essere dell'uomo, e così 
« da quello uso partire, è partire da essere, e così è essere 
« morto ». Ora questi sciagurati mai non fur vivi , perchè non 
si attennero mai alle nonne della ragione, e riguardo a co¬ 
storo, aggiunge Dante, che : « tanto è da curare quanto di 
« bruti animali, perocché non minore meraviglia mi sembra re¬ 
ti ducere a ragione colui, nel quale è del tutto spenta, e re¬ 
ti ducere in vita colui che quattro dì è stato nel sepolcro ». 
Lasciando però le riportate filosofiche sottigliezze, conside¬ 
riamo questi sciagurati nei loro atti che abbiamo di sopra 
ricordati. Sono ignudi non meno di beni materiali che intel¬ 
lettuali; indigenza e ignoranza; ed in questa loro duplice mi¬ 
seria, si affannano a migliorar condizione, avvantaggiandosi 
specialmente dei politici perturbamenti, nei quali è cosa assai 
agevole trovare un qualche ufficio sol che si abbia insistente 
petulanza ed insinuantesi impudenza sia per accreditarsi 
presso il popolo, sia per farsi stimare utile dai maggiorenti, 
e così adoperando sono non altrimenti che mosconi r quali 
ronzano dappertutto : sono come vespe che or questo or quello 
punzecchiano. Egli è perciò che lor castigo di rassomiglianza 
è di essere stimolati molto da mosconi e da vespe. Affatican¬ 
dosi questi vili di qua e di là continuamente dietro l’insegna 
che senza posa corre velocemente in giro, la quale è simbolo 
delle loro aspirazioni, sono sempre un profluvio di sudore, 
e come quassù hanno bagnata di sudore la faccia, così laggiù 
l’hanno bagnata di sangue che mischiato al sudore scorre Ano 
ai piedi per essere quivi succiato da vermi fastidiosi, consi¬ 
derato che il sudore di questi cadaveri ambulanti, il cui Dio 
è il ventre, fornisce alimento soltanto ai vermini della loro 
putredine che internamente li molestano, nè punto giova al¬ 
l’incremento dei bene sociale che non deve mai perdersi di 
mira da chiunque vive secondo ragione. 

Inoltre Dante conobbe un’altra categoria di cittadini che 
erano di indole totalmente diversa dagli sciaurati che non fur 
mai vivi. E costoro sono i cittadini così detti neutrali che non 
stanno con nessun partito, ed anche costoro, secondo Dante, 
sono perniciosi anzi che no alla comunanza degli uomini. Dante 
li chiamò ignavi; ed infatti !a ignavia è una morbosità dello 



- 136 - 


spirito, la quale deriva da un cieco istinto di conservazione 
e dalla tiaechezza della volonLà, così che Duomo ignavo si 
forma nella immaginazione una paurosa fantasmagoria, che 
gl'intorbida la ragione e gli fu concentrare ogni sua cura 
al proprio individuale vantaggio; oiul’è che l'ignavo e l’egoista 
sono in tal qual modo fratelli uterini, anzi s'immedesimano 
in una stessa odiosa personalità, e perciò Dante mischia gli 
ignavi a quel cattivo coro dogli Angeli egoisti, che non furono 
ribelli nè fedeli a Dio, ma furono unicamente per sè. Dal 
che si rileva che l'ignavo e l’egoista rifuggono dallo avven¬ 
turarsi a Lutto che abbia aspetto ili pericolo in comunanza 
di partilo, e vivono senza infamia e senza lodo, cioè come 
commenta il Lombardi, senza infamarsi per male azioni , e 
senza meritarsi per buone. 

Naturalmente avviene die il cieco istinto della propria 
conservazione e la prospettiva di miglioramento dei proprio 
vantaggio, seducono e spingono gli ignavi e gli egoisti a ri¬ 
pararsi sotto Domina del potere, die senza la loro coopera¬ 
zione prevalse, e io applaudiscono come gli angeli neutrali 
avrebbero applaudito ('Arcangelo Michele vincitore di Satana, 
se aneli'essi non fossero stati cacciati dal cielo. Ma il giu¬ 
dizio di Dio è diverso da quello dei polenti della terra i quali 
mettono lor gloria negli applausi degli uomini pecore, di cui 
Dante dice nel capitolo IX del I Trattato del Convivio: «che 
« incontra molte volle gridano : Viva la lor morte, muoia la 
« loro vita, purché alcuno cominci. K questo è pericolosis- 
« simo difetto nella loro ciecilà. Onde Itoezio giudica la po- 
« polare gloria vana, perchè la vede senza discrezione. Questi 
« sono da chiamare pecore e non uomini ». 

Ora il castigo che gli uomini pecore hanno, corrisponde 
per similitudine a ciò che essi fanno nelle differenti congiun¬ 
ture, che sopravvengono nel giro delle incostanti umane vi¬ 
cissitudini; guidati unicamente dalla loro ignavia e dal loro 
egoismo, gridano sì o no. purché alcuno cominci, proprio come 
le pecore e ciò che fa la prrna e Padre fanno. 

Ed eccomi alla spiegazione del senso allegorico che Dante 
include in questo studio di psicologia sociale e politica. 

Diverse lingue; gli uomini pecore appartengono a tutte 
le diverse nazioni del mondo. 

Orribili favelle , i belati degli uomini pecore, cioè gli 
schiamazzi delle cosi dette grandi dimostrazioni che avevano 
luogo a Firenze, come in qualunque altra città del mondo, 



— 137 — 


ne intronali sì che vorremmo esser sordi (Inferno). E nell'In¬ 
ferno quelli strepili si ripetono veramente ad eterna puni¬ 
zione dell’uinana pecoraggine. 

Carole di dolore; quassù le parole di sì fatti gridatori 
significano i concetti dell'ano gioioso nella sua ignavia e nel 
suo egoismo, laggiù le toro parole significano i! dolore, che 
viene dalle svanite illusioni. 

Accenti d’ira; quassù gli accenti degli uomini pecore pro¬ 
nunziano con suono alìellalamente vibrato il si o il no o altra 
parola convenzionale, secondo la istruzione che loro n’è data 
preventivamente; laggiù pronunziano con più spiccata vibra¬ 
zione le irose parole di maledizione contro coloro che fecero 
trallìco della popolare imbecillità in quei tumultuosi tafferugli 
consueti a tutte le età, e che ai nostri tempi di buona me¬ 
moria chianmvansi comizi del popolo sovrano. 

Voci alle a fioche; ciascuno di questi aggirati nella loro 
cecità, quassù si sforza a stridere a sua possa; e siccome 
non hanno tutti una medesima forza d’esofago, ne segue che 
le loro voci sono quali alte, quali fioche; e allo stesso modo 
laggiù alte e fioche sono le loro voci di forte lamentevole 
amarezza. 

E suon di man con elle: Ecco gli applausi, onde quassù 
gli stupidi, battendo palma a palma accompagnano le loro 
voci alte e fioche, e similmente laggiù siffatti sbattimenti ac¬ 
compagnano le loro alte e fioche voci di perpetua disperazione. 

Ma che significa quell'afa senza tempo finta , in cui si 
aggira il tumulto che in sì misero modo fanno gli ignavi e 
gli egoisti? Dante nel testo, che ho preso a commentare, dice 
che cieca è la vita di costoro, 

la loro cieca vita è tanto bassa 
che invidiosi son (fogni altra sorte. 

K nel Capitolo XI del Trattato l del Convivio aggiunge 
che: « siccome colui ch’è cieco degli occhi sensibili va sempre 
«secondo che gli altri, giudicando il male e il bene; così 
« quegli che è cieco del lume della discrezione, sempre va nel 
«suo giudicio, secondo il grido, e dritto o falso che sia. E 
« dell’abito di questa luce descretiva massimamente le po- 
« polari persone sono orbate ». 

Ora quell’flm senza tempo tinta è immagine deU’ofTusca- 
mento delia luce discretiva di questi miserabili che nell’ab- 



138 - 


biezione, in cui sono, vivono digiuni allatto «fogni dottrina, 
il che Dante esprime notando che : 

.Sospiri, pianti ed alti guai 

Disellava» per l’aere senza stelle. 

Cioè senza alcuna dottrina, poiché le stelle nel sistema 
allegorico di Dante sono simboli delle scienze. 

Inoltre dobbiamo considerare che agli sciagurati che non 
fur mai orni, agii ignavi, agli egoisti si aggiungevano le sangui¬ 
nose lotte degli oppugnatisi partiti, ciascuno guidato dal 
proprio capo che aveva l'ambizione di primeggiare nella De¬ 
pubblica, e sul quale si rivolgevano, allorquando prevaleva, 
le mire degli sciagurati, degli ignavi e degli egoisti che si 
raggruppavano quindi nella categoria di coloro che nell’Era 
Fascista vengono designati col nome di profittatori. 

Ora avendo accennato ai così detti profittatori credo che 
cada a proposito ch’io favelli d'un increscioso fatto personale 
occorsomi or non ha guari. 

Nel IV Canto del mio poema : « La storia delta Musica e 
della Poesia », là dove Imito dei meravigliosi avvenimenti del¬ 
l'Era Fascista e delle opere grandiose compiute dal Duce, 
non che del nuovo indirizzo morale, religioso, dato dal Fa¬ 
scismo, così scrìssi rivolgendomi al Duce : 

« Per tua virtù vedemmo andar travolta 
« licenza, che al mal far sempre consiglia, 

« che di sue colpe nella ebbrezza stolta 
« stolto così non men consiglio piglia. 

« Sua cupidigia d’ogni freno sciolta 
« negò drilli alla Patria e alla famiglia, 

« dritto più alcun non v’ha là dove dice 
« la superbia delFuom : S’ei piace: ei lice. 

« In tanta iniqua orribile sentenza 
« invan si ricercò del cuor la pace; 

» tranquilla mai non è la violenza 
« che lecito si fa ciò che le piace. 

•« Lieta sembra talor, ma in apparenza, 

« che l’uomo interno è un turbine vorace, 

« turbine che nell'anima perversa 
« o la vergogna o il fremito riversa. 




- 139 - 


« E giunta a tanto mal voce funesta 
« alzava a cielo i liberi pensieri ; 

« ma qual di bene uman ventura è questa 
« che ha discoperto alfine eterni veri? 

«ahi! tal voce si alzò da chi detesta 
« l’armonia dei diritti e dei doveri, 

« da chi ripugna ciò che gli è prescritto 
<c dal suo dovere e dall’altrui diritto. 

Facevano seguito a questi versi le seguenti parole : Si 
allude ai vari dettami della massoneria , e poi, a guisa di 
nota, si riportava quanto scrive Cesare Cantù : « gli addetti 
« a tale setta , a fiine di essere liberi nell’appagare senza freno 
« le passioni umane adoperavano lutti i mezzi per combat¬ 
ti iere la religione e le civili autorità ». Ed io vi aggiungeva a 
guisa di corollario : « Erano nel loro programma il matrimonio 
« universale ed il figlio di stalo, concezioni nefande che furono 
« a nostri tempi esaliate da qualche scrittore seguace delle 
« massime comuniste ». 

■ Queste parole ebbero savor di forte agrume , per dirla con 
Dante, a qualche gazzettiere che sotto la maschera dell’adat¬ 
tamento politico impostogli dai nuovi storici avvenimenti del¬ 
l’Era Fascista, nascondeva nel profondo dell’animo il rim¬ 
pianto delle ormai abbattute e viete dottrine imbevute di ma¬ 
terialismo e di ateismo. E' giusto rilevare che questi indi¬ 
vidui sono temibili oltre ogni credere perchè con la loro frau¬ 
dolenza sanno sì bene camuffarsi sotto mentite spoglie, che 
resta assai difficile individuarli per potersene guardare ed 
avere agio ad opporre una valida difesa ai loro proditori 
attacchi. 

lo più volte ebbi occasione d’individuare qualcuno di 
costoro che sapevano assai bone recitare la parte che il caso 
nelle contingenze della vita aveva loro assegnato, e da questo 
loro ipocrita comportamento traggono assai spesso larga ri¬ 
munerazione pecuniaria. Siffatta genìa fu la piaga di tutti i 
tempi. Costoro sono della stessa genia dei farisei, e dei se¬ 
polcri imbiancati ricordati nel Vangelo. 

Anche Torquato Tasso ne paria, e paragona costoro al po¬ 
lipo (Mondo Creato, Giornata V.): 

.che se mai s’appiglia 

a qualunque si sia marina pietra. 




- 140 - 


egli repente si dipinge, e veste 
de' colori di quella, e lei rassembra, 
però se’l pesce, che trascorre a nuoto 
da’ sembianti ingannato in lui s’avviene; 
pei 1 duro sasso il crede in mare occulto, 
e di leggero è sua rapina e cibo. 

E sempre parlando dei sepolcri imbiancati, degli ipocriti, 
così prosegue : 

Di lai costumi i lusinghieri accolli 
son ne' palagi de’ possenti augusti, 
o de’ Itegi sublimi : e in questa guisa 
sinchinali pronti ad onorar l’altezza 
della fortuna, e trasmutar sè stessi 
soglion in color mille, e in mille forme. 

Siccome l'uopo, o il tempo, » come chiede 
la voglia del Signore, o il suo diletto, 
variando tener, sembianti, e vesti, 
paiole, e modi e co’ modesti insieme 
sono modesti, e sospirosi in allo 
co’ più dolenti, e con gli allegri, allegri 
protorvi ero* protervi : e legge e norma 
sì fanno d'altrui senno, e d altrui gusto, 
tal che agevol non sembra, o leve cura 
schivai* l'insidioso, e duro incontro 
di questi in guisa, che sì cessi il danno, 
che l'pinpielà sotto ii contrario aspetto 
della pietà suole apportar sovente. 

lira di costoro, die per conseguire il proprio personale 
interesse, fanno mostra d’essere ciò che intimamente non sono, 
si potrebbe dire tulio il male possibile senza tema di esa¬ 
gerare. lo non farò che qualificarli con le parole di S. Paolo 
che cadono veramente a proposito a sferzare si spregevole 
genia d’ipocriti e di sepolcri imbiancati. 

L’apostolo nel III Capitolo della lettera a Timoteo cosi 
apostrofa costoro: «uomini amanti di sè stessi, avari, vani, 
« superbi, bestemmiatori, ingrati, scellerati, senza amore, 
« senza pace, calunniatori, inronlinenli. gonfi, amanti della 
« voluttà, più che di Dio ». 

E amanti della voluttà più che di Dio, a tal segno che 



141 - 


propugnano il matrimonio universale, chiedono il iiglio di stato, 
e negano l’esistenza di Dio. 

In varie circostanze ebbi agio ad individuare non pochi 
scaltri esponenti di questa perfida genia annidati ovunque, e 
vera piovra sociale tramano instancabilmente nell’ombra svol¬ 
gendo coinè meglio possono, e più occultamente che è possi¬ 
bile, il malelico lavoro. A costoro ben conviene la qualifica di 
farisei e di sepolcri imbiancati; essi con la loro ingannatrice 
esteriorità sanno trarre agiatezza di vivere lieto e tranquillo 
a detrimento degli onesti. Potrei aggiungere altre osservazioni 
non meno giuste ed opportune, ma poiché oeritas odimi parti , 
saiis de hoc , avendone toccalo, a mio credere, quanto basta 
per il caso personale occorsomi. 




LA ISTITUZIONE DELLE CORPORAZIONI 
ESISTENTI AI TEMPI DANTESCHI 


Mi piace ricordare die ui tempi danteschi esisteva in Fi¬ 
renze un alcun che di simile alle nostre corporazioni, poiché 
tutti i cittadini erano classilicati secondo le urti, professioni 
e mestieri, e queste corporazioni avevano uno spirito unica¬ 
mente democratico e popolano. Solo gli inscritti alle corpo- 
razioni avevano diritto a partecipare al governo, laonde per 
giungere al potere anche i nobili dovevano inscriversi alle arti. 

A quei tempi la Repubblica Fiorentina, benché per la 
fortuna delle anni avesse accresciuta la sua potenza e avesse 
resi doridi i suoi commerci, era nondimeno turbata da inte¬ 
stine discordie che tornavano a detrimento del suo benessere, 
e di tali discordie erane unicamente cagione la oltracotante 
baldanza de’ grandi. Laonde per amministrare la giustizia e 
proteggere i diritti del popolo, sorsero gli ordinamenti della 
giustizia, in virtù dei quali unicamente ai mercadanti e agli 
artigiani (lavasi diritto a esercitare le magistrature, venen¬ 
done esclusi i nobili, come abbiamo accennato, non iscritti in 
qualcuna delle corporazioni delle arti, i cui priori erano no¬ 
minati a reggere la cosa pubblica. Le istituzioni delle corpo- 
razioni erano perciò le basi della democrazia fiorentina. 

i cittadini venivano classificati secondo le arti; (iodici 
arti maggiori e dodici arti minori, i cui Priori avevano di¬ 
ritto al governo per la durata di due mesi, ed erano eletti 
in numero di sei, uno per sestiere poiché la città era divisa 
in sei parti. E ciò ebbe principio dal 15 agosto del 1282. I 
sei preposti alla cosa pubblica assunsero il nome di Priori. 

E poiché si venne a tale forma di governo per infrenare 
la baldanza de’ grandi, i Priori furono investiti di grande 
autorità ed ebbero non pochi privilegi. Dice il Compagni nel 
t° labro delle Cronache che i Priori « stettero rinchiusi nella 
« torre della Castagna appresso alla Badia, acciò non temes- 
« sero le minacele de* potenti, e potessero portare arme in 


144 


« perpetuo : e altri privilegi ebbono, e [m ono lot o dati sei 
« famigli e sei berrovieri ». 

Era loro fatto obbligo di attendere alla tutela de’ beni 
del Comune e aU'aimninistrazione della giustizia. Ma come i 
fatti procedessero al contrario delle lodevoli determinazioni, 
basti leggere il citato Compagni che così si esprime : « Le 
« loro leggi in effetto furono che avessero a guardare l’avere 
« del Comune, e che le signorie >i Priori ) facessono ragione 
« a ciascuno, e che i piccoli ed impotenti non fussono op¬ 
ti pressati dai grandi e potenti. E tenendo questa forma era 
« grande utilità del popolo : ma tosto si mutò, però che i cit¬ 
te ladini che entravano in quell’ufficio, non atlendeano a os¬ 
ci servare le leggi, ma a corromperle. Se l’aulico o il parente 
« loro cadea nelle pene procuravano con le signorie e con li 
« uffici a nascondere le loro colpe, acciò che rimanessono itn- 
« puniti. Nè l’avere del Comune non guardavano, anzi trova¬ 
te vano modo come meglio il polessono rubare; e così della 
« camera del Comune ( pubblico erario) molta pecunia trae¬ 
te vano sotto pretesto di meritare uomini l’avessono servito ». 
Io credo che questa sarebbe anche storia de’ nostri tempi; 
chi volesse fare una esposizione fedele di qualche passata 
amministrazione municipale, non avrebbe certamente da cam¬ 
biare sillaba a quanto si legge nel Compagni. 

1 compone»li le corporazioni delle arti venivano intesi 
anche ne’ più importanti consigli della Repubblica. 

Tanto è vero che allorché fu urgente decidere se Firenze 
dovesse accogliere Carlo di Valois inviato da Ronifacio Viti 
per comporre le contese dei vari parliti, « essendo la novità 
«grande /narra il Compagni nel II l,ib. delle sue Cronache) 
« niente volevano fare ii Priori) senza il consentimpnlo de’ 
« loro cittadini ». 

« Richiesono adunque il consiglio generale della parte 
« Guelfa e delli settanfadue mestieri d’Arti, i quali avevano 
« lutti i consoli / capi e magistrati delle arti ) e imposeno loro, 
« che ciascuno consigliasse per scrittura, se alla sua arte 
« piacea che messer Carlo di Valois fosse lasciato venire in 
« Firenze come paciaro. Tutti imposeno a voce e per scrit- 
« tura fusse lasciato venire, e onorato fusse come signore 
« di nobile sangue ». 

In mezzo a tanta unanimità di pareri tra i componenti 
le corporazioni delle arti e dei mestieri, solamente i fornai 
« dissono che nè ricevuto, nè onorato fusse. perchè venia per 



- 145 - 


«distruggere la città». E si apposero al vero: se fossesi 
accolto il consiglio dei tornai, Firenze non sarebbe stata de¬ 
solata dalle stragi e dalle ruine suscitate dopo l’entrata di 
Carlo di Valois. 

Come abbiano visto gli esponenti delle varie corporazioni 
delle arti e mestieri venivano consultati nelle decisioni di Stato. 
Dante (come abbiamo già veduto) nella concezione del suo 
sistema politico voleva che il Capo preposto alla cosa pub¬ 
blica fosse sostenuto dall’appoggio di più alti intelletti; quali 
appunto erano gli esponenti delle varie corporazioni delle arti 
e dei mestieri, i quali prendevano parte ai Consigli. 




DANTE E IL DELITTO POLITICO 


.Nel Capitolo XII dell’Apocalisse si narra che « seguì in 
« cielo una gran battaglia; Michele con i suoi angeli conibal- 
« terono contro il dragone e il dragone e gli angeli di lui 
« combatterono, ma non la vinsero ,nò vi fu più luogo per 
« essi in cielo. E fu gittate quel gran dragone, quetl’anlico 
« serpente che diavolo appellasi e Satana, il quale seduce 
« tutta la terra, e fu gittato per terra, e con lui furono git- 
« tati i suoi angeli ». 

E questo dragone è Lucifero, il primo ribelle che suscitò 
la sommossa contro Dio ch’ft denominato da Dante: 

... l’imperator che lassù regna. 

Ora Dante pone tanto i ribelli quanto i traditori di varia 
specie, e gli assassini politici nell’infimo pozzo delflnferno, 
a significare che più orribile delitto non vi è, poiché, tanto 
più si scende nell’inferno dantesco, e tanto è piò dolor che 
putide a guaio (V-3), conformemente alla minore o maggiore 
gravità dei peccati. 

E perciò i traditori, i ribelli e gli assassini politici sono 
nel nono cerchio, die è chiamato Pozzo, ed ha quattro di¬ 
stinzioni appellale Caina, Antenore, Tolomea e Giudecca. 

Questo pozzo è il fondo più basso dell’inferno presso al 
centro delia Terra. Quivi è Lucifero, il grande ribelle, che 
con la sua sterminata mole sta per metà nello emisfero su¬ 
periore e per metà nello inferiore. 

Nel primo giro del pozzo, che denominasi Caina, coloro 
che hanno tradito i parenti stanno sommersi per metà nella 
ghiacciaia. 

Nel secondo, che è l’Àntenora, sono martoriati i tradi¬ 
tori della patria. 

Nella Tolomea vi sono i traditori delle ospitalità, supini 
sulla ghiacciaia. 

Nella Oiudeccn poi, ch’è t’ultimo giro concentrico del 
nono ed ultimo cerchio dell’Inferno, sono posti i traditori e 
ribelli del proprio signore e benefattore. Sono tutti coperti 



- 148 - 


dall’acqua gelata di Cocito, ma traspariscono come festuca 
in vetro, così si può scorgere che quelle anime, le più ma¬ 
ledette di quante gemono ne' cerchi superiori, 

Altre sono a giacere, altre stanno erte, 
quella col capo, e quella con le piante, 
altra com’arco, il volto a’ piedi inverte. 

E nel centro della Giudecca: 

Lo imperator del doloroso regno 
da mezzo il petto uscir fuor della ghiaccia. 

Oh il bruttissimo mostro ch’egli èl 

La sua testa ha tre faccie, quella dinanzi è vermiglia; 
e le laterali, che soggiungono a questa sovr'esso il meno di 
ciascuna spalla, sono, quella a destra di colore tra bianco e 
giallo; e quella a sinistra dì color nero. 

Sotto ciascuna di queste tre spaventose faccie escono due 
grandi ali, che fanno tre venti, onde tutto Cocito s’aggela. 
Lucìfero così piange per sei occhi e per tre menti goccia il 
pianto non meno che la sanguinosa bava che gli sgorga dalle 
tre bocche, in ciascuna delle quali è maciullato uno de’ tre 
insigni traditori. Nella bocca della faccia di mezzo sta Giuda 
Scari otto, che il capo ha dentro e fuor le gambe mena. Nella 
bocca della faccia sinistra sta Bruto secondo, e nella bocca 
della faccia destra sta Cassio, ed entrambi hanno il capo 
di sotto. 

Ora Gerusalemme sprofonderà, e a piombo cadrà sul capo 
di Lucifero, cioè nel punto centrale della terra. E ciò con¬ 
viene perchè Gerusalemme ha tradito il suo Signore e be¬ 
nefattore Gesù Cristo, mettendolo anche ad ignominiosa morte. 
Gerusalemme allora si ricongiungerà con Giuda. 

Con ciò si spiega il motivo dello essersi da Dante posta 
Gerusalemme verticalmente al di sopra di Lucifero. 

Dante nomina i tre insigni traditori del Mondo, e costoro, 
secondo l’intendimento politico di Dante, sono da considerarsi 
i tre più grandi criminali politici, e perciò degni del più pro¬ 
fondo abisso e della più grande pena. 

Giuda col tradimento procurò la morte di Gesù Cristo 
figura del primo sacerdote e del pontefice. 

Cassio e Bruto compierono l’assassinio dell’imperatore 
romano. Tanto il pontefice, rappresentante del potere spiri- 



- 149 - 


tuale, come l'imperatore, rappresentante del potere politico, 
sono rispettivamente istrumenti della spirituale e della tem¬ 
porale felicità degli uomini. 

Chi attenta alla vita di questi intende sovvertire l’ordine 
religioso, politico e sociale, e quindi è da reputarsi nemico 
pubblico ed è scelleratissimo perchè dispregia fiumana jura 
et divina. 



- 149 - 


tuale, come l'imperatore, rappresentante del potere politico, 
sono rispettivamente istrumenti della spirituale e della tem¬ 
porale felicità degli uomini. 

Chi attenta alla vita di questi intende sovvertire l’ordine 
religioso, politico e sociale, e quindi è da reputarsi nemico 
pubblico ed è scelleratissimo perchè dispregia fiumana jura 
et divina. 



L’URBANESIMO AVVERSATO DA DANTE 


A savio accorgimento legislativo s’informano i provvedi¬ 
menti escogitati dal Governo Fascista i quali tendono ad osta¬ 
colare l’urbanesimo, riconosciuto non solamente dannoso al- 
rincremento sociale e alla prosperità della nazione, ma prin¬ 
cipalissima cagione di non pochi reati che traggono quasi 
sempre origine dalla plebea miseria. Anche il nostro Poeta 
era avverso all'urbanesimo che a’ suoi tempi andava pren¬ 
dendo latissime proporzioni. 

Dante considerava, tra l’altro, che le lotte dei partiti 
e i politici rivolgimenti facevano affluire sovra il bel fiume 
d'Arno alla gran villa una caterva di rapaci avventurieri a 
cercarvi fortuna. Egli considerava inoltre che i costumi di 
privati cittadini volgevano di male in peggio, a causa della 
continua affluenza di gente nuova che a Firenze recavasi dai 
paesi limitrofi e lontani. Egli bene a ragione riteneva che: 

sempre la confusion delle persone 
principio fu del mal della cittade, 
come del corpo il cibo che s’appone. 

La confusione e l’agglomerazione delle persone, che dal 
di fuori convengono nella città, fu principale cagione di tutti 
i mali che afflissero Firenze come il cibo che s’appone ad un 
cibo diverso è sempre cagione dei mali del corpo. 

Dante aveva sempre innanzi agli occhi gli astuti pro¬ 
fittatori politici che traevano a Firenze a cercare lor for¬ 
tuna, come abbiamo già detto, e questi costituivano la genia 
dei villani che si adoperavano a parteggiare per coloro che 
ne’ pubblici rivolgimenti arrivavano al potere; e di costoro 
abbiamo già lungamente parlato. 

Vi erano poi coloro che dai paesi limitrofi traevano ad 
esercitare i loro commerci, così che la cittadinanza: 


. . . era allor mista 

di Campi e di Certaldo e di Figghine, 



- 152 - 


e per conseguente Firenze era' condannata : 

.... a sostener lo puzzo 
del villan d’Aguglion, di quel di Signa. 

E dalla grande moltitudine de' nuovi venuti Dante vedeva 
svilupparsi una vasta congerie delle più disparate attitudini 
ch’egli chiama cure insensate che sono mirabilmente com¬ 
pendiate nell’Xl del Paradiso : 

Chi dietro a jura, e chi ad aforismi 
sen giva, e chi seguendo sacerdozio 
e chi regnar per forza e per sofismi, 

e chi rubare, e chi civil negozio 
chi nel diletto della carne involto 
s’affaticava, e chi si dava ail’ozio. 

« I quali versi vogliono dire : Chi se ne andava dietro alle 
disquisizioni giuridiche, per trarre illeciti guadagni, poiché 
per esse disquisizioni giuridiche le facoltà de’ poverelli non 
sono mai nelle città sicure (Ariosto) chi se ne andava dietro 
gli aforismi d’Ippocrate per esercitare l’arte medica, i cui 
cultori, nella generalità, non per sapere studiano , ma per 
acquistare moneta e dignitàdi. (Conv. XII-XI-10) e chi, senza 
vocazione, se ne andava seguendo la via del sacerdozio per 
trarre vita comoda e sicura, e chi per soddisfare la per¬ 
sonale ambizione, per nulla curando il benessere dei po¬ 
poli, voleva regnare o con la forza delle armi o con la forza 
di falsi diritti, e chi infine arricchiva rubando, e chi pro¬ 
curava di guadagnare nello esercizio di pubbliche ammini¬ 
strazioni convertendo a propria utilità il danaro a lui af¬ 
fidato, e chi involto ne’ carnali piaceri, si affaticava a soddi¬ 
sfare le proprie concupiscenze ingannando con segni e con 
parole ornate (Inf. XVIII-91) la credulità d’inesperte giovinette». 

E del peggioramento dei costumi che derivava dall'urba¬ 
nesimo è fatta menzione da Cacciaguida nel XV del Paradiso. 

L’antenato di Dante rimpiangeva il bel tempo antico in cui 
non si era ancora verificata in Firenze l’eccessiva e dannosa 
affluenza dei forestieri. 

Fiorenza, dentro della cerchia antica, 
ond’ella toglie ancora e terza e nona, 
si stava in pace sobria e pudica. 



153 - 


Non aveva catenella, non corona, 
non donne contigiate, non cintura 
che fosse a veder più che la persona. 

Non faceva, nascendo, ancor paura 
la figlia al padre, che il tempo e la dote 
non fuggian quinci e quindi la misura. 

Non avea case di famiglia vote; 
non v’era giunto ancor Sardanapalo 
a mostrar ciò che in camera si puote. 

Non era vinto ancora Montemalo 
dal vostro Uccellatolo, che, com’è vinto, 
nel montar su, cosi sarà nel calo. 

Bellincion Berti vid'io andare cinto 
di cuoio e d’osso, e venir dallo specchio 
la donna sua senza il viso dipinto. 

E vidi quel de’ Nerli e quel del Vecchio 
esser contenti alla pelle coverta, 
e le sue donne al fuso ed al pennecchio. 

0 fortunate! e ciascuna era certa 
della sua sepoltura, ed ancor nulla 
era per Francia nel letto deserta. 

l/una vegghiava a studio della culla 
e consolando usava ridionia 
che pria li patri e le in atri trastulla. 

L’altra traendo alla rocca la chioma, 
favoleggiava con la sua famiglia 
de’ Troiani, e di Fiesole, e di Roma. 

Saria tenuta allor tal meraviglia, 
una Cianghella un Lapo Salterello, 
qual or saria Cincinnato e Corniglia. 

Ecco toccata al vivo la questione da Cacciaguida trisavolo 
di Dante, il quale riteneva che il pervertimento dei costumi 
derivava dallo strabocchevole numero di gente che si rove¬ 
sciava a Firenze. 

Ed infatti Cacciaguida su colai proposito così favella a 
Dante ne’ riportati versi : 



- 154 - 


« Firenze, ristretta nel circuito delle antiche nutra, presso 
cui era la Badia che suonava terza e nona e le altre ore, go¬ 
deva ubertosa pace e prosperava per la sobrietà e la morige¬ 
ratezza dei suoi cittadini. Non vi erano donne che si adornas¬ 
sero di quelle calze solate col cuoio e stampate intorno al 
piede, e non si usavano collane e smaniglie, ne vesti che 
per il loro lussuoso lavoro dessero nell’occhio più che la per¬ 
sona che l’indossava. 

E nel nascere non destava ancora paura la figlia al padre, 
poiché le fanciulle non erano bramose di andare a marito 
prima dell’età giusta e non avevano immoderate brame della 
dote. Allora non vi erano case vuote di famiglia perchè ancora 
dalle pratiche di osceni vizi non erune derivata la sterilità 
nella nuova generazione, nè ancora era entrato Sardanapalo, 
cioè lo straniero, ad insegnare la più sterile libidine e sfac¬ 
ciala impudicizia e ad irretire alle sue sozze voglie le donne 
fiorentine, e mostrare ad esse, contro i riguardi dovuti alla 
ospitalità, ciò che si può fare in camera. 

Moritemi! rio, da dove si vedono gli edilizi di Noma, non 
era ancora vinto dal vostro Feeellatoio. donde si vedono le 
sontuosità di Firenze, ma purtroppo come Montemario è su¬ 
perato in magnificenza dal vostro I ccellatoio, così sarà anche 
superato nel tracollo, nello scadimento delle grandezze di 
Firenze, poiché Roma non avrà le rovine che colpiranno Fi¬ 
renze. 

Io vidi Rellincione Berti andare con cintura di cuoio, e fi¬ 
bra d’osso, e vidi la sua donna senza avere il volto dipinto di 
belletto venire dallo specchio. 

E vidi il progenitore della famiglia de’ Nerli, e quello della 
famiglia del Vecchio essere contenti di andare vestili di pelle 
scoperta, liscia, rasa dei pelo, e vidi le donne di quelle due 
famiglie starsene contente a torcere il fdo col fuso ed a bene 
adattare il pennecchio alla conocchia. 

0 donne fortunate! ciascuna d'esse era ben certa di avere 
sepoltura nella sua patria; ed ancora nessuna d’esse era sola 
nel letto, perchè i mariti non erano attratti dai subiti guadagni 
ad emigrare in Francia per esercitare i commerci. 

I.’una attendeva atta cura della sua creatura che si fa¬ 
ceva dormire nella culla e usava quelle parole vezzeggiative 
adatte per l’infanzia, e che primieramente trastulla i padri 
e le madri; l’altra, traendo il pennecchio dalla canacchia 
mentre se ne stava in compagnia della sua famiglia, le nar- 



- 155 - 


rava gli avvenimenti dei Troiani, di Fiesole e di Roma. A 
quei tempi una svergognata Cianghella, un disonesto Lapo 
Salterello avrebbe fatto tanta meraviglia quanta ora ne fa¬ 
rebbe chi rassomigliasse al semplice Cincinnato e alla onesta 
madre dei (macchi ». 

Dante fa rimpiangere dal suo trisavolo Cacciaguida i bei 
tempi antichi della città di Firenze i cui cittadini, maschi e 
femmine, erano esempio di patrie e domestiche virtù, quasi a 
rimprovero dell’età del Poeta, poiché erano talmente tralignati 
i costumi degli abitanti di Firenze a cagione specialmente del¬ 
l’urbanesimo, die Dante si vergognava perfino chiamarsi fio¬ 
rentino, senza la clausola che fiorentino era soltanto per na¬ 
scita e non per costumi, quasi che fiorentino a quei tempi 
veramente significasse uomo scelleratissimo. Queste parole 
racchiudono la storia di quella età calamitosa, nella quale 
i buoni cittadini avevano rossore a dirsi nati in Firenze, dove 
gli abitanti delfinio e delfaltro sesso erano vituperevoli per 
abbominandi eccessi d’ogni maniera. 

Riguardo alle donne, oltre alle parole di Cacciaguida che 
abbiamo riportate, Forese nel XXIII canto del Purgatorio af¬ 
ferma che a comparazione di Firenze: 

.... la Barbagia di Sardigna assai 
nelle femmine sue è più pudica. 

Ed a ben intendere poi ciò che qui ò detto, il Postillatore 
del Codice Caetani commenta che « in insula Sardinia est mon- 
« tana alta, quae dicilur la ttarbagia , in qua habitat gens bai¬ 
te bara et sino civili Ulte, et foeminae suae vadunt indutas subtili 
•< virgolato ita quod omnia membra ostendunt » ciò che ver¬ 
gogna cela , come dice il Tasso, e, quanto alle donne della Bar¬ 
bagia, imitavano queste anche di giorno il notturno costume 
del l’Ale ina dell’Ariosto, la quale avvolgevasi in un ieggier 
zendado : 

« che non coppia dinanzi, ne di dietro 
« più che le rose o i gigli un chiaro vetro. 

(Ariosto VII, 28) 

E Forese, lamentando che Firenze per le sue donne fosse 
divenuta più impudica della Barbagia, così a Dante favella: 

« 0 dolce frate, che vuoi tu ch’io dica? 

« Tempo futuro m’è già nel cospetto, 

« cui non sarà quest’ora molto antica, 



166 - 


« nel quale sarà in pergamo interdetto 
« alle sfacciate donne fiorentine 
<( l’andar mostrando con le poppe il petto. 

<i Quai barbare fur mai, quai saracine, 

« cui bisognasse]’, per farle ir coverte, 

«< o spiritali, o altre discipline? 

« Ma se le svergognate fosser certe 
«< di ciò che il ciel veloce loro ammanila, 

« già per urlare avrian le bocche aperte. 

Tali ermi le donne di Firenze al tempo di Dante. 

Relativamente poi agli uomini, altri Guelfi, ed altri (.ibi- 
bellini, si dilaniavano (come abbiamo già veduto) per ispirilo 
di parte, aspirando quali alla dominazione della repubblica, 
quali ad ottenere pingui uffìzi per vivere agiatamente, nò ri¬ 
fuggendo da qualunque più indecoroso mezzo che si fosse re¬ 
putato necessario a salire in alto, divina fura et humana tran - 
sgredientes. I cittadini adunque della città partita nella loro 
maggioranza « erano destinati (come scrive il Salvemini), a 
« seminar l’inferno dantesco di falsari, traditori, assassini, 
« falliti, eretici, ladri, usurai » ai quali aggiungeremo ruffiati , 
baratti , e simile lordura. Laonde bene a ragione Dante pose 
a capo della Divina Commedia ch’egli era fiorentino per na¬ 
scita, non per costumi. 

Le spiegazioni che ho riportale sul motivo perché Dante 
rimpiangeva l’angustia della cerchia antica di Firenze, motivo 
che riflette unicamente sulla corni!tela dei costumi del po¬ 
polo fiorentino, derivata dalla piaga dell’urbanesimo, ritengo 
che saranno sufficienti a fare rigettare l’erronea opinione so¬ 
stenuta da coloro i quali hanno creduto di potere affermare, 
per le riportate querimonie di Cacciaguida, che Dante fu con¬ 
trario all’unità d’Italia! 



DAjSTÈ e gli usurai 


I provvedimenti legislativi adottati dal Governo Fascista 
contro coloro che esercitano l’usura, ci porgono l’occasione di 
rammentare che anche Dante era fortemente contrario agli 
usurai. 11 nostro Poeta, infatti, come è noto, ebbe necessità 
più volte, cioè dal 1297 al 1300 circa, di contrarre debiti per 
la complessiva somma di fiorini mille, che equivalgono dalle 
22 alle 37 mila lire italiane. 

Come acutamente osserva l’Usenicnik: «la sua filosofia 
« intorno all’usura entra orinai nella sociologia. Con una ar- 
« gomentazione alquanto difficile dimostra essere l’usura un 
« doppio peccato contro natura, cioè contro le leggi considerate 
« nella natura stessa e contro le leggi naturali nell’operare 
« umano. Perocché i mezzi per la vita e per il progresso sono 
« soltanto due : la fecondità della natura e l’operosità dell’uomo, 
« che vuoisi vigilata secondo natura, (oggi si direbbe con Marx : 
« la fonte della ricchezza sono la natura ed il lavoro!) L’usuraio 
« invece batte altra via (si appropria i frutti del lavoro altrui) ». 

Dante nel Canto XI deWInjerno chiede a Virgilio di spie¬ 
gargli per quali ragioni si ritiene che l’usura arrechi offesa a 
Dio. Alla domanda di Dante Virgilio risponde: 

« Filosofia ... a chi l’inlende 
« nota non pure in una sola parte, 

« come natura lo suo corso pende, 

« Dal divino intelletto e da sua arte; 

« e se tu ben la tua Fisica note, 

« tu troverai, non dopo molte carte, 

« Che l’arte vostra quella, quanto puote, 

« segue, come il maestro fa il discente, 

« sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote ». 

« Da queste due, se tu ti rechi a mente 
t. lo Genesi dal principio, conviene 
« prender sua vita, ed avanzar la gente. 



— 158 


« E perchè i'usiiriere altra via tiene 
« per sè natura, e per la sua seguace, 

« dispregia, poiché in altro pon la spene. 

« La lìlosotla a chi bene la intenda, insegna in più d’ima 
parte, che la natura inizia il suo corso dall’intelletto ili Dio, 
conforme cioè gli insegnamenti divini. Inoltre se consideri 
attentamente la tua tìsica, tu troverai, dopo non molte pa¬ 
gine, che l’arte vostra segue (pianto meglio può la natura, 
come il discepolo segue il maestro, sì che quest’arte vostra 
ben può dirsi nepote a Dio. E se tu li rechi a mente quanto è 
scritto nel principio della genesi conoscerai che all’uomo con¬ 
viene indirizzare la propria vita seguendo queste due cose, 
cioè la natura e l’arte, la natura, che rende ferace la terra 
lavorata dall’uomo, e Darle che rende più proficui i prodotti 
della terra con i commerci e con le industrie. E perchè l'usu¬ 
raio tiene una via lui la diversa da quesiti, e perciò disprezza 
la natura e la sua seguace, ch’è Tarlo, poiché ribelle al divino 
decreto : vesceris pane tuo in sudore vuttus lui , rifugge di 
trarre profitto dal proprio lavoro e pasce la sua speranza 
in altro, volendo rendere fruttifero il denaro che per sé non 
è tale »>. Laonde Dante considerava che anche gli usurai pon¬ 
gono loro studio a sottiarsi, al paro degli animali cui si am¬ 
mogliava la Lupa, al gastigo divino: vesceris pane tuo in su¬ 
dore vultus lui. 

Nel XVII canto deìVInferno it nostro Poeta pone gli usurai 
tra i violenti contro l’arte; rasura, secondo Dante, è vicina 
alla frode. 

Panie condanna gli usurai ai tormenti della pioggia di 
fuoco c della rena infuocata su cui sono costretti a sedere. 
Essi vinti da’ tormenti a cui sono sottoposti, si disciolgono in 
lagrime, e non trovano requie alcuna. Procurano di alleviare 
le torture procurate loro dalla pioggia di fuoco e dalla 
scottante rena su cui sono seduti, tenendo continuamente in 
movimento le mani. Dante li paragona ai cani che d’estate, 
quando sono morsi dalle pulci, dalie mosche o dai tafani, 
stanno sempre in movimento col muso e col piede. 

Così ancor su per la strema testa 
di quel settimo cerchio tutto solo 
andai, ove sedea la gente mesta. 



— 150 — 


Per gli occhi fuori scoppiava lor duolo; 
di qua di là soccorrien con le mani 
quando a’ vapori, e quando al caldo suolo. 

Non altrimenti fan di state i cani, 
or col ceffo, or col piè quando son morsi 
o da pulci, o da mosche o da tafani. 

Poiché nel viso a cerli gli occhi porsi, 
ne’ quali il doloroso fuoco casca, 
non ne conobbi alcun, ma io m’accorsi 

che dal collo a ciascun pendea una tasca, 
che uvea certo colore e certo segno, 
e quindi par che il loro occhio si pasca. 

E com’io riguardando tra lor vegno, 
in una borsa gialla vidi azzurro, 
che d’un leone uvea faccia e contegno. 

Poi, procedendo di mio sguardo il curro, 
vidine un’altra come sangue rossa, 
mostrare un’oca bianca più che burro. 

Ed un, die d’una scrofa azzurra e grossa 
segnalo avea lo suo sacchetto bianco, 
mi disse: Che fai tu in questa fossa? 

Or te ne va; e perchè sei vivo anco, 
sappi che il mio vicin Vitaliano 
sederà qui dal mio sinistro fianco. 

Con questi liorenlin son padovano; 
spesse fiate m’intronan gli orecchi 
gridando : « Vegna i! cavalier sovrano, 

che recherà la tasca con tre becchi! » 

Qui distorse la bocca e di fuor trasse 
la lingua come bue che il naso lecchi. 

« Così mi avviai tutto solo lungo l’estrema parte di quel 
settimo cerchio ,ove stava seduta quella gente mesta. L’in¬ 
terno affanno che travagliava quella gente traspariva fuori 
dagli occhi bagnati di lagrime. Portavano le loro mani ora di 
qua, ora di là incessantemente per difendersi dalle fiamme 
cadenti e dalla rena infuocata. Non fanno diversamente i cani 
nell’estate, ora col muso, ora col piede quando sono morsi o 



160 - 


da pulci, o da mosche o da tafani. Poiché (issai gli occhi in 
viso a quegli spiriti su i quali cade il tormentoso fuoco; io 
non potei riconoscerne alcuno, però m’avvidi che dal collo di 
ciascuno di questi spiriti pendeva una borsa, sulla quale erano 
certi colori e certi segni. E quindi sembra che il loro occhio 
si diletti nel rimirare quelli stemmi. 

Mentr’io andava guardando tra di loro, vidi in una borsa 
gialla un colore azzurro che ritraeva la faccia e Patteggia¬ 
mento di un leone. 

Indi spingendo più avanti il mio sguardo mi fu fatto di 
vedere un’altra borsa rossa come il sangue, sulla quale era 
effigiata un’oca più bianca del burro. Ed un altro spirito che 
sulla sua borsa di colore bianco aveva una grossa scrofa az¬ 
zurra, mi disse: Che fai tu in questa fossa? Ora vattene, e 
poiché ancora sei vivo, sappi che il mio vicino Vitaliano quando 
sarà morto sederà al mio sinistro fianco. Io sono padovano 
in mezzo a questi fiorentini, i quali soventissimamente mi as¬ 
sordano gridando: venga il cavalier sovrano, che porterà ap¬ 
pesa al collo la borsa ove son dipinti tre capri. 

Ciò detto torse la bocca, e trasse fuori la lingua, come fa 
il bove che si lecca il naso ». 

Come vedesi il supplizio al quale questi miserabili sono 
dannati li ritrae per similitudine. « Gli usurai sono i violatori 
« dell’arte divina lavoratrice, (come scrive il Del Lungo) e 
« costoro siedono eternamente, senz’altra possibilità di modo 
« nè di lavoro, che non sia un vano affannarsi e arrabbat- 
« tarsi con le mani e coi piedi a difendersi dal fuoco che li 
« investe. Sono gli usurai i quali rinnegarono la legge prov- 
« videnziale del lavoro, sforzando il denaro a lavorare di per 
« sé stesso indebitamente ». 

Dante (nota lo Scartazzini nel suo commento) « vede gli 
« usurai che seduti a terra, come cani si scuotono le fiamme. 
« Sdegnarono di mangiar pane guadagnato col sudore del i irò 
« volto e col lavoro delle proprie mani; e qui quelle mani do¬ 
te vono muoversi e lavorare continuamente. Ciascuno ha p«*n- 
« dente dal collo una tasca — il sacchetto dei denari che qui 
« è sventuratamente vuoto! — e la tasca mostra uno stemma, 
« dal quale Dante può riconoscere il possessore. Al loro aspetto, 
« senza carattere come il loro operare, non sono riconoscibili; 
« non si riconoscono che al loro nobile stemma dipinto Ha 
« loro tasca, affinchè veggano lì insieme tutto ciò che apprez- 
« zarono in vita, ed abbiano in pari tempo, sempre soli'occhio 



- 161 - 


« il contrasto tra il loro stemma, segno di nobiltà, e il loro 
« ignobile operare. Affatto triviali, questi nobili usurai non 
« conoscono altra conversazione che la maldicenza. Un pado- 
<( vano parla al Poeta di due famosi usurai viventi, il cui posto 
« laggiù ò già pronto. Tengono tutti lo sguardo sempre alla 
« borsa come fecero in vita ». 

« Stanno seduti, in ozio, come fecero in vita facendo frut- 
« tare il denaro, invece di lavorare essi, e vivendo degli altrui 
« sudori ». (Scartazzini). 




DANTE E LA TERRA DI ROMAGNA 


Soffermandomi a parlare della Romagna, credo opportuno 
di accennare alle ragioni (già da altri avvertite) per le quali 
questa « occupa (secondo osserva il Kassermann) un posto 
« tanto ampio nel pensiero di Dante ». 

« Nell’esame della battaglia di Cainpaldino (prosegue il 
« BassermannX avemmo già occasione di vedere quale energica 
« partecipazione abbia la Komagna avuto nelle sorti della To- 
« scarni, e anche altrove mostra la storia della età di Dante 
« parecchi esempi del legame assai stretto che univa gli inte- 
« ressi delle due regioni e mostra come i nobili signori della 
« Komagna combattevano nelle schiere degli eserciti toscani, 
« e come i Toscani cercavano di esercitare la loro influenza 
« sulla formazione dei parliti nelle città romagnole ». 

« Certo si stende fra le due regioni, e le separa, il dosso 
« d’Italia. Ma uno sguardo alla carta insegna quanto favorevol- 
« mente è loggiato il suolo al tracciamento di linee di coniu- 
« ideazioni. Dalla Toscana un’erta relativamente breve con- 
« duce alla sommità della catena, e dalla parte del versante 
« romagnolo derivano dalla catena quasi parallele le numerose 
« valli fluviali al mare Adriatico, le quali lungamente stenden- 
« tisi e lentamente scendenti sembrano proprio atte all’ufficio 
« dì strade. 

« E difatti noi troviamo tutta una serie di questi solchi, 
« i quali attraversano la catena degli Appennini, foggiati a 
« vene commerciali, in cui la vita già da tempo circolò vivace 
« in su e in giù, sovra i confini di Komagna e di Toscana ». 

Corrado Ricci osserva : « Nella Commedia , la Romagna 
« occupa una parte essenziale, che dimostra quale e quanta 
« conoscenza avesse il Poeta di quella regione. Tutte le città 
« e i Castelli di una certa importanza, come Ravenna, Ferrara, 
« Forlì, Rimini, Faenza, Cesena, il Monte Feltro, Ragnacavallo, 
« llertinoro, Castrocaro, Cervia, Conio, S. Leo, Verrucchio, 
« Marcabò, Medicina, si trovano ricordati; così i fiumi princi- 
« pali, come il I.amone, il Salterno, il Savio e il Montone; e le 
« famiglie nobili e potenti degli Anastasi, dei Traversari, dei 



104 - 


« Manfredi, dei Potentati!, dei Malatesia, degli Ordelaffl, dei 
« Pagani, degli Onesti, di alcune delle quali designa gli stemmi 
« e le imprese. Vi si trova inoltre il ricordo di Guido del Duca, 
« di Pier Traversare, di Pier Damiano, di Pier degli Onesti e di 
« Pier da Medicina, di Guido da Praia, di Guido Honatti, di 
« Hinier da Calboli, di Giovanna da Monterei Irò, di Federico 
« Tignoso, di Lizio da Yalhonu, d'Arrigo Mainanti, di Tibal- 
« dello, di Alberico dalle frutta del mal orlo , d'Obizzo da Este, 
« di Montagna dT’rhino de’ rantoli, di Pagano Mainatili e di 
« tanti altri in specie appartenenti alle famiglie ora nominate. 

« La Itomagna per tal modo offerse, dopo la Toscana, il 
« maggior contributo di uomini e di falli al Divino Poeta ». 

Dalle bellezze naturali della terra di Itomagna Dante trasse 
potentissima ispirazione a creare non poche vaghe meravi¬ 
gliose immagini nel poema sacro. 

Il giù nominalo Itassermann prosegue : « Ma specchio di 
« personale percezione e vivente di vita vera ò un altro passo, 
« il quale ha relazione con Itaveiuia o almeno co’ suoi din- 
« tornì, la descrizione, voglio dire, in cui la brezza mattutina 
« che spira nella divina foresta sulla vetta del Purgatorio fa 
« sovvenire al Poeta i pini mormoranti del bosco di Chiassi. 
« Le terzine che precedono a questo passo sono di una bellezza 
« sì mirabilmente fresca, che devono essere qui riferite in- 
« sieme con esso : 

l'n’aura dolce senza mutamento 
avere in st\ mi feria per la fronte 
non di più colpo, che soave vento, 

per cui le fronde tremolando pronte, 
tulle quante piegavano alla parte 
si la pii m’ombra gilta il santo monte; 

non però dal lor esser drillo sparte 
tanto, che gli augellelli per le cime 
lasciasse!* d’operare ogni lor arie. 

Ma con piena letizia l’òre prime, 
cantando ricevieno intra le foglie 
che tenevan bordone alle sue rime. 

Tal qual di ramo in ramo si raccoglie 
per la pineta in sul lito di Chiassi 
quando Eolo Scirocco fuor discioglie. 



165 — 


In line giova riportare quanto ha scritto Isidoro Del Lungo : 
« Ultimo rifugio al Poeta la vetusta città, (Ravenna) dalla quale 
« lungo la marina adriatica, avevano sfolgorato verso l’O- 
« riente gli estremi splendori di Roma imperiale : la città che 
« all’animo di lui, faticato di dolore e di poesia, parlava dalle 
« poderose moli il linguaggio delle grandi cose passate; e nel- 
« l’azzurro de’ suoi domi, e nel mistero delle figurazioni mu¬ 
ti saiche, gli faceva presentire vicina la rivelazione celeste, i 
« cui fantasmi si arrendevano, austeri e radiosi, al supremo 
« sforzo della sua teologia di poeta. E già la foresta spessa e 
« viva, dove canta e sceglie fiori .Malelda, e Beatrice divina ri- 
« torna diramante infedele e pentito, si era disegnata a simi- 
« libidine della pineta che stormisce al greve .scirocco, e gli 
« augelletti salutano di ramo in ramo le aure mattinali e per 
« la maestosa pianura si diffonde al mare l’esultanza o il pianto 
« delle squille del campanile rotondo di Sant’Apollinare in 
« classe... ». 

«... da quel rifugio, degno, gli ultimi canti della Corn- 
« media a Firenze crudele l'ultima voce dell’Esule, nella quale 
« il sospiro al ritorno, la speranza indomita d’un estremo se 
« mai continga, l’invocazione alla corona d’alloro sul fonte del 
« suo battesimo, si alternano con istrazio e pietà alle ire che 
« lui accompagnarono ascendente dalla città santa di Dio, e 
« di Fiorenza in popol giusto e sano. Ed ecco, in Ravenna — 
« in questa che la compassione alle sciagure di lui ha fatto de- 
« gna di avere e custodire all'Italia la sua tomba, — il Poema 
« e la vita del Poeta quasi ad un tempo hanno line ». 

Qui credo opportuno di ricordare che si appone spesso 
a Dante di avere adoperato parole di sdegno contro la terra 
ospitale di Romagna. 

In quell’epoche di turbolenze politiche « di lotte fratricide, 
Dante ebbe parole di rampogna per questa regione d’Italia. 
Nel XXVII de\V Inferno egli, ragguagliando il conte Guido di 
Montefeltro intorno alle varie Signorie che dominavano la Ro¬ 
magna, fa in pochi versi un quadro magistrale della Romagna 
all’epoca delia visione, come giustamente rileva lo Scartazzini. 

Al Montefeltrano adunque che aveva mossa la richiesta: 

Dimmi se i Romagnoli han pace o guerra. 

Dante così risponde: 

Romagna tua non è, e non fu mai 
senza guerra nè cor de’ suoi tiranni; 
ma in palese nessuna or vi lasciai. 


ICC - 


Ravenna sta, come stata è molti anni, 
l’aquila da Polenta là si cova 
si, che Cervia ricopre con i suoi vanni. 

La terra che fè giù la lunga prova 
e di Franceschi sanguinoso mucchio, 
sotto le branche verdi si ritrova. 

E il Maslin Vecchio e il nuovo da Vemjcchio, 
che lecer di Montagna il mal governo, 
là dove soglion far de’ denti succhio. 

Le città di Lamone e di Santerno 
conduce il leoncel dal nido bianco 
che muta parte dalla state al verno; 

E quella a cui il Savio bagna il fianco, 
così com’ella sie’ tra il piano e il monte, 

Ira tirannìa si vive e stato franco. 

« La tua Romagna non ha alcuna guerra al presente, ma 
siccome non fu mai senza guerre, queste covano sotto, sono 
sempre latenti e possono scoppiare da un momento all’altro. 

Ravenna sta in pace come è stata da molti anni (cioè 
dal 1270 sotto il dominio dei signori da Polenta) l’aquila (ver¬ 
miglia in campo giallo, insegna dei Polentani) colà tiene il suo 
nido e ricopre con i suoi vanni anche Cervia (citlà sulla costa 
dell’Adriatico, ad olire dieci miglia da Ravenna. Era sotto il 
dominio e la podestà di Guido da Polenta). 

Forlì la terra che dopo avere sostenuto il lungo assedio 
nel 1282 quando Martino IV inviò contro i Ghibellini della 
Romagna un esercito di francesi, riportò una segnalala vit¬ 
toria sotto il comando di Guido da Monlefcltro, menando larga 
strage dei francesi, ora è sotto il dominio del leoncello verde 
(in campo giallo insegna degli Ordelatli. E il vecchio Mastino 
'Malatesta padre di Paolo e di Lanciotto) e il nuovo (inalaleslino 
primogenito e successore del Vecchio) da Verdicchio (nome 
del Castello donato dai Riminesi ai Malatesta, onde costoro ne 
assunsero il titolo) che fecero uccidere il Montagna là nella 
torre a loro soggetta ove sogliono adoperare i denti come suc¬ 
chiello dilaniando secondo è loro uso. La città sul I anione. 
Faenza, e la città presso il Santerno, Imola è governata da 
Maghinerdo Pagani che ha per insegna un leone azzurro in 
campo giallo. Questi muta parte dall’estate al verno poiché, 



— 167 


come correva faina, in Romagna atteggiavasi a giiibellino, in 
Toscana a Guelfo. 

E quella città (Cesena) cui il fiume Savio bagna il piano, 
siccome siede tra il piano e il monte, così vive in parte libera 
e in parte in tirannia ». 

Inoltre non dobbiamo dimenticare che Dante, senza spi¬ 
rito di parte, loda sinceramente i cittadini di Komagna degni 
di ammirazione per le loro civili virtù. 

Il Poeta nel XIV del Purgatorio ecco quanto fa dire su tal 
proposito a Guido del Duca, che <« tesse le lodi della cavalleria 
« Romagnola del buon tempo antico alle spese dei contempo- 
« ranei del Poeta (lìassormann) ». 

Questi ò Rinier, questi è il pregio e l’onore 
della casa da Calboli, ove nullo 
fatto s’ò reda poi del suo valore. 

Questi è il torlivolese Rinieri pregio ed onore della casa 
Calboli, nella quale nessuno ha ereditato le sue ammirevoli 
virtù. 

E non pur lo suo sangue è fatto brullo 
fra il Po e il monte, e la marina e il Reno 
del ben richiesto al vero ed al trastullo. 

E nel territorio posto fra il Po e l’Appennino, il mare 
Adriatico e il Reno, infine in tutta la Romagna, non solamente 
il sangue, la discendenza di Rinieri si è spogliata del bene, 
delle virtù civili e cavalleresche, e del culto delle scienze e 
delle arti che procurano gli onesti ozi delle vita. 

Chè dentro a questi termini è ripieno 
di venenosi sterpi, sì che tardi 
per coltivare ormai verrebber meno. 

Ov’è il buon Lizio ed Arrigo Manardi? 

Pier Traversare e Guido di Carpigna? 
o Romagnuoli tornati in bastardi! 

Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? 
quando in Faenza un Bernardin di Fosco, 
verga gentil di picciola gramigna? 

Non ti meravigliar s’io piango, Tosco, 
quando rimembro con Guido da Prata 
llgolin d’Azzo che vivette nosco, 



- 168 - 


Federico Tignoso e sua brigata, 
la casa Traversala e gli Anustugi 
(e l’una gente e l'altra è diredata), 

le donne, i cavalier, gli affanni e gli agi 
che ne invogliava amore e cortesia, 
là dove i cor son fatti sì malvagi! 

0 Hrettinoro, chò non fuggi via, 
poi che gita se n’è la tua famiglia 
e molta gente per non esser ria; 

ben fa ltagnacaval, che non rilìglia; 
e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, 
che di pigliar lai conti più s’impiglia, 

Ben faranno i Pagan, da che il demonio 
lor sen girà; ma non però che puro 
giammai rimanga d’essi testimonio. 

0 Fgolin de Fantoli, sicuro 
è il nome tuo, da che più non s’aspetta 
chi far lo possa, tralignando, oscuro. 

« Ora dentro a questi termini, Ira il Po e il monte e la ma¬ 
rina e il Heno, cioè per l iniera regione della Komagna, è 
tutto una ripienezza di boscaglia formata da velenosi sterpi, 
che si sono tanto abbarbicati nel terreno che non sarebbe pos¬ 
sibile introdurvi una buona coltivazione. 

Ora in questa regione d’Italia ove trovasi più un buon 
Lizio, un Arrigo Mainaceli, un Pier Traversarci, un Guido di 
Carpigna? 

0 Romagnoli, da valorosi ed egregi, che eravate, or siete 
fatti malvagi e codardi, tanto siete tralignati! Or quando av¬ 
verrà che in Bologna un Fabbro, sebbene di plebea origine, di¬ 
venti più nobile e più illustre? E quando in Faenza si rende de¬ 
gno di rivivere ne’ suoi rampolli un Bernardin di Fosco, che 
nato dal volgo divenne per nierilo proprio una pianta di nobilis¬ 
sima virtù? E tu, che sei toscano, non ti meravigliare s’io piango 
sulla corruttela degli odierni costumi dei romagnoli allorché 
ripenso a Guido da Prata e ad Ugolino d’Azza che visse con 
noi, e a Federico Tignoso e alla sua grata compagnia come 
inoltre alla casa de’ Traversar!’ e degli Anastagi. E queste 
due famiglie oggi sono diredate poiché nessuno dei discen- 



- 169 - 


denti pratica il valore, la libertà e le altre virtù onde riful¬ 
selo gli avi. 

lo piango inoltre ripensando le donne e i cavalieri e le 
loro onorate fatiche e gli onesti riposi, ai quali invogliavano 
la concordia e l’amore fraterno, e la squisita cortesia là, nella 
Romagna, ove ora i cuori de’ suoi cittadini son divenuti tanto 
malvagi. 

O Bertinoro perché non fuggi via ora che i tuoi buoni cit¬ 
tadini se ne sono andati in esilio (si allude ai Ghibellini posti 
in bando nel 128*5) e molta genie ancora si è allontanata da te 
volontariamente per non conlaminarsi delle iniquità che in te 
sono sopravvenute. 

Ben fa Bagnacavallo che non riproduce la discendenza dei 
conti Mulavicini, suoi crudeli signori. Al contrario male ado¬ 
pera Castrocaro e peggio ancora Conio che si danno briga di 
continuare la successione dei conti tanto crudeli e scellerati. 
Bene governarono Imola i Pagano dopo che il loro genitore 
Mainardo, denominato il Demonio, se ne andò all’inferno. Pur 
tuttavia il ricordo delle iniquità paterne offuscherà la loro fama. 

0 Ugolino de’ Fanfoli, il tuo nome, che ha bella rinomanza 
per tante tue egregie virtù, è sicuro di mantenere quella ri¬ 
putazione che ti sei meritato poiché, giunto in larda età e non 
avendo tu figli, non si aspetta più chi possa oscurare la tua 
buona rinomanza tralignando da’ tuoi costumi ». 

Dante avrebbe potuto in miglior guisa per bocca di Guido 
del Duca, esaltare parecchi degli antichi cittadini di Roma¬ 
gna che con le loro virtù furono lustro e decoro della loro 
terra? Egli è ben vero però che al tempo stesso il nostro 
Poeta vitupera i contemporanei che con i loro vizi si ren¬ 
devano degeneri nepoti di coloro che tanto si resero degni 
di lode e di bella rinomanza per gentilezza di costumi e per 
integrità di vivere onesto, ed impreca inoltre ai vili tirannetti 
che oppressavano la Romagna. 




PERCHÈ VIRGILIO, SOLENNEMENTE COM¬ 
MEMORATO DAL GOVERNO FASCISTA, 
FU SCELTO DA DANTE A SUA GUIDA 


Sì grande era l’ossequio e la venerazione di Dante per 
il poeta mantovano, ch’egli lo tolse a guida del suo miste¬ 
rioso viaggio. 

E qui credo opportuno illustrare il concetto dantesco 
ed indagare perchè egli, a preferenza di ogni altro saggio 
deH’anlichità, scelga Virgilio a sua guida. Questa sembrerà 
una digressione alquanto lunga, ma la credo necessaria 
ad illustrare il concetto di Dante intorno a Virgilio. 

Dante, Virgilio e Beatrice, sono i principali personaggi 
della Divina Commedia : Dante che rappresenta l’umanità, Vir¬ 
gilio che rappresenta la scienza umana, Beatrice la scienza 
divina, le quali scienze conducono l’umanità simboleggiala 
in Dante dallo stato di miseria allo stato di felicità. Riguardo 
a beatrice, perchè introdotta ad essere figura della scienza 
divina, l’intendimento del nostro filosofo Poeta è apertamente 
significalo. Egli voile sublimare questa gloriosa donna fa¬ 
cendola immagine della scienza, che fra tutte le scienze è la 
più sublime. Ma riguardo a Virgilio non abbiamo alcuna 
esplicita dichiarazione: laonde assai spesso misimi a consi¬ 
derare perchè Dante fra tanti eccellentissimi filosofi dell’an¬ 
tichità ed anche dei secoli del cristianesimo, avesse scelto 
Virgilio a personificare la filosofia e la ragione umana, che 
dovevaio condurre a istruire e proteggere nel suo misterioso 
viaggio dell’Inferno e del Purgatorio, tanto più che ne’ Ca¬ 
pitoli Il e VI del trattato IV dei Convivio , Aristotile e non Vir¬ 
gilio si denomina « maestro della umana ragione ». 

E dopo molte riflessioni trovai, o credetti trovare, che 
parecchi furono i motivi che persuasero Dante a scegliere 
anzi Virgilio che qualunque altro filosofo. 

La Divina Commedia fu scritta, cosi come Pabbiamo, 
dopo che Dante condannato all’esilio perdette i suoi beni parte 



— 172 — 


perchè devastati e saccheggiati, parte perchè usurpati dai 
suoi nemici, che egli in una epistola loro diretta chiama scel¬ 
leratissimi perchè dispregiavano Humana fura et divina. Ora 
egli volle rappresentare in Virgilio anche ii diritto che ripudia 
tali iniquissime ingiustizie, sapendosi che Virgilio, come 
alterni a l'insigne suo biografo Tiberio Donato, riliutò sde¬ 
gnosamente di ricevere in sua proprietà i colpiscati beni di 
un cittadino cacciato in esilio, quantunque glie ne fosse stala 
fatta generosa offerta dall’Imperatore Augusto. 

A tanto esempio, forse unico nelle storie, l'Ariosto gri¬ 
derebbe : Oh coscienza scrupolosa e schiva! E tale appunto 
si era la coscienza ili Virgilio di cui Dante per fermo ebbe 
sempre innanzi agli occhi della melile l’altero sdegno di ar¬ 
ricchire alienis bonis quando egli poverissimo andava per 
l’Italia mendicando sua vita a frusto a frusto, nppunlo come 
di Romeo si dice nel VI del Paradiso . Se si fosse rispettata 
almeno la proprietà de’ suoi beni, egli non avrebbe sofferto, 
per le rendile ritratte di queste, le durissime umiliazioni di 
scendere e salir per l'altrui scale; il elio, secondo ch’egli me¬ 
mora nel capitolo 111 de! 1 Trattalo «lei Convivio , lo fece ap¬ 
parir vile agli occhi di molli, o crodelle di esser tale divenuto 
nella slima de’ suoi soccorritori. 

La guida di Dante inoltre in un viaggio di contempla¬ 
zione de’ vizi umani non doveva essere che un savio il quale 
fosse stato altamente e costantemente virtuoso. K Virgilio per 
antonomasia era denominato il verdine. Ed egli stesso di ciò 
mena vanto in guisa che si pone nel numero di quei pargo¬ 
letti, che morti col solo peccalo d’origine perchè non cancel¬ 
lato loro dal battesimo, sono nel Limbo, ove senza speme 
vivono in disio (inf. IV) Stazio nel VII del Pnrcfotorio, gli do¬ 
manda : 


S’io son d'udir le lue parole degno, 
dimmi se vien d’inferno e di qual chiostra. 

E Virgilio gli risponde : 

Luogo è laggiù non tristo da martiri, 
ma di tenebre solo, ove i lamenti 
non suonali come guai, ma son sospiri. 

Quivi sto io co* pargoli innocenti, 
da’ denti morsi della morte, avarile, 
che fosser daH’umana colpa esenti. 



— 173 — 


Univi sto io con quei, che le tre sante 
virtù non si vestirò, e senza vizio 
conobber ['altre c seguir tutte quante. 

io non voglio e non debbo ricercare se storicamente par- 
lamio, Virgilio avesse o no conservata sempre l’anima sua 
come quella di parvolo innocente, ma dico che Dante ciò sup¬ 
poneva per potere in Virgilio il vergine simboleggiare quella 
lìlosotìa che, siccome la si denomina nella line del II trat¬ 
tato del Convivio « fu la bellissima e onestissima lìglia dello 
« Imperatore deli’l niverso ». Appunto per ciò Dante chiama 
Virgilio anima cortese mantovana , (Inf. Il, 58) poiché, confor¬ 
memente dichiarasi nel Capitolo XI del trattato del Convivio , 
« Cortesia ed onestiate è tutt'uno. E lo chiama savio gentile 
(Inf. VII, 3) per la ragione che è gentilezza dovunque è virtute 
confò detto nella filosofica e sublime Canzone, la quale è 
argomento al trattato IV del Convivio , ed in assai luoghi del 
trattato medesimo. 

La lìlosotìa poi da chi meglio poteva essere rappresentata 
che da Virgilio, cioè da quel savio gentil che tutto seppe (Inf. 
VII, 3) come afferma Dante, ripetendo ciò che prima aveva 
affermato Macrobio, il quale scrisse che Virgilio fu veramente 
omnium disciplinarvm peritus (Lib. I Cap. XVI). E trattan¬ 
dosi di un personaggio da introdursi, come maestro, in un 
poema altamente filosolìco, ciii più adatto di Virgilio, che 
l’imperatore Alessandro Severo, chiamò il datone dei poeti , 
Platonem poetarmi vncabit , secondo che riferisce Elio Lam- 
pridio? 

E si consideri che, così aggiunge Tiberio Donato. Vir¬ 
gilio quamvis diversorum phitosophnrum opiniones libris suis 
inseruisse de animo maxime rAdeatur ipse tamen fuit Aca - 
demicus nam Vtatonis sententias omnibus alii$ praelulit. Egli 
è vero che Dante è anzi aristotelico che platonico, ma le sen¬ 
tenze rii Platone, meglio che quelle di Aristotile, si accon¬ 
ciavano a far di sé la figura della umanità. 

Di più il pensiero dantesco vagheggia pur sempre la 
restaurazione del Romano impero, e Virgilio e l'altissimo poeta , 
che nella Eneide canta l’origine e l'incremento delflmpero 
Romano. Dopo di aver compiuto la Rucolica e la Georgica, 
diede principio alla Eneide argumentum varia m et multiple! 
in quo quod maxime studebat) Tiomae simut vobis origo con - 
tineretnr. 



— 174 - 


.Ma, ove le allegale ragioni non bastano, ve ne ha un'allra 
che io giudico decisiva, perchè corroborata dalla dichiarazione 
di Dante medesimo. Egli nella epistola a Cangrande ragio¬ 
nando della Divina Commedia dice che « considerala l'opera 
allegoricamente , l'argomento è iuomo che meritando o de¬ 
meritando per la libertà deWarbitria giunge al premio o al 
castigo ». iparag. 8). E Dante in sò stesso personifica l’uomo 
in generale, e personifica la filosofìa regolatrice delle azioni 
umane in Virgilio, che nella Eneide raffigura il processo delle 
varie età dell'uomo, come spiegasi nel Capitolo IV del Trat¬ 
tato IV del Convivio. 

Ora, poiché Dante tìnge di aver fatto il suo viaggio spi¬ 
rituale, nel mezzo del cani min di nostra vita , il quale secondo 
che si ha nel capitolo XXIII del Trattato suddetto, « pelli 
perfettamente naturali è nel trentacinquesimo anno . di'è il 
punto sommo dell'arco della vita d'nn uomo » è da vedere 
nella Eneide ciò che a questa età si conviene. 

Io qui non debbo far altro che riportare quel che sciavo 
Dante nel successivo Capitolo XXVI. « Si vuole sapere che 
« tutto quanto la nobile natura prepara nella prima etade é 
« apparecchiato o ordinato per provvedimento di natura uni- 
.< versale, che ordina la particolare alla sua perfezione. Questa 
« perfezione nostra si può doppiamente considerare. Puotes» 
« considerare secondochè ha rispetto a noi medesimi e questa 
.< nella nostra giovenlute si dee avere, che è colmo della no¬ 
ce stra vita. Puotesi considerare, seeondocliò ha rispetto ad 
<t altri, e perocché, prima conviene essere perfetto, e poi la 
« sua perfezione comunicare ad altri, conviensi questa se- 
« condaria perfezione, avere appresso questa etade, cioè nella 
« senettude. Qui adunque è da ridurre a mente lo appetito, 
« che in noi, dal nostro principio nasce. Del quale appetito 
« ragionasi nel Capitolo XXII. Questo appetito non altro fa 
« che cacciare e fuggire, e qualunque ora esso caccia male a 
«dire cerca coti diligenza) quello che é da cacciare intendi 
« da cercare) e quanto si conviene; c fogge quello ohe si dice 
« da fuggire, e quanto si conviene, l’uomo é nei termini della 
« sua perfezione. Veramente questo appetito conviene essere 
« cavalcato dalla ragione, che siccome uno sciolto cavallo, 
« quanlo ch’elio sia di natura nobile per sé, senza il buon ea- 
« valcatore bene non si conduce, e così questo appetito, che 
« irascibile e concupiscibile si chiama, quanto quello sìa no¬ 
ce bile, alla ragione ubbidire conviene, la quale guida quello 



— 175 — 


« con freno e con ispcroni, come buono cavaliere, il treno 
« usa, quando egli caccia, e chiamasi quello freno temperanza, 
« la quale mostra il termine infoio al (piale è da cacciare [iti¬ 
ti terprela , da giungere con le ricerche) lo sprone usa, quando 
« fugge per lui tornare a lo loco onde fuggir vuole, e questo 
« spi one si chiama fortezza ovvero magnanimità la qual vir- 
« tute mostra lo loco dove ò da fermarsi e da spronare. E così 
« Virgilio mostra infrenato Enea nella parte della Eneida, 
« ove questa età si figura, la quale parte comprende il quarto 
« il quinto e il sesto libro della Eneida. E quanto raffrenare 
« fu quello, quando avendo ricevuto da Dido tanto piacere, e 
« usando con essa tanto di dilettazione, egli si partì, per se- 
« guire onesta e laudabile via e fruttuosa, come nel quarto 
« della Eneida è scritto! Quanto spronare fu quello quando 
« esso Enea solo con Sibilla e entrare nello Inferno a cercare 
it deH’Anima del suo padre Anchise contro a tanti pericoli, 
« come nel sesto della detta storia si dimostra! Per che ap- 
« pare che nella nostra giovenlude essere a nostra perfezione 
« ne convenga temperati e forti, e questo fa e dimostra la 
« buona natura, siccome il testo dice espressamente. Ancora 
« è a questa età e a sua perfezione necessario d’essere amo- 
« rosa, conviensi amare ti suoi maggiori, dalli quali ha rice- 
« vuto ed essere e nutrimento e dottrina, sicché esso non paia 
« ingrato. Conviensi amare li suoi minori acciocché, amando 
« quelli, dia loro delli suoi benefici, per i quali poi nella 
« minore prosperità esso sia da loro sostenuto e onorato. E 
« questo amore il nomato poeta nel quinto libro sopradetto 
« mostra che avesse Enea, quando lasciò li vecchi Troiani in 
« Sicilia raccomandati ad Oreste, e partilli dalle fatiche, e 
« quando ammaestrò in quel luogo Ascanio suo figliuolo con 
« gli altri adolescenti armeggiando, per che appare a questa 
« età essere amore necessario, come il testo dice. Ancora è 
« necessario a questa età essere cortese, che, avvegnaché a 
« ciascuna età sia bello l’essere di cortesi costumi, a questa 
« massimamente è necessario perocché nel contrario nulla 
« puote alla senettute per la gravezza sua, e per la severità 
« che a lei si richiede, e così Io sènio maggiormente. E questa 
« cortesia mostra l’altissimo poeta nel sesto sopradetto, che 
« avesse Enea, quando dice che Enea per onorare il corpo di 
« Mi seno morto, ch’era stato trombatore d’Ettore, e poi s’era 
<i accompagnato a lui, s’accinse e prese la scure a^ 1 aiutare 
t, n tagliare le legna per lo foco che doveva ardere il corpo 



— 17H — 


«morto com’era di loro costume; per che bene appare questa 
« essere necessaria alla gioventude, e però la nobile anima 
« in quella la dimostra, come dello è. Ancora ò necessario a 
« questa età essere leale. Lealtà è seguire e mettere in opera 
« quello che le leggi dicono, e ciò massimamente si conviene 
« al giovane perocché lo adolescenle, eom’ò detto, per mino- 
« ranza d’etade lievemente merita perdono, il vecchio per più 
« sperienza dee essere giusto, e non seguitalore di legge se 
« non in quanto il suo diritto giuridico e la legge è quasi tut¬ 
te fimo, e quasi senza leggo alcuna dee sua giusta mente se- 
« guitare, che non può fare il giovane, e basti che esso se- 
« guiti la legge, e in quella seguitare si ditelli, siccome il pre¬ 
ti detto poeta nel quinto libro dice che fece Luca (piando fece 
« i giuochi in Sicilia nell’anniversario del padre, che ciò che 
« promise per le vittorie, lealmente poi diede a ciascuno vit- 
« lorioso, siecom’era di loro lunga usanza, ch’era loro legge. 
« Per che è numi Tesi o che a questa età lealtà, cortesia, amore, 
« fortezza e temperanza siano necessarie; e però la nobile 
« anima tutte le dimostra ». 

Ora queste Dantesche considerazioni manifestamente ap¬ 
palesano perché Virgilio, a preferenza di ogni altro antico 
Savio, siasi scelto a rappresentare nella Divina Commedia la 
Filosofia cioè la ragione umana, che guida con freno e con 
isproni , la gioventù alla perfezione, la gioventù, dico, per¬ 
sonificata in Dante peregrino nel trentacinquesimo anno della 
sua età. 

E qui presentasi spontanea altra principalissima rifles¬ 
sione la qual è clic Dante prescelse Virgilio a suo duce si¬ 
gnore e maestro (Inf. II. IVO) appunto perchè in sò volle figu¬ 
rare le circoslanze costitutive di perfezionare nel colmo (Iella 
vita , che sono figurate nell’Enea Virgiliano. 

Enea per seguire onesta e laudabile via si partì da Dido , 
dalla quale area ricevuto tanto di piacere usando con essa! 
E Dante, come confessa nel trentesimo Canto dpi Purgatorio, 
immagini di ben seguendo faìse, si diede, secondo che nar¬ 
rasi nel paragrafo XXXVI della Vita Suora , a quella donna 
giovane e betta molto , la quale (e ciò si ha nel Capitolo II del 
trattato secondo del Convivio) trovando la vita di fui disposta 
al suo ardore , a guisa di fuoco di piccioìa in gran fiamma 
l'accese; e quanto fosse grajide il desiderio , che amore di ve¬ 
dere costei gli dava , nè dire , nè intendere si potrebbe . Or 
questo amore avversario della ragione ('Vita Nuova parag. XE) 



177 — 


tu vinto lilialmente, e Dante incominciò dolorosamente a pen¬ 
tirsi del desiderio, a cui vilmente s'avea lasciato possedere 
contro alla costanza della ragione , e discacciato questo colai 
malvagio desiderio, si involsero lutti i suoi pensamenti alla 
loro gentilissima Beatrice (ivi) per seguire onesta e laudabile 
via. Enea sostenne entrare nello Inferno a cercare dell'anime 
del sito padre Anchise contro a tanti pericoli , come nel sesto 
della Lneida si dimostra. E Dante sostenne entrare a cercare 
non di un'anima sola, ma di quante ve ne sono; non fino ai 
Campi Elisi come lece Enea, ma lino al più profondo abisso 
e conilo a tanti pericoli, come si dimostra in tutta la prima 
cantica del sacro poema. E’ vero che l’andata sì dell’uno come 
dell'allro è una finzione, ma la Unzione che riguarda Enea 
non può venire a paragone con la grandezza di quella che 
riguarda Dante. 

Enea amò i suoi maggiori e i suoi minori, raccomandando 
i primi ad Oreste e partendoli dalle fatiche perchè vecchi, e 
ammaestrando i secondi, cioè a dire Ascanio suo figliuolo e 
gli altri adolescenti, a bene adoperare le armi. E Dante amò 
i suoi maggiori ora lodando gli alti Eiorentini < Farad. XVI, 86), 
che fiorian Fiorenza in tutti i suoi gran fatti (ivi 111) quand’ella 
dentro dalla cerchia antica si stava in pace , sobria e pudica. 

Panid. XV, 97, 99), e venerando i buoni di qualunque con¬ 
dizione e paese, i quali hanno nella celeste beatitudine il pre¬ 
mio delle loro sante opere e il riposo dalle fatiche sofferte 
in questa valle di lagrime; ora ad ammaestramento altrui spo¬ 
nendo i terribili castighi riservati al vizio, i gloriosi gaudii 
apparecchiati alla virtù onde ciascuno, addestrandosi a com¬ 
battere e vincere con le armi della virtù l’arroganza del vizio, 
pervenga anche in hac vita de stata miseriae ad slatum fe- 
licitatis, come nella lettera allo Scaligero è ragionato. 

Enea fece mostra di cortesia, quando per onorare il corpo 
di Miseno morto, s'accinse e prese la scure ad aiutare a ta¬ 
gliare le legna per lo fuoco, che doveva ardere il corpo morto , 
com'era costume. E chi più cortese di Dante .che rimossa 
ogni menzogna (Parad. XVII, 127), senza punto curare de’ 
grandissimi pericoli che gli soprastavano s'accinse e prese la 
scure per tagliare gli stecchi con tosco e gli sterpi aspri e folti. 
(Inf. XIII, 6 e 7) delle iniquità degli uomini, e farne un rogo 
salutifero in onore della verità e della giustizia? 

Enea fu leale, quando fece li giuochi in Sicilia nell'an- 



nit'ersariu del padre , che ciò che promise per Ir villane, leal¬ 
mente pai. diede a ciascun vittorioso. Chi più leale di limile 
die nel l'assegnare le pene e i prendi si spoglia dogai pas¬ 
sone in guisa che talvolta non nega il premio almeno di lode, 
anche ad alcuni, ch'emù) suoi avversari, e non risparmia la 
pena talvolta pure ai suoi amici e consanguinei, anzi nem¬ 
meno a sè stesso, ove si consideri che annunzia il suo timore 
di espiare le proprie colpe nel girone, dovi» sotto macigni 
enormi gemono nel Purgatorio i superbi? 

Ecco pertanto che la lealtà, la cortesia, l'amore, la tor¬ 
tezza v la temperanza, che Virgilio attribuisce all'eroe troiano 
perdio sia esempio di perfezione nel colmo della vita si tro¬ 
vano in Dante, anche storico, anzi in più alto grado vi ap¬ 
pariscono. 

Or bene a ragione dice Dante a Virgilio ilnf. I): 

Tu se' lo mio maestro e il mio autore, 
lu se’ solo colui, da cu’ io tolsi 
lo bello stile, che m’ha fallo onore. 

Virgilio ò maestro di Dante per avergli insegnato nella 
persona di linea le prerogative che si richieggono alla per¬ 
fezione dell’uomo nel mezzo del catnmin di nostra vita. 

Inoltre Dante aveva presente che Virgilio pone linea ad 
esempio ad ogni principe onde sia giusto e pio. Ciò interes¬ 
sava mollo a Dante che nel Cap. XII del 1 Trattato del Convivio 
dice che neM'uomo è più amabile quella virtù che in esso r 
più umana, e questa è la giustizia, la quale, com’egli spiega 
nel Cap. XVII del Trattato IV, ordina noi ad amare e operare 
dirittura in tutte le cose, il che se a ciascuno si conviene, 
molto più si conviene al principe, e ciò anche a parere di 
Claudiano nel panigirico De Quartu Consulatu Itonorii coni- 
ponitur orbis regis ad exphan mobile mulatur semper emù 
principe vulgus. 

Da pietà poi, così aggiunge Dante nel Cap. XI del Trat¬ 
talo II, la pietà fa risplendere ogni altra bontà col lume suo. 
Perchè Virgilio, d’Enea parlando, in sua maggior loda pietoso 
il chiama, K qui di nuovo giova ricordare Claudiano che net 
III l.ibro. De tuudibus Stiliconis scrive che: 

l'attitur egregio quisquis sub principe credit 
servitami; nunquam libertas gratior exat 
guani sub rege pio. 



— m 


E Dante che propugnava la vera libertà, la vedeva sol¬ 
tanto sub rege pio. 

Con le presenti illustrazioni credo di avere sufficiente- 
mente interpretato il concetto di Dante nei motivi che lo 
indussero a fare di Virgilio una sì eminente figura di ecce¬ 
zionale importanza degna della estimazione degli italiani. 

Virgilio è l'autore del poema nazionale che esalta le 
glorie dell’Impero romano ed il valore della stirpe, quindi 
Dante Io onorò in modo peculiare. 

Dante vagheggiava la restaurazione della universale mo¬ 
narchia che raggiunse il suo apogeo sotto l’imperatore Augusto, 
discendente di Enea, fondatore per divino consiglio dell'lm- 
pero in Italia. Sotto Augusto tutto il Mondo conosciuto era 
in dominio delle Aquile romane e godeva imperturbata pace. 
Sotto Augusto nacque Desìi Cristo, che per compiere fumane 
redenzione , volle nascere -come osserva Dante) suddito del- 
l'impero. Nel IV libro della Itticolica , Virgilio , con spirito pro¬ 
fetico, annuncia la venuta della progenie del cielo in lerra: 

Mugnus ab integro saeclorum nascitur ordo, 
iam redii et virgo, redeunte Saturnia regna 
inm nova progenies coelo demittitiir alto 

E Dante cosi traduce nel XXII del Purgatorio: 

.... secol si rinnova, 
torna Giustizia e primo tempo antico, 
e progenie discende dal Ciel nuova. 

Alla prima grandezza della Roma imperiale si annuncia¬ 
vano gli albori della grandezza della Roma cristiana, che do¬ 
veva sorgere sulle rovine del paganesimo. 

Le solenni onoranze adunque che l’Italia, auspice il Go¬ 
verno Nazionale, si prepara a tributare alia memoria del¬ 
l'attissimo poeta , che nella Eneide cantò, come si è detto, 
l'origine e i fasti dell’impero romano, avrebbero anch’esse 
trovato il pienissimo assenso di Dante. 

f.'Italia inoltre deve aver presente (per uniformarsi al 
concetto del suo Duce) che Virgilio è l’autore delle Georgiche, 
poema che educa ed alimenta la proficua virtù agricola, vera 
ed unica sorgente di grandezza e ricchezza. Il Duce af- 



— ISO — 

fermò rimportanza primordiale della industria agricola tra 
tutte le occupazioni umane, e disse die neH’agricoltura è 
costruito l’intero edificio della prosperità sociale. 

La battaglia del grano ideala e piomossa dal Duce Ma¬ 
gnifico e la titanica opera del risanamento di latissime pla¬ 
ghe ridonate alla fertilità, sono il più grande monumento che 
nell’Kra Fascista viene innalzato alla memoria di Virgilio. 



IL SETTIMO CENTENARIO DEL TRAPASSO 
DEL POVERELLO D’ASSISI, ESALTATO DA 
DANTE, SOLENNEMENTE COMMEMORATO 
DAL GOVERNO FASCISTA 


Il nostro Duce ha detto: «nel 11)20 si compiono sette¬ 
cento armi dalla morte di S. Francesco, e l’Italia con anima 
nuova, più pronta a sentirlo si rivolge al ricordo del su¬ 
blime suscitatore. Gl’italiani all’estero, che si dispongono ad 
esaltarlo, nelle loro imponenti adunate, nei santuari e nelle 
scuole, nelle associazioni e nei ricoveri della carità, siano 
fieri di potere accompagnare, nei superbo, rito, la celebra¬ 
zione dell'Italia, onde sorse al mondo una così meravigliosa 
aurora ». 

De preclare virtù del Santo d’Assisi furono solenne¬ 
mente celebrate dall’Italia fascista, ed a noi è lecito credere 
che l’ombra dell’Alighieri avrà esultato di gioia poiché la 
esaltazione delle virtù di Francesco volevasi da lui che nel 
poverello d’Assisi ammirava l’assertore della carità e della 
pace in mezzo al corrusco fluttuare della passione del se¬ 
colo, il restauratole della Ueligione dì Cristo ed il bandi¬ 
tore dell immortale dottrina in oriente. 

Dante nel VI del Paradiso con elevata orazione esalta il 
poverello d’Assisi. Non sarebbe cosa inopportuna se nei san¬ 
tuari e nelle scuole , nelle associazioni e nei ricoveri della ca¬ 
rità si affìggesse l’orazione dantesca. 




ORAZIONE 1)1 DANTE SUL POVERELLO 

D ’ ASSISI 


Tra il piccolo fiume lupino che scorre nelle vicinanze 
di Assisi e l’acqua dell’altro piccolo fiume Chiassi, che itt 
quel d’Agubbio discende dal colle che fu eletto per dimora 
dal beato Ubaldo, ritiratosi a vita romita, pende la fertile 
costa di un alto monte, dal quale Perugia, dalla parte di Porta 
Sole, sente il caldo eccessivo nella state, ed il crudo freddo 
nella stagione invernale, e ciò a motivo delle nevi delle mon¬ 
tagne, e de’ riverberi dei raggi solari che le vengono dalle 
stesse montagne. 

Da quella costa, dove, più che altrove, diminuisce la sua 
ripidezza, nacque al mondo un sole. Però chi parla di quel 
luogo non lo chiami Assisi, poiché direbbe poco, ina se vuole 
parlare adeguatamente lo chiami Oriente. 

E quel sole, di cui parlo, non era ancora mollo lontano 
dall’Oriente, cioè dal tempo della sua nascita, ch’egli già 
cominciò a far sentire i benefici effetti della sua venuta nel 
mondo. 

E’ da sapere che essendo tuttora in giovanissima età, 
si attirò lo sdegno del suo genitore essendosi innamorato 
di una certa donna, alla quale nessuno apre la porta del suo 
gradimento, come nessuno accoglie la morte. 

Ora costui si unì a questa donna da tulli sfuggita, in¬ 
nanzi al suo giudice spirituale ed innanzi al suo stesso ge¬ 
nitore, e dopo le sue nozze con questa donna egli l’amò 
sempre più. Ora costei, privata del suo primo marito, giacque 
disprezzata e dimentica da tutti per oltre a mille e cent'anni, 
sino a che nacque costui che la invitò a nozze. Nè a ren¬ 
derla pregevole valse che si udisse narrare che Giulio Ce¬ 
sare, il quale fece paura a tutto il mondo per la potenza 
sua, trovò questa donna che se ne stava tranquilla e sicura 
nella capanna del pescatore Antidate, quand’egli si recò presso 



184 — 


i'abiluro del pescatore e lo chiamò a sè. Nè valse ancora 
renderla pregevole il considerare la sua costanza ed il suo 
coraggio nel constatare che essendo la stessa madre di Cristo 
restata in terra, ella salì con Cristo sulla Croce. Ma perch’io 
non proceda più nel mio parlare oscuro, sappiate che per 
questi due innamorali io intendo parlare di Francesco e di 
Povertà. 

La toro concordia, e i loro lieti sembianti, l amore che 
si portavano, l'ammirazione che si scambiavano per i loro 
pregi e i dolci sguardi con i quali si vagheggiavano, lutto 
ciò era cagione de' santi pensieri che risvegliavano in tutti 
coloro che li ammiravano. E così accadde che il venerabile 
Hernardo da yuintuvalle fu il primo seguace di Francesco, e 
si scalzò, e corse dietro a tanto esempio d’invidiabile ed evan¬ 
gelica pace, e correndo gli sembrò d’essere tardo, ianto era 
il desideiio di seguire Francesco! Oli ignorala ricchezza, oh 
vera felicità! Attratti da questi beni si fecero seguaci di Fran¬ 
cesco anche Egidio e Silvestro, tanto ad essi piacque Povertà 
sposa di Francesco! K così costui, fallo padre e maestro di 
Hernardo, di Egidio e di Silvestro, se ne va con la sua sposa, 
e con quella famiglia, cui già cingeva i fianchi rumile cor¬ 
done. Egli non ebbe vergogna per essere figlio del plebeo 
Pietro Hernurdone. nè di comparire scalzo e chilo del cor¬ 
done da fare altrui meraviglia e compassione. Ma libera¬ 
mente dichiarò: il suo fermissimo proposito al pontefice In¬ 
nocenzo III, e da questi ottenne l’approvazione al suo reli¬ 
gioso proponimento. Uopo che aumentò la gente pi verella 
dietro a cosini, la cui mirabile vila si canterebbe meglio nella 
gloria del cielo che narrarla in terra, il pio desiderio di 
questo padre e maestro di cristiana virtù, fu adornato di se¬ 
conda corona dallo Spirito Santo per mezzo di Onorio III, e 
poi che pel desider io di conseguire la palma del martirio pre¬ 
dicò la dottrina evangelica all’altera presenza del Sultano, e 
trovando ancora immatura alla conversione la genie turca, e 
non volendo stare inutilmente tra di loro, pensò di ritornare 
tra le genti italiane. Nell’aspra rape deUWvernia, sii naia fra 
il Tevere e l’Arno, prese da Cristo medesimo l'approvazione 
mostrando le stimmate, le piaghe stesse di Cristo, che egli 
portò impresse per due anni. Ora quando piacque a Dio, che 
lo elesse alla pratica di tante virtù cristiane, di chiamarlo 
al premio del Paradiso ch’egli si guadagnò col farsi umile e 



— 185 — 


povero, ai suoi confratelli, come a legittimi eredi, racco¬ 
mandò la sua sposa quanto mai cara, la Povertà, e comandò 
loro che l'amassero fedelmente. E l’anima preclara di Fran¬ 
cesco, tornando al cielo, si volle staccare dal grembo della 
sua amatissima sposa, ed al suo corpo non volle altra bara 
che il grembo deila stessa Povertà. 


(i Canto VI Paradiso) 




LA CROCE BIANCA IN CAMPO ROSSO 
E L’AQUILA ESALTATI DALL*ALIGHIERI 


Con la immagine del Hubicondo Marie intersecato dalla 
candida croce, haute ci appresenta innanzi agli occhi il ve¬ 
nerabile seyno, cioè la Croce bianca in campo rosso, la quale 
ai paro dell’Aquila, era il simbolo dell’Impero. 

haute desiderò ardentemente il trionfo di quel venerabile 
segno e per il nobile ideale egli provò i dolori dell’esilio, le 
umiliazioni della povertà. 

nui cade a proposito premettere alcuni cenni intorno 
alle progressive trasformazioni delle insegne adottale dai Ro¬ 
mani. Primamente cbbesi l'insegna dello scudo rosso in campo 
rosso: essa traeva la sua origine lontanissima dai primordi 
dell'epoca romana, e si vuole che lo slesso C.radivo avesse 
donalo a Itoina lo scudo rosso che gelosamente era custodito 
dai Sacerdoti Salii. 

In progresso ili tempo, quando il popolo romano venivasi 
dirozzando nei costumi, e alla forza delle armi volle unita la 
tutela delle leggi emanate ila! Senato, sullo scudo rosso fu¬ 
rono apposte le lei lece S.P.o.K.. laonde (ale insegna fu quasi 
esclusivamente considerala pertinenle al Senato, mentre a rap¬ 
presentare l'emblema della potenza delle armi furono scelte 
le Aquile. Dobbiamo tener presente che anche Dante men¬ 
ziona [ini'Diamente questi duplici emblemi nel he Monarchia: 
« U erode a non tjerens ricein liberti sub siano affilila e vel sub 
« siano senalux » cioè sol lo il segnacolo dello scudo. 

Nella età di Costantino, e dopo che costui riportò la 
segnalala villoria sull'esercito di Massenzio presso il Ponte 
Milvio. villoria che segnò l'inizio dei trionfi della fede di 
Cristo, l'antica insegna romana subì una trasformazione, 
poiché nel campo rosso dello scudo in luogo delle parole 
S.P.Q.Ii. fu posta la Croce bianca. 

Erano gii effetti del cullo per la nuova fedi* promossa 
dal grande imperatore cristiano; cessarono le atroci perse¬ 
cuzioni che pei* tre secoli infierirono contro i seguaci di Cristo. 



— 188 — 


La Croce, a segnare la nuova èra di pace e di gloria, s’in¬ 
nalzava sul Campidoglio e splendeva sul diadema del nuovo 
imperatore. 

Pur tuttavia se la forza delia tradizione mantenne su! 
campo rosso delio scudo l'antica sigla, il popolo redento più 
non vi leggeva la solita scritta : il popolo ed il senato ro¬ 
mano, bensì vi leggeva una dolce preghiera al Redentore : 
« Salva popolimi tinnii quem redimisti ». 

E siffatta interpretazione della sigla composta dalle cin¬ 
que lettere, è ricordata anche da Fazio degli liberti nel suo 
Diffamando : 


Ancor le quattro lettere formai 
come d’alciino puoi aver udito, 
con argomento d'intelletto assai. 

Queste mostravan che come col dito 
si sta la carne e l’unghia, così meco 
era il senato e il popol tutto unito. 

In esse ancora intender puoi quel preco 
che già di Cristo ragionar udisti, 
che in su la croce fe' parlando seco. 

Allor che disse ne’ sospir più tristi 
Cristo, ch'è Salvator di tutto il Mondo; 

Salva popolimi limili, quem redimisti. 

Laonde nel venerabile segno restò associato il simbolo 
dell’Impero di Cesare e della Fede di Cristo. Ma in progresso 
di tempo il venerabile segno ebbe a subire un’altra trasfor¬ 
mazione: la Croce Bianca in campo rosso 'Simbolo per eccel¬ 
lenza della nuova suprema podestà imperiale cristiana ini¬ 
ziata da Costantino) venne cambiata da Urbano IL che ligio 
al concetto di Gregorio VII il quale voleva la supremazia della 
Chiesa sull'Impero, fece innalzare dall’esercito dei Crociati la 
bandiera fregiata dalla Croce Rossa in campo bianco, vo¬ 
lendosi con questa variazione affermare l'indipendenza della 
Chiesa dall’impero. I/innovazione di Urbano il fu seguita da 
quei Municipi e da quelle Repubbliche ostili alla causa im¬ 
periale. Anche Firenze cambiò io stemma : l’antica insegna 
di Firenze era il giglio bianco in campo rosso. Ma dopo le 
scissure civili i Guelfi, propugnatori della supremazia della 



— 189 — 


Chiesa, sostituirono al giglio bianco in campo rosso, il.giglio 
vermiglio in campo bianco. E Dante facendo allusione a queste 
innovazioni ricorda che il giglio bianco fu per divisione fatto 
vermiglio (Parad. XVI - 144). 

Di tale cambiamento d'insegna, eseguila dai Guelfi nel 
1251, parla Giovanni Villani ,VI-43): « Cacciati i caporali dei 
« Ghibellini di Firenze, il popolo ed i Guelfi che dimorarono 
« alla signoria di Firenze, si mutarono l’arme del Comune di 
« Firenze, che dopo anticamente si portava il campo rosso 
« e il giglio bianco, si fecero per contrario il campo bianco 
« e il giglio rosso, e i Ghibellini si ritennero la prima inse- 
« gna, ma la insegna antica del Comune dimezzata bianca e 
« rossa, cioè lo stendale che andava nell’oste in sul carroccio 
« non si mulo mai ». 

Ma Dante, che similmente ai Ghibellini, propugnava la 
causa imperiale, preferiva l’insegna della Croce Bianca in 
campo rosso. E al conseguimento della umana felicità e alla 
restaurazione dell'Impero, con il pensiero rivolto alle glorie 
dell’antica Roma, egli adorò il venerabile segno e venerando 
vessillo Tarpeo (Epistola ad Arrigo). 

Dante volle esaltare l’adorata insegna anche nel Poema 
sacro, ed infatti egli nar ra che asceso al pianeta del rubicondo 
Marte, apparisce a lui una Croce che si delinea per tutta la 
lunghezza del pianeta. Dante paragona la Croce alla via Lattea 
o Galassia, che diffonde la sua luce candida da un polo al¬ 
l’altro : 


Come distinta da minori e maggi 
lumi biancheggia tra i poli del mondo 
Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi. 

Sì costellati facean nei profondo 
Marte que' raggi il venerabil segno, 
che fan giunture di quadranti in tondo. 

Qui vince la memoria mia lo ingegno: 
chè in quella Croce lampeggiava Cristo, 
sì ch’io non so trovare esemplo degno. 

Ma chi prende una Croce e segue Cristo, 
ancor mi scuserà di quel ch’io lasso, 
veggendo in quell’albor balenar Cristo. 



— 190 — 


l)i corno in corno, e tra la cima e il basso, 
si movean lumi scintillando forte 
nel congiungersi insieme e nel trapasso. 

Così si veggon qui diritte e torte, 
veloci e tarde, rinnovando vista, 
le minuzie de’ corpi, lunghe e corte. 

Moversi per lo raggio, onde si lista 
tal volta l’ombra, che per sua difesa 
la gente con ingegno ed arte acquista. 

E come giga ed arte, in tempra tesa 
di molte cordo, fan dolce tintinno 
a tal da cui la nota non ò intesa; 

così dai lumi, che lì m’apparinno, 
s’accogliea per la Croce una melode 
che mi rapiva senza intender l’inno! 

Ben m’accors’io ch’era d’alta lode 
però che a me venia : Risorgi e vinci, 
come a colui che non intende ed ode. 

Io m'innamorava tanto qtiirtci. 
che insilili a lì non fu alcuna cosa, 
die mi locasse con sì dolci vinci. 

(Farad, XIV., 100-12!)) 

« Come Calassi», la via Lattea, ch’è solcata dall’imo al¬ 
l’altro polo del inondo da numerose stelle, quali di maggiore 
e quali di minore grandezza, risplende di siffatto candido co¬ 
lore, che fa dubitare valorosi filosofi intorno alla cagione della 
sua candidezza. 

E quei raggi candidi sì bene erano intersecati e >i pro¬ 
fondamente per tutta la lunghezza del pianeta di Marte che 
producevano l’immagine del venerabile segno formato in fondo 
dai congiungimenti di quattro parti eguali, «pii la mia memoria 
vince il mio ingegno che in parole non sa ritrarre la imma¬ 
gine di quella Croce formala dalle due liste di candida luco 
intersecantisi nel pianeta d* Marte. Campeggiava la effìgie 
di Cristo in guisa ch'io non so trovare un esempio degno rhe 
valga a ritrarre la forza di quel lampeggiamento. 

Ma chiunque nel mondo prende la sua croep e segue Cristo 
ne’ suoi precetti, allorché salito in Cielo vedrà con i propri 



- 191 - 


occhi lampeggiare Cristo in quella luce vermiglia mi scuserà 
di quel ch’io lascio di dire. Dall’uno all’altro lato della Croce, 
e dall’alto al basso della medesima, scorrevano splendori che 
fortemente scintillavano nello incontrarsi l’uno l’altro nel tra¬ 
passare che facevano dal lato destro al sinistro e dal sinistro 
al destro e dall’alto al basso e dal basso all’alto. 

Così nel raggio solare, dal quale talvolta è listata l’ombra 
che la gente si procura con ingegno ed arte per la sua difesa, si 
vedono muovere le molteplici particelle dei corpi le quali sono 
sparse nell’aria, e queste continuamente rinnovano le loro ap¬ 
pariscenze tanto che appaiono ora diritte ed ora torte, ora ve¬ 
loci ed ora tarde, ora lunghe ed ora corte. E come lira ed arpa 
nella accordata tensione di molte corde fanno dolce tintinno 
a chi non intende la noia musicale, così da quelli splen¬ 
dori si diffondeva lungo la Croce una melodia che mi rapiva 
pur senza ch’io intendessi le parole del loro canto. Ciò non 
di meno io compresi che quell’armonia era un canto di alte 
lodi, poiché, come a colui che non intende ciò che si dice, 
ma ode il suono delle parole, a me perveniva il suono delle 
parole: Risorgi e vinci! 

lo m’innamorai tanto di quella dolcissima armonia, che in¬ 
fino a quel punto non vi fu alcuna cosa che mi avvincesse con 
i dolci nodi ». 

E che voleva significare Dante facendoci sapere che da 
ambo i lati, e dal vertice ai piedi della Croce apparsagli nel 
pianeta di Marte, egli udiva una dolcissima ar monia che rive¬ 
stiva le parole Itisurgi e vinri? 

Dante s’innamorava tanlo di quella armonia ch’egli af¬ 
ferma che per lo innanzi non vi fu alcuna cosa che lo legasse 
con i lacci di sì intenso piacere. Quel canto gl’infondeva nel 
cuore una soavissima speranza di prossimo Irionfo della causa 
imperiale. Egli intravedeva certa la restaurazione della maestà 
imperiale che sostenuta dalla forza delle armi (poiché erano i 
guerrieri che cantavano quella melodia) avrebbe ridato al¬ 
l’Italia una nuova èra di pace e di grandezza nazionale. F. 
Dante udiva il dolcissimo canto augurale « risorgi e vinci » 
volendo forse alludere al grande avvenimento del 1 dicem¬ 
bre 1318 quando Cangrande della Scala in un consiglio gene¬ 
rale dei signori Ghibellini, tenutosi a Sondilo, veniva eletto col 
titolo di capitano generale della I.ega dei Ghibellini in Lom¬ 
bardia. 




LA CROCE E L'AQUILA, SIA1B0LI ESALTATI 
BALL’ALIGHIERI, SONO STATI DATI ALL’I¬ 
TALIA DA VITTORIO EMANUELE II E DAL 
DUCE MAGNIFICO DELLA NUOVA ITALIA 


Or passeremo a vedere come i due emblemi, la Croce 
bianca e l’Aquila, esaltati e adorati da Dante, furono per 
propizio corso di eventi serbati .all’Italia. Era stabilito negli 
arcani decreti della Provvidenza che tanto Vittorio Emanuele II 
quanto il nostro Duce recassero a compimento i voti dell*Ali¬ 
ghieri. 

Anzitutto è da ricordare che l’insegna imperiale della Croce 
bianca sullo scudo rosso lu gelosamente conservala dalla Casa 
Sabauda incominciando dal prode Amedeo 111 di Savoia. Egual 
cura ebbe di custodire la imperiale insegna Tommaso I di Sa¬ 
voia e successivamente i suoi numerosi figli protessero e 
validamente difesero la sacra insegna che passò non meno 
gradita in retaggio al Conte Verde. 

Infine alla Casa Sabauda fu per grazia di Dio concesso di 
rendere simbolo dell’Italia riunita il venerabile segno esal¬ 
tato da Dante. Ma, come ho già detto, Dante oltre al vene¬ 
rabile segno della Croce bianca in campo rosso, esalta non 
meno l’altra gloriosa insegna, immagine dell’Impero per ec¬ 
cellenza e questa insegna è l’Aquila. 

Dante parla distintamente e più volte delle due insegne, 
entrambe care al suo ideale di grandezza e di gloria nazionale. 

E la Provvidenza concesse a Vittorio Emanuele II di re¬ 
care ad effetto il desiderio del sommo Poeta col dare all’Italia, 
finalmente libera e indipendente, l’insegna della Croce bianca 
in campo rosso. 

Seguì poi un giorno il 28 ottobre 1922, che resterà eter¬ 
namente memorabile nei fasti d’Italia; Questo giorno segnò l’i- 



194 — 


nizio di un’èra nuova di gloria, di grandezza e di pace per 
l’Italia e la Chiesa. 

il Duce della nuova Italia, Veltro atteso per tanti secoli, 
riparatore dell’ilaliche sciagure, Duce, Messo di Dio, sostegno 
della Fede di Cristo, difensore della Chiesa, compiendo la fa¬ 
tidica marcia su Roma vi conduceva la generazione di Vittorio 
Veneto. Così le gloriose insegne della Croce Bianca in campo 
rosso, e delle Aquile Romane venivano nuovamente innalzate, 
come ardentemente voleva Dante, alla venerazione degli ita¬ 
liani, alla ammirazione ed all’ossequio delle genti. 

D Duce Magnifico della nuova Italia venendo a Roma con 
le sue ardite Legioni riconsacrava il Sacrosanto segno della 
Roma Imperiale, pronunciando le memorabili parole all’Erede 
dei prodi Amedei, gelosi custodi della insegna di Corradi no 
tanto glorificata da Dante : « Maestà, vengo a portarvi l’Italia 
di Vittorio Veneto ». E veramente era l’Italia che aveva conse¬ 
guito la grande vittoria, l’Italia guerriera ben degna di innalzare 
a sua insegna le Aquile vittoriose dei Romani. Ed ecco che per 
opera del Duce Magnifico il divino Poeta non s’ingannò nel 
concepire la speranza che l’Italia avrebbe potuto un giorno 
nuovamente risorgere sotto gli auspici della insegna imperiale 
per opera del grande Veltro, Dux, Messo di Dio. 

Facendo allusione a questi memorabili avvenimenti, io 
scrìveva nel III Libro del poema: / Fosti (VItalia: 

Ardite legioni vide il Tevere 
di un’Era nuova annunziatriei giungere, 
che superati i formidati ostacoli 
su Roma il varco schiusero. 

I tutelari Geni dell’Ausonia 
stirpe, que’ forti nel cammin precessero, 
che il gran retaggio di Vii torio Veneto 
integro a Roma trassero. 

E gli invocati alti destini a compiere, 
alteramente il Campidoglio ascesero 
gli animatori della prisca gloria, 
che avvolse Roma e Italia. 

Improvviso splendor dal Foro sorgere 
ecco ad un tratto, e in suo cammino rapido 
il Mondo corse, e stupefatti i popoli 
sul Tebro il guardo volsero. 



- 195 — 


E videro un Eroe, che a un nume simile 
presiede al Fato, e delle genti italiche 
incide i Fasti per la nuova istoria 
in adamante fulgido. 

Per te a novella gloria, o Duce, ascendono 
di Cristo il Nome, e i Fasti alti de’ Cesari; 
torna all’Italia il segno venerabile 
della Croce e deU’Aquila. 




L’AQUILA SIMBOLO DELL’IMPERO 


L’Aquila è il simbolo dell’Impero per Dante, ed egli in¬ 
fatti narra : 


In sogno mi parea veder sospesa 
un’aquila nel ciel con penne d’oro 
con l’ale aperte ed a calare intesa. 

Dante sogna di essere rapito da quest’Aquila, cioè por¬ 
tato in alto dal concetto dell’ Impero. 

Nel sacro poema si fa più volte menzione dell’Aquila sim¬ 
bolo dell’Impero. Nel XIX del Paradiso il sacrosanto segno 
dell’Aquila è formato di spiriti beati, ed esso è chiamato an¬ 
cora il segno che rese i Romani degni di riverenza e d’onore 
al mondo: 


...il segno 

chè fè i Romani al mondo reverenti 

come ancora è detto il pubblico segno (Parad. VI-100) il segno 
del mondo e de ’ suoi duci (Parad. XX-8) il benedetto segno 
(Parad. XX-86). 

Dante stando nel pianeta di Giove: 

Parea dinanzi a lui con l’ale aperte 
la bella immage 

cioè appariva dinanzi a lui con le ali aperte la bella immagine 
dell’Aquila. 

II nostro Poeta dice che le luci di questi spiriti che ama¬ 
rono la giustizia, disposte in forma di lettere, formano le 
parole con le quali viene comandata questa virtù a coloro 
che regnano sulla terra. Sul colmo dell’ultima di queste let¬ 
tere, la quale è un M di carattere gotico, si raggruppano 




— 198 — 


altre luci e si prolungano in guisa da rappresentare il colio 
di un’Aquila veduta in profilo. Quella lettera infine assume 
l’aspetto di un’Aquila che è il simbolo dell’Impero romano. 

Dante nel VI del Paradiso fa una sublime celebrazione 
deU’impero; e sarebbe veramente opportuno, onde ripor¬ 
tare alla memoria della crescente gioventù, speranza e for¬ 
tezza della patria, il meraviglioso corso di tanto gloriosi av¬ 
venimenti, che la grande orazione Dantesca sulle gesta del- 
i’impero romano fosse divulgata e affissa nelle scuole. 



ORAZIONE DI DANTE SULL’AQUILA 
SIMBOLO DELL’IMPERO ROMANO 


Uopo che Costantino rivolse l’Aquila imperiale da oc¬ 
cidente ad oriente contro il corso regolare del cielo, che è 
da oriente ad occidente, ella seguitò sulle traccie di quel¬ 
l’antico eroe, ch’è il troiano Enea che tolse Lavinia a Turno, 
l’Aquila destinata da Dio ad essere simbolo dell’Impero ro¬ 
mano, si fermò oltre a duecento anni nella estrema parte 
di Europa, prossima ai monti della Troade dai quali pri¬ 
mieramente mosse il volo. E sotto la sua podestà governò per 
mezzo de’ successivi imperatori il mondo, sino a che per¬ 
venne nelle inani di Giustiniano riformatore delle leggi. 

Ora considerate quanta virtù che adornò tanti eroi rese 
degno di rispetto il sacrosanto segno, e questa preclara virtù 
incominciò dal giorno che Pallante morì cooperando in tal 
guisa a conseguire che l’Aquila dominasse con la fondazione 
del regno di Enea. 

Non è ignorato che il sacrosanto segno fermò sua di¬ 
mora in Alba Lunga per oltre trecento anni, e sino a che per 
lui combatterono i tre fratelli romani Grazi contro i tre fra¬ 
telli Albani Curiazi. « E non pose Iddio le mani proprie alla 
battaglia, dove gli albani colli Romani dal principio per lo 
capo del regno combatterono, quando uno solo Romano nelle 
mani ebbe la franchigia di Roma? » (Conv. IV-o). 

Sappiamo ancora quel che compì sotto i sette re di Roma 
ohe furono dal ratto delle Sabine fino alla morte di Lucrezia, 
vincendo e soggiogando tutti i popoli vicini. 

E sappiamo ancora ciò che fece il sacrosanto segno por¬ 
tato dai valorosi ed egregi romani contro Brenno, contro 
Pirro e contro gli altri principi e contro tutti i nemici con¬ 
federati tra di loro per riuscire ad abbatterlo. E nelle conse¬ 
cutive guerre per difendere il sacrosanto segno salirono a 
grandissima fama, che io volentieri glorifico con la mirra 
della immortalità, tanto Torquato e Quinzio che dalla sua 



— 200 — 


incolla chioma rossiccia fu denominato Cincinnato, quanto 
i Deci e i Fabi. 

Lo stesso sacrosanto segno atterrò, distrusse l’orgoglio 
dei Cartaginesi che guidati da Annibaie valicarono le Alpi. 
E sotto tali insegne trionfarono, giovanetti tuttora, Scipione 
Africano e Pompeo arrecando amarezze di distruzione al¬ 
l’antica Fiesole. 

Indi avvicinandosi il tempo nel quale il Cielo a sua so¬ 
miglianza volle ridurre tutto il mondo a benelica e serena 
pace, Giulio Cesare, per decreto del popolo romane, spiegò 
le insegne dell’Aquila vittoriosa alla conquista del mondo. 

I dumi dell’Isara, dell’Era, della Senna ed ogni altro 
fiume ancora delle cui acque ingrossa il Rodano, videro ciò 
che l’Aquila romana pollata da Giulio Cesare operò dal Varo 
infmo al Reno. 

E tutto ciò che l’Aquila operò, dopo che Giulio Cesare 
uscì di Ravenna e passò il Rubicone, fu di tale arduo volo 
che nè lingua umana potrebbe raccontarlo adeguatamente, 
nè penna di valentissimo scrittore potrebbe ritrarlo. L’Aquila 
romana spinse vittoriose le arditissime legioni verso la Spagna, 
contro gli eserciti di Pompeo, indi verso Durazzo ove gli 
eserciti dello stesso Pompeo strinsero d’assedio Giulio Cesare, 
che diede in Farsaglia una gravissima sconfìtta a Pompeo, che 
perfino le campagne irrigate dal Nilo ne risentirono le lut¬ 
tuose conseguenze. 

Rivide poi la città di Antandro nella Frigia Minore, e il 
Simoenta che scorreva presso Troia, là dove è sepolto Ettore. 
Da questi luoghi essa da principio mosse il volo, poiché seguì 
Enea che si volse verso il Lazio, ed in seguito mosse nuova¬ 
mente il volo alla volta dell’Egitto con danno del re Tolomeo 
sconfitto da Giulio Cesare che gli tolse il regno per darlo 
a Cleopatra. Da quivi, con la rapidità del fulmine, venne, 
guidata sempre da Giulio Cesare, ad abbattere Giuba, re 
della Mauritania; poscia drizzò il volo in occidente presso la 
città di Monda nella Spagna, ove distrusse gli avanzi degli 
eserciti di Pompeo. 

E delle gloriose successive imprese che l’Aquila romana 
compì sotto il suo portatore Cesare Augusto ne rendono fede 
la disperazione che giù nelPInferno invade e Rrufo e Cassio, 
e le sofferenze e il dolore di Modena per la grande battaglia 
che vi diede Ottaviano contro Marco Antonio, e non meno 
ne rende fede il danno derivato a Perugia a causa della bat- 



— 201 — 


taglia che Ottaviano diede contro il fratello di Marco Antonio. 

Delle vittoriose gesta del sacrosanto segno ne piange 
ancora la regina Cleopatra che per sottrarsi alla vergogna 
di servire di ambito trofeo al trionfo del grande vincitore si 
uccise con l’aspide. 

Indi l’Àquila imperiale spiegò il volo, sempre guidata 
da Ottaviano, sino al Mare Rosso, e con costui l’Aquila, di 
vittoria in vittoria, conquistò tutto il Mondo, e non vi essendo 
più nemici da vincere perchè tutto il Mondo divenne Romano 
per la conquista di Roma, sorse l’epoca della pace univer¬ 
sale, tanto che finalmente fu serrato il tempio di Giano. 

Ma tutte le ammirabili gesta che il sacrosanto segno, di 
cui ricordo i Fasti, aveva finora compiuto, e tutto ciò che 
avrebbe dovuto ancora operare per consolidare la pace del 
mondo, tutto ciò, dico, diventa ben poca e trascurabile cosa 
se con occhio chiaro e con affetto non offuscato da spirito e 
passione di parte l’Aquila romana si vede in mano del terzo 
Cesare cioè Tiberio. E ciò dico perchè la giustizia del Dio 
vivente, che ora mi inspira a parlare, concedette al sacro 
santo segno in mano a Tiberio ,Ia gloria di vendicare la morte 
del Redentore. Ora vi prenda più grande ammirazione per 
quanto sarò a dire dei pregi dell’Aquila romana. 

Indi seguì Tito che sotto le insegne dell’Aquila portò le 
romane legioni alla conquista della Palestina, e con la di¬ 
struzione di questa compì la vendetta della crocefissione di 
Cristo, con la quale crocefissione si compì già la vendetta 
voluta da Dio pel peccato di Adamo. 

E quando, inoltre, i! dente longobardo straziò la Chiesa, 
Carlo Magno accorrendo in suo soccorso, vinse i nemici co¬ 
perto dalle ali dell’Aquila, la quale così si adornò di nuovi 
trionfi in difesa della Fede di Cristo. (Farad . Canto VI). 




ROMA È CITTÀ IMPERIALE, SECONDO DANTE. 
LA GRANDEZZA DELLA ROMANITÀ NEL 
PENSIERO DI DANTE E NEL PENSIERO DEL 
DUCE MAGNIFICO DELLA NUOVA ITALIA 


Scrive il Basserman che « Roma è per Dante il centro e 
« il perno di tutto il suo sistema dellTniverso. Roma e il po- 
« polo romano appaiono a lui predestinali ad essere le oo- 
« loime dell'impero universale : in Roma sorge per divino de- 
« creto il seggio del successore dì Pietro, il quale, a quella 
« guisa che l’imperatore provvede alla felicità terrena degli 
« uomini, deve guidarli alla salute eterna ». Ed infatti Dante 
era di opinione : « Essere Roma città imperiale, e da Dio 
« aver special nascimento, e da Dio avere speciale pro- 
« cesso », e che « brevemente da Romolo cominciando, che 
« lu di quella primo padre, infìno alla sua perfettissima etade, 
« cioè al tempo di un solo principe del roman popolo, e co¬ 
te mandatore fu ordinato non per umane, ma per divine ope- 
« razioni andò il suo processo. Che se consideriamo i sette 
« regi che prima la governarono, e che furono siccome balii 
« e tutori della sua puerizia non trovare potremo coloro es- 
« sere stati di diverse nature, secondo l’opportunità del pre- 
« cedente tratto di tempo. 

« Se consideriamo poi la sua maggiore adolescenza, poi- 
« ehè dalla reale tutoria fu emancipata da Bruto, primo eo- 
« sole, infìno a Cesare primo principe romano, noi troveremo 
« lei esaltata non con umani cittadini, ma con divini neìli quali 
« non amore umano, ma divino era spirato in amar lei. 

Dante poi nel Cap. IV del IV Trattato del Convivio so¬ 
stiene con filosofici argomenti Roma « essere città impera¬ 
trice ». 

La grandezza della romanità folgoreggiò alla mente del 
nostro Poeta e gli propagò una ardentissima passione per 
le glorie quirite che egli voleva richiamare a vita per la sa- 



— 204 — 


Iute e la potenza (l’Italia. Ma Dante, non avendo il potere poli¬ 
tico per tradurre in atto le sue ardentissime aspirazioni, si ac¬ 
contentò di sostenerle e d’alimentarie con i mezzi della sua 
potenza intellettuale, sperando negli uomini politici del suo 
tempo, cioè in Alberto tedesco, in Arrigo VII e in Cangramle 
della Scala, che è, come più volte ho ripetuto, il Veltro della 
Divina Commedia . 

Dante desiderava di vedere rivivere l'impero, e noi ve¬ 
diamo che lo stesso ardentissimo desiderio infiamma fanimo 
del Duce Magnifico della nuova Italia al quale la Provvidenza 
concesse d'incarnare la figura del gran Veltro dantesco. Le 
sue parole fanno eco a quelle di Dante. « Koma è nome che 
« riempie tutta la storia per venti secoli. Doma, che traccia 
« strade, segna confini, dà al mondo le leggi eterne delfini- 
« mutabile suo destino, dà il segnale della civiltà universa »>, 

Anche il Duce richiama fimperialismo vagheggiato da 
Dante, imperialismo che questi riteneva spettante di pienis¬ 
simo diritto al solo popolo romano, cioè a Doma, « Dico 
« adunque, < così Dante nel cap . Ili del II Uh. De Monarchia) 
« che il popolo romano non usurpò, ma di ragione prese 
« l'impero sopra tutti i mortali ». 

« Non v’ebbe, nè vi sarà mai popolo dotato d’una man- 
« suetudine maggiore per esercitare il comando, di più fer- 
« mezza per sostenerlo, e d’una maggiore capacità per acqui¬ 
li starlo che l’italiano, e sopra tutto il santo popolo romano. 
« (Convivio 11-4 De Monar. Il passim). 

« Dio scelse Roma d’infra tutte le genti : Essa ha già dato 
« al mondo due volte unità, ed è nel suo seno che il mondo 
« la troverà aacora e per sempre. Credete voi che la sola 
« forza materiale abbia assoggettate tante nazioni a Roma, 
« che non era più che una città, e un branco di uomini? Dante 
« confessa anch’egli d’averlo creduto un momento, c che tutta 
« la sua anima era per rivoltarsi contro una tanta usurpa¬ 
ti zione. Ma poi i suoi occhi furono aperti : nelle pagine della 
« storia di quel popolo vide spiegarsi l’opera della 1*ravvi¬ 
ti denza : praedestinationem divinata. Necessitava che il mondo 
« venisse preparato, fosse quasi allivellato sotto la regola di 
« un solo potere, onde la predicazione di Gesù potesse far 
« sorgere una nuova vita in tutta la terra, Dio consacrò Roma 
« a quest’opera : ecco il segreto della di lei forza. Roma in- 
« dividualmente non avea ambizione, essa non combattea per 
« proprio interesse, ma si era votata ad una missione. Do- 



— 205 — 


« pulus ille sanctus, pius et gloriosus, propia commoda negie- 
« xisse videtur ut pubblica prò salute humanae gentis procura- 
« ret. E quando l'opera lu compiuta, Roma posò dalie sue fa- 
« licite lincile il mondo non ebbe bisogno del secondo vangelo 
« di unità. 

« Si cerchi negli scritti di Dante lo sviluppo di questo tema 
« ch'egli appoggia aH’autorità dei poeti, da lui sempre evo- 
« cala innanzi tutto, giù venendo sino a quella di Gesù che 
« riconobbe, com’egli afferma, con la sua morte la legitti- 
« unità della giurisdizione di Homa su tutta la specie umana. 
« (11 Lib. 11 della Mollar, il Cap. IV-Y del Tratt. li del Con- 
« vito, sono un solo inno a questa idea) ». 'Terrazzi — Ma¬ 
nuale Dantesco). 

Al vasto concetto della romanità di Dante fa eco il Duce 
Magnitico che, fra l'altro, cosi si esprime : « E’ destino che il 
« Mediterraneo torni nostro. E' destino che Roma torni ad es- 
« sere la città direttrice della civiltà ». 

E altrove : « Roma è il nostro punto di partenza e di rife- 
« riniento : è il nostro simbolo e il nostro mito. Noi sogniamo 
« l'Italia romana, cioè saggia e forte, disciplinata e imperiale. 
« Molto di questo che fu lo spirito imperiale di Roma risorge 
« nel Fascismo; romano è il litiorio, romana è la nostro orga- 
« nizzazione di combattimento, romano è il nostro orgoglio e 
« il nostro coraggio ». 

« Roma è ancora oggi l'astro grandeggiante su l’oriz- 
« zonte ». 

Il Duce, che vuole Roma, capitale di tutto il Mondo la¬ 
tino, aggiunge : « vogliamo fare di Roma una grande nietro- 
« poli come nei tempi àurei ». 

Queste pai-ole del Duce non ci ricordano quanto scrisse 
Lucio Fiorio nel prologo della sua storia che ci appresenta 
alla mente la vastità dell’antica potenza romana? « Populus 
« romanus ita late per orbem terrarum arma circumtulit, ut 
« qui res ejus legunt. non unius populi. sed generis humani 
« discant ». 

E le parole del Duce non ci ricordano quanto afferma 
Orazio? « Imperi porrecla maiestas ad orlimi voli ab Hesperio 
Cubili », { Carm. Lib. IV-21) e quanto scrive Virgilio, cioè 
che « inclita Roma animos aequavit Olympo » Aen. IV). 

Il Duce ha comune con l’Alighieri la grandiosa conce¬ 
zione della romanità ed ha i poderosi mezzi per trarla ad 
effetto, poderosi mezzi che Dante non ebbe, e che invano s’il¬ 
luse di vederli in possesso di Arrigo VII e di Cangrande. 



Meditiamo nuovamente le parole del Duce su Noma : « Al¬ 
te tro elemento di mistero nella storia di Koma, la tragedia 
« di Cristo, che a Koma trova la sua consacrazione nuova- 
« mente universale e imperiale. Crolla l’impero, i barbari va¬ 
te licano le Alpi, passano e ripassano lungo la penisola de- 
« vastandoia. Koma ridiventa un villaggio di appena dicias- 
« sette mila anime che si aggrappano disperatamente ai ru- 
« deri, che tengono vivo il nome, poiché il nome di Koma 
« è immortale : la nave che fu lanciata « ver l’imperio del 
« mondo » emerge ancora su i flutti dell’età oscure; attendendo 
« le luminose ore che verranno: ecco Dante e la Rinascenza, 
« ecco Koma giganteggiare ancora e sempre nello spirito dei 
« popoli. 

« L’Italia è ancora per secoli divisa, ma Roma è la cu¬ 
te pitale predestinala, poiché Koma è runica città d’Italia e 
t< del Mondo che abbia una storia universale. 

« .Nel risorgimento si grida : Roma o morte! E’ il grido 
« che sale dalla profondità della stirpe, che in Koma e solo 
<t in Koma si riconosce; è il grido che sarà ripreso a Vittorio 
<t Veneto dalle generazioni delle trincee, che spezzano defini¬ 
te tivamente ogni inciampo, disperdono ogni equivoco, franlu- 
tt mano i residui orgogli di un localismo, retaggio di età in- 
« grate e innalzano a Roma un altare splendente nel cuore 
« di tutto un popolo, e del Natale di Koma fanno il Natale 
tt della Nazione, che lavora e cammina ». 

Il Duce, al paro di Dante, vuole che Koma sia una città 
degna detta sua gloria . E già la visione di questa Koma fu¬ 
tura sorride al suo spirito. Vive già come una certezza, l'or¬ 
dinamento civile e militare, esponenti di forza formidabile, e 
la grandezza della Koma cristiana nel rialzare il prestigio 
della Fede di Cristo, esponente di spirituale potenza non meno 
formidabile. Saranno queste le basilari colonne su cui si ele¬ 
verà a maraviglia de’ posteri l’opera ricostruttrice del secolo 
di Mussolini. Ed i voti di Dante saranno così appagati. 

Io aveva presenti nella mente questi arditi intendimenti 
del Duce allorché così mi espressi nel terzo Libro del mio 
poema: « I Fasti d’Italia: 

Della patria l'amor, che i grandi mena 
desiri, e in nobil cuor giammai non cessa, 
die’ fiamme onde t’invase in ogni vena 
ardor, che fa sprezzar la morte istessa. 



— 207 — 


Sperdesti alfìn la vii congrega oscena, 
die tenne ognor la patria in duolo oppressa, 
e in fra perigli ancora i più funesti 
le glorie delTItalia innanzi avesti. 

Se a rialzar gli italici destini 
la Fé’ di Cristo richiamare io scemo, 
se pacifica gloria, o Mussolini, 

Fra noi ritorna, è sol tuo vanto eterno. 
Spenta pei- te l’età d’empi Caini 
Italia ha sol gioir d’amor fraterno, 
e a lei tributa già plauso giocondo 
la meraviglia attonita del Mondo. 

Risvegli il culto ancor ch’altri proscritto 
volea in sua mente stupida e meschina, 
per l’ossequio ai doveri ed al diritto 
che stabilì di Cristo la dottrina: 
e al popolo, che giacque in lutti afflitto, 
perchè di pace allieti- aura divina, 
a novelli trionfi alzi la Croce, 
che segna il fine d’ogni età feroce. 

Ed a slupor così d’umane genti 
mostrare è tuo voler che assai più vale 
la Fede ad innalzar le umane menti 
più che qualunque sia forza mortale. 

Or chi vuol della Fede i lumi spenti 
in sua stoltezza vuol tarpate l’ale 
del genio creator, che il bello e il vero 
scopre ad ogni opra deH’uman pensiero. 




DANTE PROPUGNATORE DELLA RESTAURA¬ 
ZIONE DELL’IMPERO ROMANO 


La missione nobilissima clferasi prefissa il grande Filo¬ 
solo Poeta nonché restauratore della nuova civiltà europea, 
si compendia in quelle parole ch’egli scrisse nella lettera de¬ 
dicatoria a Cangrande della Scala: « Kiinuovere l’umanità 
dallo stato di miseria e indirizzarla allo stato di felicità ». 

A questo arduo proponimento converge la potenza in¬ 
tellettuale deH’Aligliieri, poiché in tutte le sue opere egli non 
tende che a quesio importantissimo fine, cioè a raggiungere 
la felicità dell'umanità nella vita attiva e politica, nella vita 
contemplativa e privata. 

A raggiungere l’umana felicità politicamente Egli scriveva 
il Trattato De Monarchia. Già su tale proposito nel IV 
Capitolo del Trattato IV del Convivio aveva scritto che « lo 
« fondamento radicato della umana civiltà che a uno fine è or- 
« dinata, cioè a vita felice; alla quale nullo per sè è sufficiente 
« a venir senza Faiuto d’alcuno; conciossiacosaché l’uomo ab- 
« bisogni di molte cose, alle quali uno solo satisfare non può. 
« Se però dice il filosofo che l’uomo naturalmente è eompa* 
« gnevole animale; e siccome un uomo a sua sufficienza ri- 
« chiede compagnia domestica di famiglia, così una casa, a 
« sua sufficienza, richiede una vicinanza, altrimenti molti di- 
« tetti sosterrebbe che sarebbero impedimento di felicità. E 
« perocché una vicinanza non può a sè in tutto satisfare, con- 
« viene a satisfacimento di quella essere la città. Ancora la 
« città richiede alle sue arti e alla sua difensione avere vi- 
« cenda, (cioè commercio) e fratellanza con le circonvicine cit- 
« tadi; e però fu fatto il regno. Onde conciossiacosaché l’animo 
« umano in terminata possessione di terra non si quieli, ma 
« sempre desideri gloria acquistare, discordia e guerre con- 
« viene sorgere Ira regno e regno: le quali sono tribulazioni 
« delle cittadi, e per le cittadi delle vicinanze, e per le vici- 
« nanze delle case, e per le case delTuomo; e così s’impedisce 



— 210 — 


« la felicità. 11 perchè, a queste guerre e alle loro cagioni torre- 
« via, conviene di necessità tutta la terra, e quanto alla umana 
« generazione possedere è dato, esser Monarchia, cioè uno 
« solo principato e uno principe avere, il quale, tutto posse- 
« dendo e più desiderare non possendo, li re tenga contenti 
« nei termini delli regni, sicché pace intra loro sia, nella quale 
« si posino le citladi, e in questa posa le vicinanze si amino, in 
« questo amore le case prendano ogni loro bisogno, il quale, 
« preso, l'uomo viva felicemente: ch’è quello perchè l'uomo è 
« nato, lì a queste ragioni si possono riducere le parole deL 
« Filosofo; die elli nella politica dice che quando più cose a 
« uno line sono ordinate, una di quelle conviene essere rego- 
« laute o vero reggente, e tutte l'altro rette e regolate. Sic- 
« come vederne in una nave che diversi uflici e di- 
<( versi lini di quella a uno solo line sono ordinati, cioè 
« a prendere loro desiderato porlo per salutevole via; dove 
« siccome ciascuno ufficiale ordina la propria operazione nel 
« proprio line, cosi è uno che lutti questi lini considera, e or- 
« dina quelli iieHulthno di tutti; e questi è il nocchiere, alla 
« cui voce tutti ubbidire deono. E questo ufficio è per eccel- 
« lenzia imperio chiamato, senza nulla addizione, perocché- 
« esso è di tutti gli altri comandamenti comandamento, e così 
« chi a questo ufficio è posto, è chiamato imperatore, peroc- 
« che di lutti li comandamenti egli è commutatore; e quello 
« che egli dice, a lutti è legge, e per tutti dee esser ubbidito, 
« e ogni altro comandamento da quello di costui prende vigore 
« e autorità, lì così si manifesta la imperiale maestà e au- 
« torità essere altissima nell’umana compagnia »>. 

he quali cose poi sono ampiamente ragionate da) mede¬ 
simo Dante nel Trattato De Monarchia , il cui primo libro è 
totalmente dedicato a dimostrare che al benessere dell'umana 
società e all'ottima disposizione del Mondo è necessaria la 
monarchia universale. 

Ora è manifesto che il concetto Dantesco era di portare 
la intera umanità de stata miserine ad statuir feticitatis, come 
si enuncia nella lettera allo Scaligero, e di portarvela per 
mezzo di un supremo reggitore insignito di imperiale autorità 
cujus jurisdictio terminator oceano solarti quod non contingit 
principibus aliis , quorum principatus ad alias fenninatur; se¬ 
condo che si ripete nel Capitolo XII del 1 Libro De Monarchia. 

Ma se Dante voleva il bene universale del mondo, molto 
più voleva il bene dell’Italia, la quale al suo tempo era sì cru- 



— 211 — 


delineate insanguinala e straziata dalle ire de' Guelfi Neri e 
de’ Ghibellini Secchi, questi e quelli rappresentanti la incon¬ 
ciliabile avversione de’ due partili cioè gli arrabbiali dell’uno 
e dell’altro pallilo, mentre che Dante, Guelfo bianco, avvici- 
navasi ai Ghibellini Verdi; così come i Ghibellini Verdi si av¬ 
vicinavano ai Guelfi bianchi, benché si gli uni come gli altri 
fossero sempre due schiere diverse. 

Pur nondimeno questo avvicinamento ha latto comune¬ 
mente credere il Guelfo bianco Dante essere stato di parte 
Ghibellina ,al modo stesso che liguccione della Faggiuola, Ca¬ 
pilano di Arezzo e Capo de’ Ghibellini Verdi, fu creduto di 
parte Guelfa, anzi secondo che scrisse il balbo (Vita di Dante , 
libro 11 Cap. Il), guelfo più che non erano i Guelfi Neri. Questi 
apprezzamenti rivelano che coloro i quali primamente li fe¬ 
cero, erano del tutto ignari della storia e pei- questa igno¬ 
ranza indi invalse il vezzo di chiamar Dante il fiero Ghibel¬ 
lino, e similmente l'guccione della Faggiuola fu chiamato il 
fiero Guelfo. 

Nulla di più inesalto, anzi di più erroneo per chi si oc¬ 
cupi un tratto a fare nelle cronache de) secolo di Dante qual¬ 
che indagine su questo proposito. 

La falsa credenza poi che mette Dante nel novero de’ 
Ghibellini tanto più crebbe, in quanto che si sa ch’egli pro¬ 
pugnò la causa imperiale, in cui co’ Ghibellini genericamente 
accordavasi. Ma i Ghibellini chiamavano l’imperatore alemanno 
in Italia, perchè sotto l’ombra dell’autorità imperiale spera¬ 
vano miglioramenti d'individuali fortune e lo schiacciamento 
degli odiali Guelfi, Dante lo chiamava perchè sotto l’autorità 
imperiale i Guelfi e i Ghibellini rimanessero impotenti a di¬ 
lacerarsi a vicenda e si desse principio ad un secolo di pace 
e di gloria nazionale. I Ghibellini nell’imperatore vedevano il 
principe unicamente dell’Italia, e Dante vedeva nell’impera¬ 
tore, oltre il principe d’Italia, il supremo reggitore di tulio 
il mondo, conservando gli alili principi dei singoli regni e 
Stati dell’Europa e della terra ne’ rispettivi loro domini. 

Il concetto dantesco era dunque interamente diverso da 
quello de’ Ghibellini. 

Dante, se voleva il bene universale del Mondo, molto più 
voleva il bene dell’Italia. Ma si replicherà che questo desi¬ 
derio rimase senza effetto e che il vaticinio di Virgilio non 
fu corrisposto dai fatti. Il desiderio di Dante però era ancora 
la monarchia universale, e questo desiderio rimase senza ef¬ 
fetto; il desiderio di Dante era pure di condurre gli uomini 



— 212 


de statu miseriae ad statum [elicitatis , ed anche questo de¬ 
siderio non è stato mai e non sarà mai composto dai fatti. 

Anche la macchina del sacro poema è costrutta su questo 
desiderio; ma perchè questo desiderio non si è mai e non 
sarà mai adempiuto, si vorrà forse concludere che Dante 
abbia male adoperato nel suo filosofico disegno? in magnis 
et voluisse $at est , dice Properzio. 

Ma se la monarchia universale, se la universale felicità 
degli uomini erano sogni, pareva che almeno non dovesse es¬ 
sere un sogno la pacificazione dell’Italia, lo estirpamento cioè 
delle ire, onde i partiti, che si dilaniavano in tante orribili 
guise, la tormentavano. E Dante credeva, secondo tutte le mi¬ 
gliori apparenze, che questo avvenimento non sarebbe stato 
lontano per opera del Veltro, e morì col più intimo convinci¬ 
mento che sarebbesi infallantemente avverato. 

Ma le umane speranze, benché talora fondate sopra cal¬ 
coli che paiono esattissimi in medio spatio saepe franguntur , 
et ante in ipso porta obruntur quam portum conspicere po- 
luerint. Così Cicerone nel HI libro De Oratore saviamente ci 
avverte. 



LE FIGURE ALLEGORICHE DEL VELTRO E 
DEL DUX NELLA DIVINA COMMEDIA 


Due grandi figure allegoriche, che adombrano un co¬ 
spicuo personaggio, emergono nella concezione politica della 
Divina Commedia, e sono dal Poeta annunciate in forma pro¬ 
fetica: il Veltro e il Dux. 11 Veltro è annunciato da Virgilio 
nel primo dell’Inferno; il Dux da Beatrice nel trigesimo terzo 
del Purgatorio. E’ generalmente ritenuto che le due ligure 
allegoriche fanno allusione ad un medesimo personaggio; in 
quanto alla personalità storica del Veltro non v’è dubbio alcuno, 
Dante volle significare nel Veltro Cangrande della Scala Signore 
di Verona, poiché il vaticinio di Virgilio può dirsi dichiarato 
da Cacciaguida trisavolo di Dante nel XVIII del Paradiso. 

Iti guardo alla personalità storica del Dux non abbiamo al¬ 
cuna esplicita dichiarazione nella Divina Commedia, ma buo¬ 
nissime ragioni fanno ritenere che venga fatta allusione a Can¬ 
grande della Scala, quand’egli fu eletto capitano generale della 
Lega Cihibellina in Lombardia. 

Nè a recedere da questa opinione può persuadere una 
questione del Parodi, circa l’epoca in cui Dante avrebbe scritto 
gli ultimi Canti del Purgatorio e tutto il Paradiso. Nella ri¬ 
cordata questione, il Parodi mette in relazione il vaticinio di 
Beatrice sulla prossima venuta del Dux o Messo di Dio con le 
lettere indirizzate ad Arrigo VII ed ai Principi e popoli d’Italia. 
Così adoperando il Parodi mostra di ritenere che il vaticinio di 
Beatrice possa riferirsi ad Arrigo. Ma questa opinione, assolu¬ 
tamente inammissibile e sostenuta dal Parodi, non è certamente 
nuova; e fu per altri vittoriosamente combattuta. Ricordo 
a questo proposito il Fraticelli che così scrive: «E’ 
« cosa notissima per la storia che l’Alighieri, siccome tutto il 
« partito Ghibellino, pose in Arrigo grandissima fidanza : egli 
« scrisse e lettere e concioni e libri per la causa d ! lui; egli 
« il rammenta più volte nelle sue opere, e sempre onorevol- 
« mente:.quindi Arrigo poteva pur troppo esser l’eroe 




— 214 — 


« dalfAligliieri designato qual liberatore d'Italia; ma l'Italia 
« allor die venne Arrigo non aveva, dice il Poeta, le neces- 
« sarie disposi/ioni ad essere raddrizzala, ed altronde la morte 
« troppo presto pose line ai giorni di Ini, il (piale innanzi di 
« Dante andossene a cenare aile nozze celesti, assidendosi 
« sopra un gran seggio di corona imperiale adornato. 

« In quel gran seggio, a che tu gli occhi lieni, 

« per la corona che ve già sii posta, 

« prima che lu a queste nozze ceni, 

« sederà I alina, che tia augosta, 

« dell'alto Arrigo, che a drizzare Italia 
« verrà in prima, ch’ella tia disposta. 

«.sulla line di quella cantica (il Purgatorio) disse il 

« Poeta veder con certezza un tempo più propizio, ne! quale 
u un Duce anniderà la tuia, \nche nella Ili cantica composta 
«ancora più lardi, egli dice (Canto XXY11) potere aigomen- 
« tare che presto alcuno verrà a soccorrerne. E chi sarà 
« dunque questo uccisore della tuia, questo soccorritoic? Potrà 
« egli essere mai Arrigo, che era da più anni morto? Direbbe 
« oggi (nel 1834) un poeta, sebbene tìngesse di scrivere nel 1800. 
« che il liberatore d'Italia sarà Napoleone, quando l'evento 
« ha dimostralo che questi non lo fu? I,'Alighieri disse poco 
« dopo 'Canto XXX) che Arrigo verrebbe a drizzare l’Italia 
« prima che ella fosse disposta, cioè a diro che Arrigo, seb- 
« bene verrebbe in Italia, non sarebbe per riuscir* 1 nell’as- 
« sunto di riporla nell’ordine e nella pace, perchè l'Italia a 
« quell'epoca non sarebbe per avere le disposizioni a ciò ne- 
« cessarie. E se Dante predicava che da Arrigo non si sa- 
« rebbe potuto raddrizzare l’Italia, come egli in Arrigo. ed 
« in Arrigo già morto, poteva sperare? Di più nel passo su- 
« periormente allegalo, dicendo il nostro Poeta, che alla li- 
« bei-azione d’Italia prevedeva un tempo più propizio: 

« lo veggio certamente e però il narro, 

« addurne tempo già stelle propinque 
« sicure d’ogni intoppo e d’ogni sbarro 

« non \ noi forse accennare ad un tempo più propizio di quello 
« in cui venne Arrigo, di quello cioè che ebbe ed ostacoli ed 
« impedimenti? Adunque l'eroe adombrato da Dante nella fine 
« del Purgatorio e nel Paradiso, non è Arrigo, ma un altro 
« personaggio ", 




— 215 — 


Le giuste ragioni addotte dal Fraticelli sono validissime, 
e rilevano chiaramente la incongruenza di coloro che mettono 
in relazione col l)ux e col Messo di Dio, vaticinato da Bea¬ 
trice, l’imperatore romano e re d’Italia Arrigo VII. 

Fatta questa breve digressione ritorno all’argomento. 

Nel vaticinio di Virgilio si accenna ad una parte delle 
opere che doveva compiere Cangrande della Scala, Vi¬ 
cario Imperiale, cioè, come già ho accennato, egli avrebbe do¬ 
vuto far cessare le persecuzioni dei Guelfi contro i Ghibel¬ 
lini, e dei Ghibellini contro i Guelfi, estirpando la cancrena 
dei partiti e riuscire cosi a raggiungere la tanto sospirata 
pacilìcazione di tutta Italia, divenuta nuovamente il giardino 
dell'Imperio. 

Ma nel primo dell’Inferno Dante non poteva accennare 
alle opere che doveva compiere il Veltro, (Cangrande della 
Scala vicario imperiale), nei riguardi della Chiesa, senza 
die prima avesse fatto alcune premesse essenzialissime 
intorno al suo sistema politico, premesse che incomin¬ 
ciano a far capo nel secondo dell’Inferno. Inoltre Dante 
nel primo dell’Inferno non poteva dichiarare che il Veltro nella 
restaurazione politica d’Italia avrebbe anche posto fine al po¬ 
tere temporale dei Papi, poiché prima di manifestare ciò. do¬ 
veva trattare la importantissima questione del potere tempo¬ 
rale dei Papi, e far conoscere le ragioni per le quali egli 
non ammetteva che questo potere venisse esercitato dai Pon¬ 
tefici. Laonde si rendeva necessario i! distacco che intercede 
tra il vaticinio di Virgilio nel I (\e\Y Inferno, e quello di Bea¬ 
trice nel XXXIII del Purgatorio. Dante, che combatteva il po¬ 
tere temporale dei papi, ne! XIX dell’Inferno tratta a fondo la 
quistione : enumera tutti i, mali che derivano dallo esercitarsi 
il potere temporale dai Papi sotto la ingerenza della Casa 
Beale di Francia. 

Nel XVI del Purgatorio tratta della necessità dei due Soli 
cioè l’Imperatore e il Pontefice, l’uno che deve esercitare il 
potere temporale o politico, e l’altro che deve esercitare il 
potere spirituale. Parla inoltre del diritto di entrambi di ri¬ 
siedere in Doma. l'Imperatore ad poaaidendum il pontefice ad 
habilandum. Finalmente dopo che net canto XXXIII del Pur¬ 
gatorio, sotto le meravigliose figure allegoriche che vi si ammi¬ 
rano, è stata rievocata la storia della Chiesa ed è stata inoltre 
biasimata la mostruosa unificazione delle due autorità nella 
persona del pontefice sotto l’ingerenza dei Reali di Francia 



— 216 — 


die volevano usurpare il potere imperatorio spettante per 
divina disposizione al popolo romano e all’imperatore romano* 
e ricordate tutte le sventure dell’Italia e le degenerazioni della 
Chiesa per colpa dei pontefici dediti ai beni terreni, viene a 
vaticinare la prossima venuta di colui, cioè di Cangrande della 
Scala die da vicario Imperiale divenuto erede dell’Aquila , cioè 
imperatore romano e re d'Italia, sarà il Duce, il Messo di Dio 
che rivendicherà a sè il temporale potere di Roma {inteso sotto 
la immagine della bella donna, ’di colei che siede sovra l’acque 
flnf. XIX, 57, J07) della puttana sciolta (Purg . XXXII, t48) 
della fuia (Purg. XXXIII, 44). Il quale temporale potere di 
Roma venne esercitato dai papi sotto l’ingerenza dei re di 
Francia te questi re sono adombrati da Dante sotto la figura 
del gigante). Ora il vaticinato abbattimento di questo potere 
temporale di Roma esercitato dai papi e dai re di Francia, 
viene significato da Dante con l’uccisione della fuja e del gi¬ 
gante, poiché, come ho già detto, la fuja è simbolo di questo 
potere stesso, ed il gigante è simbolo dei re di Francia. 



I DUE SOLI, CIOÈ L’IMPERATORE E IL PON¬ 
TEFICE, NECESSARI AL CONSEGUIMENTO 
DELLA UMANA FELICITA, SECONDO IL PEN¬ 
SIERO POLITICO DI DANTE 


Dante, come giustamente scrive il Giudici, '< nel trat- 
« tato III del he Monarchia con ingente potenza intellettuale 
« e con onestà senza esempio e con tale generosità che ri¬ 
ti nunzia a tutte le arti volpine della dialettica, e con luci- 
« dezza di dettato e con inaraviglioso incalzarsi di raziocini 
« derivati dalla scienza umana e divina, si accinge a diflìnire 
« la natura del Sacerdozio e quella dell'Impero; ne segue i 
« doveri e la mutua dipendenza, ed individua e scevera le 
« ragioni di entrambi ». 

L’Imperatore adunque come è stato detto è il sole , sotto 
la cui guida soltanto, l’umana famiglia può essere felice e 
virtuosa su questa terra : è il sole che dalla santa città deve 
spandere da per tutto i luminosi suoi raggi. Ma nel loco santo 
deve pure risiedere il Successore rii Piero. Sull’orizzonte dunque 
dei sette colli dovevano levarsi questi due soli; il soie impe¬ 
riale che illumina le vie della vita, il sole pontificio che illu¬ 
mina i religiosi destini della umanità, ed il cammino del cielo; 
forte l’uno del diritto della spada, forte l’altro deil’ascendente 
morale, frenantisi scambievolmente. Maggiore questo di quello, 
il quale benché dallo spirituale non riceve l’essere nè la sua 
autorità, pure riceve da esso luce di grazia per operare con 
maggiore virtù. 'De Monar. IIJ-l). Ora questi due soli (come 
dice l’Ozanam) si videro uscire dalla loro orbila, urtarsi un 
contro l’altro e si credette che fossero spenti. 

La Chiesa non può prendere la Signoria coll’Impero, essa 
non ebbe parte alcuna al suo stabilimento, nessun titolo l’au¬ 
torizza a rivendicarne un omaggio. 

Essa non può farsi un regno su questo mondo senza 
agire contro le proprie costituzioni. 




— 218 — 


I n altro Impero le appartiene, ben più degno di lei, quello 
della Eternità. Il misto e contuso governo al quale aspira non 
può attecchire, è mestieri die mini, perchè l una autorità, 
ove trascorra, non può come dovrebbe, essere dall’altra in¬ 
tronata. 

« Dante quindi tracciò con mano ardila un disegno per 
« cui le due supreme autorità si accordassero a rendere felice 
« non solo l’Italia, ma tutta l'umana famiglia proponendosi 
« entrambe finem lotius humanae civitatti. Non accettando 
« adunque, o raddolcendo l’espressione allora comune : per cui 
« il Pontefice era il Sole, I lmperalore la Luna, sostenne essere 
« le due autorità nella loro orbita tra loro indipendenti ve- 
« nendo tutte e due direttamente da Dio, dal (piale bifoteantur. 

« Così secondo !'Alighieri le due città, del mondo e di Dio, 
« ideate da S .Agostino, si sarebbero l'ima all’altra confor- 
« mate, e l'Imperatore avrebbe dalla selva dei vizi condotto 
« alla felicità temporale dell’Eden fuman genere, il quale ver- 
« rebbe poi dal Pontefice indirizzato all’Empireo ». (Carlo Vas¬ 
sallo — Dante Alighieri filosofo — Tip. De Vecchi t Vinassi 
— Asti). 

Ciò premesso passeremo a dimostrare die Dante, in op¬ 
posizione ai concetto dei grande Ildebrando, sosteneva che 
l’Impero non doveva dipendere dalla Chiesa, ina riconosceva 
al tempo stesso la sovranità della Chiesa. la quale per con¬ 
seguente non doveva dipendere dall’Impero. 

La complessa questione dei reciproci rapporti Ira Chiesa 
e Stato interessò fortemente il pensiero politico di Dante. Egli 
(come nota il Vianello) « vide la impossibilità di conciliare i 
« due poteri e disse : « Disogna distinguere la qualità umana 
« dalla papale e imperiale. Per la prima. Papa e Imperatore 
«si riducono ad uno stesso tipo: l’umano: per la seconda 
« sono termini irreducibili e la loro riduzione ad unità hi- 
« sogna cercarla in Dio. Le due qualità, papale e imperiale. 
« sono ben distinte e come tali devono agire d'accordo in 
« CAMPI DIVERSI ». 

E da quanto possiamo rilevare dall’Alighieri medesimo egli 
avrebbe pienamente approvato la composizione della vertenza 
tra Stato e Chiesa nella guisa che è stala risolta per la sa¬ 
piente opera del Duce. 

Dante che cosa voleva? 

Rispondo: Dante voleva la indipendenza dell'autorità 
civile in confronto della Chiesa, e l’indipendenza di questa 



- 219 


<iaH'aulorilà civile : ma questa reciproca indipendenza doveva 
contenersi neU’ainbitu delle pròprie attribuzioni. E’ questo il 
punto saliente della questione. Solo così, opinava Dante, sa¬ 
rebbe possibile la restaurazione del potere civile in Italia, il 
ripristino del prestigio e del decoro della Chiesa liberata dalla 
soma del potere civile indebitamente esercitato dai papi. 

.Nessuna ingerenza dunque della Chiesa nella vita ci¬ 
vile e politica dello Stato, poiché la volontà « di tenere (sono 
parole di Dante) con autorità il regno « delta nostra vita mor¬ 
tale è contro la natura <Lelia Chiesa ». 

Questa inconfutabile verità sarebbe da opporsi alle pre¬ 
tese d’ingerenza politica della Chiesa, ma purtroppo alla di¬ 
fesa di questa verità contrastavano ai tempi di Dante, e con¬ 
trastavano ai tempi vicini a noi, anteriori al concordato, 
Ire specie d'uomini : lecco le parole di Dante) « il som- 
« aio pontefice, vicario del nostro signore Gesù Cristo, e 
« successore dì Pietro, a cui dobbiamo non tutto quello che si 
<( deve a ('risto, ma ciò che si /leve a Pietro, forse per zelo 
« delle chiavi; alcuni pastori /lei gregge cristiano ed altri 
« mossi , credo, dallo zelo per la madre Chiesa, contraddicono, 
« forse per zelo, come ho dello, non per superbia. 

« Alcuni altri poi, in cui l'ostinata cupi/ligia ha spento 
il lume della ragione, vantandosi figli della Chiesa , mentre sono 
figli /lei diavolo.... muovono lite in questa questioni.. Ili co¬ 
storo. che Dante qualifica tigli del diavolo, è compendiala la 
fastidiosa, oziosa e prosuntuosa genia dei politicanti. 

Dante inoltre era di parere che nessuna ingerenza stra¬ 
niera dovesse, regolare i rapporti delle due grandi autorità 
civile e religiosa. Per giungere ad eliminare la influenza stra¬ 
niera, lauto funesta a suoi tempi. Dante voleva il papa di na¬ 
zionalità italiana. Egli aveva rivolta la mente alia congerie 
di sciagure che avevano colpita l’Italia e la Chiesa por la ele¬ 
zione di papi stranieri -Clemente V e Giovanni XXIV). sotto¬ 
messi alla Francia. 

Nel Canio XXIII Dante fa ricordare da o. Pietro i mali 
e gli scandali che alla Chiesa derivavano per le elezioni di 
papi stranieri e per il loro abbandono della sede apostolica 
in Doma. 




DILUCIDAZIONI AI VERSI 115-118 
DEL CANTO XIX DELL’INFERNO 


Ahi! Costantin di quanto mal fu matre 
non la tua conversion, ma quella dote 
che da te s’ebbe il primo ricco patre. 

Con questi versi Dante allude alla supposta donazione 
di Costantino, della quale si avvantaggiarono i propugnatori 
del potere temporale dei papi. 

E’ universalmente creduto che Dante non avesse alcun 
dubbio sulla veracità storica della donazione costantiniana. 
Io però non so completamente acconciarmi a tale opinione 
benché Dante nella sua confutazione sulla legalità della do¬ 
nazione stessa non accenni apertamente a dubitarne, pure a 
chi legge attentamente le sue parole nel terzo libro del De 
Monarchia il dubbio c’è. Qui Dante parla della donazione di 
Costantino con tre dicesi i quali ci rivelano chiaramente i 
suoi dubbi sulla veracità storica della donazione. 

Ecco come Dante nel paragrafo X del Trattato De Mo¬ 
narchia , combatteva i suoi avversari su tale afferma¬ 
zione : « . . . dicono alcuni che l’imperatore Costantino, essendo 
« mondato dalla lebbra per intercessione di Silvestro, allora 
« sommo Pontefice 'e questa circosianza è ricordata anche nel 
«XW1I-JM de\V Inferno) donò alla Chiesa la sede dell’impero, 
« cioè Roma, unitamente a molte altre dignità dell’impero. Da 
« tutto ciò argomentano che d’ora innanzi nessuno può ricevere 
« quelle dignità se non dalla Chiesa, a cui dicono che apparten- 
« gono. Ed a questo seguiterebbe, com’essi vogliono, che runa 
« autorità dipenda dall’altra. Posti adunque ed oppugnati gli ar- 
« gomenti che avevano radice nelle divine parole, restano ora 
« da porsi e distruggere quelli che mettono radice nelle gesta ro- 
« mane e nella umana ragione. Tra questi è primo quello pre- 
« messo, e secondo questo così ragionano : Quelle cose che sono 
« di pertinenza della Chiesa nessuno le può avere di diritto se 



— 222 — 


« non dalla Chiesa questo si può concedere). Il reggimento ro- 
«< inuno è della Chiesa, e per conseguente nessuno lo può avere 
« se non dalla Chiesa. K sostengono la premessa minore con 
« quella che più sopra si è accennata di Costantino. Chiesta mi- 
« noi e premessa io non Caminetto, e (piando vogliono dimo- 
« strarla dico la loro dimostrazione è nulla perchè Costantino 
>i non poteva alienare la dignità dell'impero, nè la Chiesa poteva 
« riceverla. K se pertinacemente si oppongono posso in tal guisa 
«dimostrare quanto affermo: A nessuno è lecito fare per 
« l'ufficio affidatogli una cosa che sia contraria a questo uf- 
« tic io, perchè così una slessa cosa, conservandosi tale, sa- 
« rebbe contraria a sè medesima, ciò ch’è impossibile. Ora è 
« contrario all ulTicio conferito all’Imperatore scindere Pini- 
« pero, essendo ufficio suo tenere il genere umano soggetto 
« ad un solo volere, come facilmente si può vedere dal primo 
«libro di questo trattato: dunque non è lecito al PI m pera- 
« lore scindere l'Impero. Pertanto se alcuno dignità fossero 
« stale alienate da Costali!ino. come affermano, e fossero pas¬ 
ce sale in potere della Chiesa, sarebbe siala lacerata quella 
« veste ineonsulile, che non osarono dividere quelli che tra¬ 
ce (isserò con la lancia Cristo, vero l>io. Inoltre come la Chiesa 
« lui il proprio fondamento, così l'impero ha il sin», l'omla- 
« mento della Chiesa è Cristo, per questo l'aposiolo scrive ai 
« Corinti : Nessuno può porre un altro fondamento olire a 
«quello che è stato posto, che è Cesò Cristo. Egli è la pietra 
« su cui è edificala la Chiesa. Ma fondamento dell'Impero è 
« il diritto umano. Ora dico che come non è lecito alio Chiesa 
tc operare contro il suo fondamento, ma si deve appoggiar! 1 a 
cc quello, come è scritto nel cantico dei cantici : « Chi è costei 
« che ascende dal deserto, adorna d'ogni delizia, appoggian- 
« dosi al suo diletto? » Così pure non è lecito olPimpero fare 
«alcuna cosa contro il diritto umano. Ora sarebbe contro il 
« diritto umano, che l'impero distruggesse sè stesso. Ma poiché 
« scindere l'impero è lo slesso ehe distruggerlo, consistendo 
« l'impero nella integrità della monarchia universale, è mani- 
« Teslo che non è lecito a chi tiene l'autorità dell’impero scin- 
« dere l'impero. Che poi distruggere l’impero sia contro il di- 
« ritto umano lo si vede da quanto si è sopra ragionalo. Inol- 
« tre ogni giurisdizione è anteriore al suo giudice per la ru- 
« gione che il giudice viene ordinato per la giurisdizione e 
« non già al contrario. Essendo quindi l’impero ima giuri- 
« sdizione la quale comprende nel suo ambito ogni giurisdi- 





- 223 - 


« zione temporale, per conseguente la medesima è anteriore- 
« al suo giudice, che è l'Imperatore, perchè a questa è ordi- 
« nato l'imperatore e non al contrario. Da tutto ciò apparisce 
« manifesto die l'imperatore, in quanto è imperatore, non può 
«mutarla ricevendo da essa la sua essenza. Ura così dico: 

« U Costantino era imperatore, quando dicesi che conferisse 
« I autorità alla Chiesa, o non lo era, e se non lo era è chiaro 
« che non poteva conferire nulla aU'impero e se lo era, essendo 
« tale conferimento una diminuzione della giurisdizione, egli in 
« quanto era imperatore non poteva farlo. Inoltre se un impera- 
« tore potesse distogliere una piccola parie della giurisdizione 
« dell’impero, per la slessa ragione lo potrebbe fare anche un 
« altro die non fosse imperatore. Eri essendo la giurisdizione 
« temporale limitala, ed ogni cosa limitata andando distrutta 
« per limitate soli razioni, m* seguiterebbe che la giurisdizione 
« prima si potrebbe annuitale, ciò che è assurdo. Inoltre poi- 
« clic il donatore si comporta come agente e il donalo come 
« paziente, tale è il parere del filosofo nel quarto dell'Etica a 
« Nicomaco. non si richiede soltanto, perchè il conferimento 
« sin lecito, la buona disposizione di chi dà, ma anche di chi 
« riceve; infalli si vede in chi riceve ed è disposto a ricevere 
« l’atto stesso dell’agente. Ma la Chiesa non era assolutamente 
« disposta a ricevere i beni temporali per espressa proibi- 
« zinne, come ci attesta Matteo: Non tenete oro, nè argento, 
« nelle vostre cinture, ne bisaccia per via. E sebbene in Luca 
« rileviamo una certa noncuranza al precetto rispetto ad al- 
« cimi beni, pur tuttavia non mi fu dato trovare che dopo 
« quella proibizione la Chiesa sia stata autorizzata a possedere 
« oro e argento. Perciò se la Chiesa non era in grado di 
« ricevere, ammesso Costantino avesse potuto far ciò dr 
« suo arbitr io, tuttavia la donazione non era possibile, perchè 
« il ricevente non era disposto. E’ chiaro dunque che nè la 
« Chiesa poteva ricevere in possesso, nè quelli poteva con¬ 
te cedere per allienazione <>. 

Dante riconosceva nella Chiesa la capacità di ricevere pa¬ 
trimoni ed altro in qualità di amministratrice e dispenserà, 
ecco le sue parole che fanno seguito a quanto è stalo da nof 
riportato: «Nondimeno poteva l’Imperatore affidare al patro- 
« cinio della Chiesa un patrimonio ed altro restando inalfe- 
« rato il dominio, la cui unità non consente divisione. Alla 
« sua volta il Vicario di Cristo poteva ricevere, non come pos- 
« sessore ma come dispensiere dei frutti per la Chiesa e per 
« i poveri dì Cristo, come è noto che facessero gli apostoli ». 



nuauto è detto qui dal nostro Poeta è poggiato sull’auto¬ 
rità di San Bernardo : « Patrimonio pauperum facilitai Eccle- 
« siarum, et sacrilega eis crudelitale surnpilur quidquìd sibì 
« ministri et dispensatores non utique domini et veI possessores 
« ultra victum recipiunt et vestitimi ». 

Dante inoltre fa allusione a Costantino e alla sua dona¬ 
zione anche nel canto XX del Paradiso, ove così la parlare 
Giustiniano : 


L'altro che segue, con le leggi e meco, 
sotto buona inlenzion, che fè mal frutto, 
per cedere al pastor si fece Greco! 

Ora conosce come il mal dedulto 
dal suo bene operar, non gli è nocivo 
avvenga che sia il mondo indi distrutto. 

1 quali versi vogliono dire : « L’altro spirilo beato che 
segue fu Costantino che per cedere Doma con intenzione casta 
-e benigna, <Purg. WXll-138) che al contrario diede cattivo 
frutto, al Pastore, al buon Silvestro, divenne greco imperatore, 
trasferendosi in Oriente con le sue leggi, è come che sono 
l'insegna del romano impero. 

Ora conosce come non gli nuoce il male derivato dal suo 
bere operare, benché a motivo di questo male il mondo sia tutto 
diserto d'ogni virtù e di malizia gravido e coverto ». 

E veramente, secondo riteneva Dante, questo doveva es¬ 
sere il pensiero di Costantino quando lasciò volontariamente 
Roma al papa e trasferì la sede imperiale a Costantinopoli. 
Ecco perchè Dante dice che Costantino: 

Sotto buona intenzion che fe’ mal frutto 
per cedere al pastor si fece greco. 

Sotto buona intenzione, pei- la ragione che lasciando Roma 
•al papa non intese di alienare l’impero: egli che « scindere Im- 
« perium Imperatori non ticet , e per conseguente egli non 
« lacerò quella : « tunica inconsutilis, guani scindere ausi non 
« sunt etiam qui Chrisium veruni Deum lancea perforarunt ». 
Fu intenzione di Costantino di mettere il Pontefice al possesso 
temporale non tanquam po<i$es$or , « sed tanquam fructvm prò 
« Ecclesia . proque Chrisli pauperibus dispensator, e sotto 
•questi rapporti la sua cessione al Pastor fu motivata da buona 



— 225 — 


intenzione la quale se poi fé' mal frutto la colpa fu unica¬ 
mente ilei papi, i quali della cessione di Costantino si avvan¬ 
taggiavano per trasformarsi da depositari in assoluti proprie¬ 
tari di quanto apparteneva onninamente all’Impero, usando 
male arti, cioè simonia, {come ho detto ed ora ripeto) ed 
è appunto simonia quando questo potere si adultera per 
oro e per argento , facendosi mercato con esso di una cosa 
di Dio, che debb’essere sposa di bontate , d'ìncorruiHbile pu¬ 
rezza. E tutto ciò è il mal frutto che diede la cessione di 
Costantino. 

Per avere una prova delle rinunzie di Costantino ai di¬ 
ritti dell’Impero fu creato il documento della donazione co¬ 
stantiniana aggiunto nel decreto di Graziano. Sulle basi di 
questo documento la Chiesa innalzava i suoi diritti. 

Ad ogni modo, secondo Dante, Costantino male adoperò 
a traslatore la sede dell’Impero a Costantinopoli, qualunque 
sia stata la sua intenzione. « 0 popolo felice! 0 gloriosa Au- 
« sonia, se non fosse mai nato quello che indebolì il tuo im- 
« pero, se non vogliamo imprecare alla sua nascita, almeno 
« la sana intenzione non l’avesse tratto in inganno [De Monar. 
« Uh. II) »>. 

Male adoperò Costantino perchè andò contro il decreto 
del cielo: 

Poscia che Costantin l’Aquila volse 
contro il corso del Cie! ch’ella seguìo 
dietro all’antico che Lavinia tolse. 

(Par. VI., ].). 




ROMA DEVE ESSERE LA SEDE DELL’IMPE¬ 
RATORE E DEL PONTEFICE SECONDO DANTE. 
IMPORTANZA DEL PAPATO NEL PENSIERO 
DI DANTE E NEL PENSIERO DEL DUCE MA¬ 
GNIFICO DELLA NUOVA ITALIA 


Koma, secondo il vasto concetto politico e filosofico di 
Dante, deve essere la sede dell’Imperatore e del Pontefice. 
Riguardo a questi nel pensiero dantesco è fermissima la 
persuasione che « Koma è la città, cui dopo le pompe di tanti 
« trionfi, Cristo con le parole e con le opere confermò l’impero 
« del mondo, e Pietro ancora e Paolo, l’apostolo delle genti, 
« consacrarono (piale sede apostolica col proprio sangue ». Così 
Dante nella lettera ai cardinali ilaliani adunati in conclave 
a Carpentras, nella Provenza. 

E perchè in Roma deve avere sede l’Imperatore mol¬ 
tissime erano le filosofiche considerazioni di Dante; io non 
farò che recarne brevemente alcune. 

E' da considerare che Dante vedeva personificata nel Pon¬ 
tefice la supremazia spirituale e nell’Imperatore la supre¬ 
mazia temporale. 

Nel II deirinferno, parlando di Koma e del suo impero, 
egli dice : 

. a voler dir lo vero 

fur stabiliti per lo loco santo 
u’ siede il successor del maggior Piero. 

E perciò, a dir il vero, Dante concludeva che tanto Roma, 
quanto il suo impero furono stabiliti per il luogo ove ha la 
residenza il romano Pontefice. Ecco ciò che egli dice nel XVI 
del Purgatorio: 

Soleva Koma, che il buon mondo feo, 
due soli aver, che Duna e l’altra strada 
facean vedere e del mondo e di Deo. 




228 — 


Secondo il concetto dantesco Cesare e Pietro adunque do¬ 
vevano essere i fari della civiltà che, promanante da Koma, 
avrebbe dovuto illuminare {'universo. 

Più d una volta il inondo attonito si prostrò innanzi ai 
due Soli che splendevano dal Campidoglio e dal Vaticano. E 
folgoreggiarono veramente luce immensa per l’universo i due 
Soli allorché, distinti l'imo dall'altro, diedero i principi! civile- 
politico e religioso-morale. E questo fu vanto dell’età di Car- 
lomagno che, difensore strenuissimo de’ diritti della Chiesa, 
riempì il Mondo delle sue conquiste. Ed a quest’epoca allude 
appunto il nostro Poeta. 1 due Soli sono i rappresentanti delle 
due supremazie, spirituale e temporale, cioè il Pontefice e 
l'Imperatore che dovevano avere la loro residenza in Co¬ 
ma, città imperatrice, e dovevano essere in pienissimo ac¬ 
cordo, ciascuno attendendo alla propria missione senza che 
l'Imperatore si arrogasse i diritti della Chiesa, nè il Pon¬ 
tefice quelli dell'impero. Questo era il concetto politico di 
Dante, e perciò egli si riportava ai tempi di Callomagno, 
allorché le due potestà erano in pienissimo accordo. Secondo 
Dante l’Imperatore doveva essere sollecito difensore dei diritti 
della Chiesa. Ed infatti quando Desiderio, re de’ Longobardi, 
assalì Adriano I per conquistare Doma. Carlomagno srese dalle 
Alpi in difesa del pontefice e liberò l'Italia dai Longobardi 
dopo ima dominazione di oltre due secoli. 

E quando il dente Longobardo morse 
la santa Chiesa, sotto le sue ali 
Carlo Magno, vincendo, la soccorse. 

Era (ale l'accordo c l'amicizia Ira Carlo e Adriano che 
costui compose in versi le lodi dell imperalore. e l'impera¬ 
tore compose in dicioflo versi le lodi di Adriano. Di questa 
poesia dell'imperatore mi piace riportare i seguenti due versi : 

Nomina jungo simili tilulis, durissime, nostra; 
lladrianus. Caroius. rex ego. tuque palei*. 

Indi Carlo, dal successore di Adriano, cioè da Leone 111, 
fu incoronalo imperatore romano. Ed a questa epoca spe¬ 
cialmente si rivolge il pensiero di Dante, cioè al 799. Questo 
è il concetto e la politica idea dantesca che largamente trovo 
svolta nelle sue opere. Senza punto avvilupparmi a discutere 
s ella sia esagerata, o erronea, o giusta, o quant’altro si vo- 
glia, a me basta dimostrare quale sia il concetto di Dante. 



229 — 


Il nostro Poeta adunque voleva che limperalore, o il rap¬ 
presentante del potere civile doveva difendere il successore di 
Piero ed onorare la religione. Ed anche su questo punto tro¬ 
viamo uniforme al pensiero di Haute la linea di condotta 
tenuta dal Duce della nuova Italia nei riguardi del successore 
di Piero e della religione. Credo che qui cada a proposito 
ricordare le parole che il legato pontificio pronunziò nel suo 
discorso in Assisi alludendo al Duce. Egli « ha voluto e vuole 
« che la religione sia rispettata, onorata, praticala ». 

Quale concetto abbia il Duce della importanza del Ponte¬ 
fice si può rilevare da quanto egli scrisse all’epoca della morte 
di Benedetto XV. « La morte di un papa è un avvenimento che 
« ci interessa e ci commuove nella nostra qualità di uomini 
«e d’italiani. 11 papa è in realtà un imperatore, sia pure elet- 
« tivo. Egli discende in linea diretta dall'impero di Doma. Il 
« suo dominio politico e spirituale si estende su ben quattro- 
u cento milioni di uomini disseminali in ogni angolo della terra, 

« dai che si può dire che l’impero cattolico, che ha la sua ca- 
« pitale a Doma, è il più vasto e il più vecchio impero di 
« Doma. Dura ormai da venti secoli. 

« Verso Moina guardano a quest'ora uomini di tutte le 
« razze e di lutti i continenti. Il fatto ha un suo carattere 
« di grandiosità che non può essere diminuito dai pronuncia- 
« menti o dai silenzi dei mondo laico, che non ha creato e non 
« può creare niente che assurga, anche in parte, all’enorme 
« potenza spirituale del Éatlolicismo. 

Non meno profonde e sublimi sono le sue professioni 
di fede : « Se poco fa sono entrato nel tempio e mi sono 
« inginocchiato dinanzi all’altare, ciò non Jio fatto per ren- 
« dere un omaggio superficiale alla religione dello Stato, lo 
« ho fatto per un intimo convincimento, perchè penso che un 
« popolo non può venire grande e potente, conscio de' suoi 
« destini, se non si accosta alla religione e non la considera 
« come un elemento essenziale della sua vita privata e pub- 
« blica ». 

E altrove : « 11 mio spirito è profondamente religioso. La 
« religione è una forza fondamentale che va rispettata e di- 
« fesa. Sono pertanto contrario alla demagogia anticlericale 
« ed ateista. Affermo che i! cattolicismo è una grande potenza 
« spirituale e morale ». 

Ed io tenendo ben presenti nella mia mente le dichiara- 



— 230 — 


zioni del Duce, non ini peritai di esprimermi in tal guisa ne! 
IV Canto del mio poema : La storia della Musica e della Poesia . 

Per tua virtù vedemmo andar travolta 
licenza, che al mal far sempre consiglia, 
che di sue colpe nella ebbrezza stolta 
stolto così non men conforto piglia. 

Sua cupidigia d’ogni freno sciolta 
negò dritti alla patria e alia famiglia, 
dritto più alcun non v'ha là dove dice 
la superbia dell’uom : S’ei piace, ei lice. 

In tanta iniqua orribile sentenza 
invan si ricercò del cuor la pace; 
tranquilla mai non è la violenza, 
che lecito si fa ciò che le piace. 

Lieta sembra talor, ma in apparenza, 
che l’uomo interno è un turbine vorace, 
turbine che sull’anima perversa 
o la vergogna o il tremito riversa. 

i 

L giunta a tanto mal voce funesta 
alzava a cielo i liberi pensieri: 
ma qual di bene uman ventura è questa 
che ha discoperto aitine eterni veri? 
ahi! tal voce si alzò da chi detesta 
l’armonia dei diritti e dei doveri; 
da chi ripugna a ciò che gli è prescritto 
dal suo dovere e dall’altrui diritto. 

K intento al patrio ben non pur di Dio 
l’onor propugni e l’inconcusse leggi, 
ma nemico a malefico desio 
i diritti dell’uomo ognor proteggi; 
che libero è sol quei, ch’è giusto e pio, 
e tu degli imi a! par gli alti correggi; 
così a spegnere in questi e in quelli il male 
tuona tua voce, ed b con tutti eguale. 

E al nuovo impulso tuo vita gioconda 
ha di Cristo la Fede, e assume aspetto 
dianzi non visto, e in sua luce feconda 
rischiara ogni più torbido intelletto. 



— 231 — 


Chi la Fede credea già moribonda 
or ben si avvede del contrario effetto, 
chè la Croce innalzata in Campidoglio 
disperde e abbatte ogni profano orgoglio. 

Dell’opre tue si eccelse al forte raggio 
s’illumina l’italico orizzonte, 
fugando alfìn d’un secolo selvaggio, 
nostra vergogna, le discordie e Tonte; 
dimenticato ogni sofferto oltraggio 
solleva Italia la serena fronte, 
e guidata da te per via novella 
risorge a vita gloriosa e bella. 




CON QUALE DIKITTO IL PONTEFICE DEVE 
RISIEDEBE IN POMA 


Secondo il pensiero del nostro Poeta, il pontefice deve 
avere la residenza in Roma. 

Dante chiama Clemente V pastor senza legge, (cioè di¬ 
spregiatore delle leggi umane e divine) ascrivendo a sua grande 
colpa lo avere trasferito la sede apostolica ad Avignone ab¬ 
bandonando così 


linma e il suo impero 

che per disposizione di Dio fu destinata ad essere la sede del 
papato. Dante considerò sempre un deplorevole avvenimento 
la traslazione della Sede pontificia da Roma. Il nostro Poeta 
nella lettera ai cardinali italiani scrive che appunto per la tra¬ 
slazione della sede apostolica ad Avignone: « liomam viduam 
« et deserta»», lugere compellinmr » e spera che « huiusmodi 
« exorbi tationis auctores vogliano finalmente, riconducendo al 
«( Vaticano il Pastore supremo, apporvi rimedio, prò sponsa 
« Chrìsti , prò sede sponsae in terra ». 

Nella line del nono Canto del Paradiso si lamentano i danni 
cagionati a Roma e alla Chiesa per colpa di Clemente V che 
trasportò la sede Pontificia in Avignone. 

« Ma Vaticano, e l'altre parti elette 
« di Roma che son state cimiterio 
« alla milizia che Pietro seguette, 

« tosto libere lìen deiradulterio. 

La storia conferma ancora l'apostrofe dantesca a Cle¬ 
mente V nel XVIII Canto del Paradiso: 

« Ma lu che sol per cancellare scrivi. 

« pensa che Pietro e Polo che morirò 
« per la vigna che guasti ancor son vivi. 


- 234 


« Ben puoi tu dire : I’ ho termo il disiro 
« si a colui che volle viver solo, 

« e che pei* salti fu tratto al martiro, 

« ch’io non conosco il Pescato»*, nè Polo. 

E per la medesima ragione nel IX Canto è pur detto : 

.... il maledetto flore 
« ha disviate le pecore e gli agni 
« perocché ha fatto lupo del pastore, 

cioè il famoso e vaghissimo fiorino d’oro coniato in Firenze, 
con le effìgie del Battista, « avendo generato l’avarizia ne' 
« petti degli uomini, fa traviare non solamente i laici, ma 
« eziandio gli ecclesiastici : » secondo che commenta il Costa 
ed ogni altro commentatore della Divina Commedia . 

Adunque Dante riteneva, secondo il senso dei riportati 
versi, che Clemente V ed i cardinali standosene in Avignone 
intenti ad accumulare ricchezza avevano lasciato Doma viduam 
et deserta m, la quale allora era invasa dalle milizie di He Ro¬ 
berto die presero possesso detta liasitica Vaticana t dell*altre 
fortezze dì Doma. 

E queste parole del Muratori sembrano una spiegazione 
a quelle di Dante : 

« Ma Valicano e l’altre parti elette 
« di Homa,i che son stale cimiterio 
« alla milizia, che Pietro seguette. 

Il diritto però di risiedere in Roma, non deve signilìcare 
che al Pontefice davasi il diritto di esercitare il potere tem¬ 
porale. E’ vero che in Roma, secondo il pensiero di Dante, 
deve dimorare il Pontefice; ma la sua dimora nella città di 
Roma deve limitarsi unicamente nell’ambito dei diritto ad 
habitandum , All’Imperatore oltre al diritto ad habitandum 
spettava anche l’altro ad possùtenduw, Siffatta distinzione è 
una luce improvvisa che dissipa le tenebre dei dubbi e degli 
equivoci sopra un passo tanto discusso della Divina Commedia. 

Dante si spiega chiaramente, ed è tutta colpa de’ suoi 
commentatori che vogliono portare confusione colà dove non 
è che chiarezza e precisione. La distinzione de’ due diritti 
tanto ad habitandum quanto ad pnssidendwn viene dichiarata 
nel Canto XVI del Purgatorio. 

Non essendosi fatta la debita distinzione del diritto ad 



- 236 - 


habilaadum spettante al Pontelìce e all’Imperatore, dai diritto 
ad po.uidendum spettante solamente all'Imperatore romano, 
sorsero i sostenitori di due contrarie opinioni che si contrasta¬ 
rono la gloria d’avere ciascuno d’essi dalla loro parte Dante 
Alighieri : 

I.'uno d’essi si armava deirepifomena : 

Di voi pastor s’accorse il Vangelista. 

Ahi! Costanti» di quanto mal fu maire 
non la tua conversion, ma quella dote 
che da te s’ebbe il primo ricco patre. 

.Non trascurando gli altri non meno acri versi : 

.... la Chiesa, di Doma 
per confondere in sè due reggimenti 
cade nel fango, e sè brutta e la soma. 

I sostenitori dell’altra opinione, cioè i così detti tempo¬ 
ralisti, dal loro canto si affrettavano a correre ai ripari con 
i seguenti versi che trovatisi nel II dell’Inferno. 

. . . . Ei fu dell'alma Doma e di suo impero 
nell'empireo eie! per padre eletto; 
la (piale e il quale (a voler dir lo vero) 
fur stabiliti per lo loco santo 
u' siede il successor del maggior Piero. 

E si gli uni come gli altri spigolavano qua e colà nella 
Divina Commedia parecchie sentenze, che si giudicano op¬ 
portune a sostenere sì Cuna come l’altra opinione in guisa 
che parrebbe che Dante in questo argomento si contraddica 
più volte nelle sue affermazioni, il che io non credo, o propon¬ 
gono dimostrarlo. 

I già riportati versi, e specialmente i seguenti : 

Doma, e suo impero 
fur stabiliti per lo loco santo 
u’ siede il successor del maggior Piero 

vogliono dire : Doma e il suo impero furono stabiliti per la 
sede apostolica del sommo Pontefice della Cristianità, ch’è il 
successore di S. Pietro, sopra intendente de' pastori dell'uni¬ 
verso ovile di Cristo. 

Doma adunque deve essere la sede del Pontefice e dell’Im- 
peratore. ma tanto quello come questo debbono esercitare eia- 




- 236 - 


scuno i propri diritti, cioè il Pontefice il diritto ad habìtandum , 
rimperatore romano il diritto ad possidendum. 

Ma quando i pontefici, arrogandosi il diritto dell’Impera¬ 
tore romano ad possidendum , vollero esercitare il potere tem¬ 
porale, che divenne Koma? 

Dante ci fa invilo a leggere ciò che egli ha scritto nel 
XIX deirinferno, il che io di buon grado faccio, lietissimo die 
Dante stesso vorrà darci tutte quelle spiegazioni necessarie a 
rettamente intendere il suo concetto. 

Nicolò 111. degli Orsini, credendo di parlare a Itoni- 
facio Vili anzi che a Dante, gli dice: 

Se’ tu sì tosto di quelfaver sazio 
per lo qual non temesti tórre a inganno 
la bella donna, e di poi farne strazio? 

Di voi, paslor, s'accorse il vangelista 
quando colei che siede sovra Tacque 
puf Inneggiar co’ regi a lui fu vista. 

Quella, che con le sette leste nacque; 
e dalle dieci corna ebbe argomento 
finché vietate al suo marito piacque. 

Vhi! C.ostaiilin ili quanto mal fu maire 
non la tua conversimi, ma quella dote 
che da te s’ebbe il primo ricco patre. 

Ora chi è la beila donna che Dante dice aver Bonifacio Vili 
tolta a inganno? Ella è colei che siede sovra l'acque colei che 
con le sette teste nacque e dafte dieci coma ebbe argomento, 
è, come si ha nell’Apocalisse, meretrir magna, qua e sedei 
super aquas multasi cimi qua fornicati sunt reges termo.... 
habentem capita septem , et cornua decem. 

Questa profezia dell’Apocalisse riguarda la Doma pagana, 
e perciò tutta la confusione delle inesatte spiegazioni dei 
commentatori dipese perchè non si riportarono alle spiega¬ 
zioni dell’Apocalisse stessa. 

Se così avessero fatto, avrebbero inteso che coslei è la 
grande città, e che le sette teste sono i sette colli e che le 
dieci corna sono i dieci re, i re della terra sopra i quali la 
grande città dei sette monti siede regina. 



- 237 


Urti intesa così l’allegoria della bella donna, troviamo 
che alla idea di Dante si appresenta : 

« . . . . Roma e il suo impero che fu tolto a inganno, 
con male arti. E la bella donna, è la città dei sette colli, è 
(in altri termini) il temporale potere di Doma, la quale habet 
regnimi super regia terrae. 

Ora siccome anche questo temporale potere, questo im¬ 
pero di Koma è cosa santa, è cosa di Dio (per sentenza di 
Dante) perchè anche questo fu stabilito da Dio pei lu loco 
santo, u' siede il successor del maggior Piero , ne viene per 
logica conseguenza che il togliere ad inganno, ed imposses¬ 
sarsi con male arti di questo potere è simonia; ed è simonia 
pure quando questo potere si adultera per oro o per argento , 
facendosi mercato con esso di una cosa di Dio, che debb'es - 
sere sposa di bordate, d’incorruttibile purezza. 

«Quindi Koma, la temporal possanza di Koma putlaneg- 
giar co' regi a lui fu vista , perchè (lo dice S. Giovanni nel¬ 
l’Apocalisse) con essa fornicali sunt reges terrae. 

Ed ecco che base a tulle queste incriminazioni di scandali 
simoniaci è . . . . l'avarizia , che il mondo attrista calcando 
i buoni e sollevando i pravi . 

Ecco perchè Dante condannando le fornicazioni dei re 
della terra con Roma, cioè la temporale possanza che si eser¬ 
cita da! successor del maggior Piero , dice che di tanto male 
fu malve non la conversione di Costantino al cristianesimo, 
la quale entra nel dominio spirituale del capo visibile della 
Chiesa, ma quella dote di temporale potere, che da esso Co¬ 
stantino prese il primo ricco patre , cioè S. Silvestro. 

Dante condanna questa dote, questo temporale potere 
come originariamente ed essenzialmente cattivo produttore 
di mali; poiché per esso si vede che la bella donna puttaneggiò 
coi re dopo che cum ea fumicati sunt reges terrae . Tutto 
andò bene finché virtute al suo marito piacque, e finché il 
temporale potere dalle dieci corna ebbe argomento, cioè finché 
Roma, la quale nacque, vale a dire fu edificata sui sette 
colli, e la quale dai molti regni e popoli da cui riscuoteva 
obbedienza e rispetto, ebbe e proseguì ad avere argomento 
d’autorità e di possanza, e finché quegli che reggevane il 
peso, cioè il sommo pontefice, ebbe in piacimento la virtù. 
E Dante dice che ella ebbe autorità e possanza per solo quel 
tempo, che al rettore di lei fu la virtù in piacimento, essendo 
che in progresso, piacendosi la Curia Romana più dell’argento 



— 238 — 


e dell'oro che della virtù, e prostituendosi ai re della terra, 
ella considerata per sè stessa, e indipendentemente dalla 
Chiesa cattolica, decadde nell’opinione e perde quella pos¬ 
sanza e autorità di che aveva per tanto tempo meritamente 
goduto. 

Quindi finché piacque virtù al murilo della bella, donna , 
il dono, « che Costantino al buon Silvestro fece », rassomiglia- 
vasi di varii fiori ad un gran monte, ch’ebbe già buon odore; 
ina per le sopravvenute fornicazioni coi re della Ima, or 
puzza forte; siccome anche l’Arioslo spiega il concetto dan¬ 
tesco (Canto XXXIV) ». 

E Dante, desiderando che tanto male sparisse, non ve¬ 
deva che due rimedi : il primo, che il marito della bella donna, 
cioè il Pontefice reggitore di lei, tornasse a quella virfù, che 
ripudiava qualunque cupidigia di potere temporale; ed in tal 
caso la possanza e l'autorità spirituale di Doma avrebbe 
avuto nel Pontefice il suo sacro rappresentante; il secondo 
che un Imperatore, sostenuto dalla forza delle armi, avesse 
ristabilita quella possanza e questa autorità, mediante un 
impero universale. Dante disperò del primo rimedio, quindi 
è che si appigliò al secondo; ma con tutto ciò voleva sempre 
che Roma fosse la immutabile sede del papato. 



IL POTERE TEMPORALE, SPETTANTE PER 
DIVINA DISPOSIZIONE ALL’ IMPERATORE 
ROMANO, ESERCITATO DAI PAPI, È CAGIO¬ 
NE DI TUTTE LE SCIAGURE D’ITALIA 


Nel XVI Canto del Purgatorio, mentre Dante, sostenuto 
da Virgilio, cammina per entro un fumo oscurissimo, ove sono 
avvolte le anime che si purgano del peccato dell’ira, ode voci 
pregare per pace e misericordia. 

Tra queste anime trova quella del Lombardo Marco, il 
quale spiega a Dante, che gliene aveva mossa domanda, la 
causa della umana corruzione in generale, cli'è inerente all’u¬ 
mana depravata natura, ed in particolare di quella che imper¬ 
versava ai tempi del Poeta. 

E qui è necessario per addentrarci nell’alto e filosofico 
pensiero di Dante riportare per intero quanto egli dice intorno 
alla umana corruzione ed intorno ai mali politici che trava¬ 
gliavano l’Italia ai suoi tempi, nonché accennare quei radicali 
rimedi ch’egli credeva necessari per condurre Tumanilà dallo 
stato di miseria allo stato di felicità scopo fondamentale, anzi 
unico, delia Divina Commedia. 

Passiamo a riportare il colloquio tra Dante e il Lombardo 
Marco; Dante così parla : 

Lo mondo è ben così tutto diserto 
d’ogni virtute, come tu mi suone, 
e di malizia gravido e coverto; 

ma prego che m’additi la cagione, 
sì clfio la vegga, e ch’io la mostri altrui; 
chè nel cielo uno, ed un quaggiù la pone. 

Alto sospir, che duolo strinse in hui! 
mise fuor prima, e poi cominciò: Frate, 
lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui. 



- 240 


Voi che vivete ogni cagion recate 
pur suso al cielo, sì come se tutto 
movesse seco di necessitate. 

Se così fosse, in voi fora distrutto 
libero arbìtrio, e non fora giustizia 
per ben letizia, e per male aver lutto. 

Lo cielo i vostri movimenti inizia, 
non dico tutti; ma posto ch’io ’1 dica, 
lume v’è dato a bene ed a malizia, 

e libero voler, che, se fatica 
nelle prime battaglie col ciel dura, 
vince poi tutto se ben si nutrica. 

A maggior forza ed a miglior natura 
liberi soggiacete, e quella cria 
la mente in voi, che il Ciel non ha in sua cura. 

Però, se il mondo presente disvia, 
in voi è la cagione, in voi si cheggia. 
ed io te ne sarò or vera spia. 

Esce di mano a Lui, che la vagheggia 
prima che sia, a guisa di fanciulla, 
che piangendo e ridendo pargoleggia, 

l’anima semplicetta, che sa nulla, 
salvo che, mossa da lieto Fattore, 
volentier torna a ciò che la trastulla. 

Ih picciol bene in pria sente sapore; 
quivi s’inganna e dietro ad esso corre, 
se guida o fren non torce il suo amore. 

Onde convenne legge per fren porre; 
convenne rege aver che discernesse 
della vera cittade almen la torre. 

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? 
nullo; però che il pastor, che precede, 
ruminar può, ma non ha Fungine fesse. 

Perchè la gente, che sua guida vede 
pure a quel ben ferire ond’ella è ghiotta, 
di quel si pasce, e più oltre non chiede. 



- 241 


Ben puoi veder che la mala condotta 
è la cagion che il mondo ha fatto reo, 
e non natura che in voi sia corrotta. 

Soleva Roma, che il buon mondo feo, 
due Soli aver, che Cuna e l’altra strada 
facean vedere e del mondo e di Deo. 

L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada 
coi pasturale; e l’un con l’altr.o insieme 
per viva forza mal convien che vada; 

Però che giunti, l’un l’altro non teme. 

Se non mi credi, pon mente alla spiga, 

ch’ogni erba si conosce per lo seme. 

' > « 

In sul paese eh'Adige e Po riga, 
solea valore e cortesia trovarsi . 
prima che Federico avesse briga. 


Dì oggimai che la Chiesa di Roma, 
per confondere in sè due reggimenti, 
cade nel fango e $è brutta e la soma. 

0 Marco mio, diss’io, ben argomenti, 
ed or discerno perchè dal retaggio 
i: li figli di Levi furono esenti. 

« 11 mondo è ben veramente spogliato di ogni virtù, come 
tu mi dici, ed è gravido di malizia che si nasconde nel cuore 
degli uomini, e ricoperto di malizia per le opere colpevoli 
che si manifestano apertamente. 

Ma ti prego che tu voglia dichiararmi la vera cagione 
dell’umano pervertimento si ch’io la conosca e possa così 
palesarla ad altri. Questa deprecata cagione non è ben nota, 
poiché taluno l’ascrive all’influsso delle stelle, e la riscontra 
in terra inerente all’umana natura. 

Il buon Marco emise un forte sospiro che manifestò l’in¬ 
terno dolore in un prolungalo hui, e poi così proseguì a par¬ 
lare: Fratello,, il mondo purtroppo è cieco, e,tu ben mostri 
.dalle'due parale che vieni da lui, .poiché non riesci a di¬ 
scernere la cagione dell’umano pervertimento. 

Voi, che vivete, quasi a scusare le vostre colpe, ne at- 





- 242 - 


tribuite ogni cagione alPinflusso delle stelle, come se tulli gli 
avvenimenti fossero necessari effetti di lei. Se la cosa pro¬ 
cedesse veramente secondo la vostra affermazione, in voi sa¬ 
rebbe distrutto il libero arbitrio e non vi sarebbe giustizia 
alcuna nell’assegnamento dei premi pei* il bene operato, e 
dei castighi per le colpe commesse. 

I! cielo dà principio ai vostri movimenti, ma non dico 
però a tutti, ma pure ammesso ch’io lo dica, ciò non po¬ 
trebbe scusare le vostre colpe,, poiché vi è stata data la ra¬ 
gione con la quale potete distinguere ciò ch’è bene da ciò 
ch’è male. Vi è stato dato il dono del libero arbitrio, il quale 
benché in principio fatica a vincere la cattiva inclinazione 
della natura umana che voi attribuite alle influenze delle sfere 
celesti, in seguilo, ben diretto, vi rende atti a sottomettere il 
talento alla ragione. Voi, senza perdere nulla della vostra li¬ 
bertà, soggiacete ad una forza maggiore, ed a natura mi¬ 
gliore, ch’è Dio stesso, il quale crea la mente, l’intelletto in 
voi del tutto libero, e che perciò non soggiace alPinflusso 
degli astri ed al movimento della materia. Però se il mondo 
presente disvia dal retto sentiero del bene e della virtù, la 
cagione di questo disviamento è in voi, e perciò in voi uni¬ 
camente si ricerchi. Ed ora di quanto io dico ti sarò vero e 
preciso dimostratore. 

L’anima semplicetta, che nulla sa, poiché ciò che ie viene 
dai sensi, salvo che anche mentre nulla sa, dato che pro¬ 
cede, deriva da un Creatore, fonte di letizia e di beatitu¬ 
dine, ritorna volentieri a ciò che la trastulla. Di a quest’anima 
semplicetta, esce dalle mani del Creatore che la vagheggia, 
l’ha presente nella sua eterna idea anche prima di crearla, 
prima ch’ella esista, ed allora che esce dalle mani di Dio è 
come una pargoletta che ora piange ed ora ride senza sa¬ 
perne la cagione. 

L’anima semplicetta adunque, ho detto, che sa nulla 
salvo che mossa da lieto Fattore torna volentieri a ciò che 
la trastulla, perchè : (il sommo desiderio di ciascuna cosa e 
prima delia natura dato , è il ritornare al suo principio , e 
perocché Iddio è principio delle nostre anime , e fattore di 
quelle simili a sé , essa anima massimamente desidera tor¬ 
nare a quello. (Convivio). 

In principio sente piacere di bene caduco che viene dai 
sensi, e s’inganna credendo di trovare la vera felicità nei 
beni terreni, e ne segue che ingannata corre dietro il bene 



- 243 - 


terreno se provvida guida di saggia educazione» o freno di 
savie leggi nel pubblico reggimento, non istrada il suo amore 
al vero e giusto obbietto. 

Ripeto che sente piacere di piccioli beni perchè la sua 
conoscenza da principio è imperfetta, e perciò i piccioli beni 
le paiono grandi, e però di quelli comincia prima a deside¬ 
rare . Onde vedemo i parvoli desiderare massimamente un 
pomo : e poi , più olire procedendo desiderare un uccellino : 
e poi, più olire, desiderare bello divertimento; e poi il ca¬ 
vallo, e poi una donna, e poi ricchezza non grande, e poi 
più grande, e poi più. E questo incontra perchè in nulla di 
queste cose trova quello che va cercando, e crede di trovare 
più oltre. (Convivio). 

Ora per il bisogno della sana educazione, e del freno 
del buon governo fu necessario la istituzione delle leggi ci¬ 
vili. E fu ancora necessario nominare un rettore che inse¬ 
gnasse agli uomini la torre, eh’è la parte più forte e princi¬ 
pale della vera città, cioè del Paradiso. Le leggi civili sono 
state promulgate e non mancano; ma chi vigila a farle ri¬ 
spettare e ad applicarle quando occorra? Nessuno; poiché il 
pastore, il pontefice, che va innanzi a tutti, guida il gregge, 
può bene impartire la sua dottrina, ma egli estesso poi non 
porge il buon esempio di seguire in pratica gli stessi suoi 
insegnamenti. Per conseguenza la gente, la quale vede la sua 
guida, ch’è il pastor che precede, aspirare a quei beni ter¬ 
reni, che sono le ricchezze e le possessioni, delle quali essa 
pure per male inclinazione è desiderosa, si pasce liberamente 
di queste, ed uniformando il suo operare sul cattivo esempio 
della guida, non si cura di sapere altra cosa. 

Ed ora ben puoi ritenere che la cattiva condotta, cioè il 
mal governo del pontefice è la sola unica cagione che ha 
reso malvagi gli uomini, e quindi la cagione di questo gene¬ 
rale pervertimento non può ascriversi alla natura umana, nè 
possiamo ritenere ch’essa siasi corrotta. 

Roma, che fece buono il mondo e virtuose le genti con 
le dottrine evangeliche, e col disprezzo delle ricchezze, era 
solita ad avere due Soli, due autorità, una spirituale e l’altra 
temporale, il pontefice e l'Imperatore, i quali erano luminosa 
scorta additando l’uno la via di onesto e lieto vivere civile, 
e l’altro qual fosse la strada che conduce a Dio. Ora che l’un 
Sole ha spento l’altro; il pontefice ha spento l'imperatore, ar- 



— 244 — 


rogandosi i diritti di questi : e la spada, il potere temporale, 
è congiunta col pastorale, col potere spirituale, e questi due 
poteri indebitamente congiunti, conviene necessariamente che 
male procedino, poiché uniti insieme non può runa autorità 
aver timore dell’altra, e non può, ove trascorra, esser, come 
dovrebbe, frenata dall’altra. 

E se non mi credi, considera la spiga, il fruito ch’è de¬ 
rivato dall’unione delle due autorità, poiché ogni erba si ri¬ 
conosce dal seme che ne deriva. 

Nel paese irrigato dall’Adige e dal Po, si trovavano va¬ 
lore e cortesia innanzi che Federico II avesse contese col 
socerdozio. 

. . . Ormai dì pure che la Curia Romana nel confondere 
in se i due reggimenti, il temporale e lo spirituale, cade nel 
fango e deturpa non solo sé medesima, ma il carico di questi 
due poteri. 

0 mio buon Marco, io risposi allora, tu ragioni assai 
giustamente; ed ora comprendo il motivo perchè i Leviti, 
tribù socerdotale, non furono immessi nel possesso delle terre 
di Canaan quando furono fatte di queste le divisioni fra le do¬ 
dici tribù d’Israele. La ragione è che attendendo alle cose 
terrene si sarebbero distratte dagli uffici del sacro ministero 
ad esse commesso. 



LA UMIFICAZIONE DEI DUE POTERI, SPIRI¬ 
TUALE E TEMPORALE, CONSEGUITA 

DAI PAPI 


L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada 
col pasturale; e l’un con l’altro insieme 
per viva forza mal convien che vada. 

E’ comune opinione tra i commentatori della Divina Com¬ 
media che il nostro Poeta con questi versi alluda ad un fatto 
particolare avvenuto ai suoi tempi, e tanto più se vogliamo 
ben ponderare gli altri versi che dicono la stessa cosa: 

1)1 oggimai che la Chiesa di Roma 
per confondere in sè due reggimenti 
cade nel fango e sè brutta e la soma. 

Dobbiamo perciò convenire che il caso diede a Dante il 
vantaggio di potere addurre una dimostrazione basata sulla 
realtà per confortare la sua massima, la quale si è di non do¬ 
versi al pontefice riconoscere il diritto ad possidendum , mas¬ 
sima che del resto era confortata dalla autorità del Vecchio e 
del Nuovo Testamento. Infatti il nostro Poeta così si esprime 
nel De Monarchia: «in questi inei due testamenti) non mi è 
« dato trovare che sia stata commessa la cura e la sollecitudine 
« dei beni temporali al sacerdozio antico e moderno. Anzi trovo 
« che i primi sacerdoti per comandamento furono rimossi da 
« quella cura e da quella sollecitudine, come rilevasi da quanto 
« Dio prescrisse a Mosè, ed i sacerdoti cristiani da quello che 
« Cristo prescrisse ai discepoli »». 

Adunque, riferendoci a quanto si è dianzi toccato. Dante 
faceva allusione ad un fatto de’ suoi tempi; a tal proposito 
ecco quanto opina il Mercuri in una sua lettera pubblicata 
a Napoli nel 1853 : « E come nel pastor che precede , cioè 
« che va innanzi, ha la precedenza, il primato sull’imperà- 
« tore, non riconoscere Giovanni XXII, che fu il solo Papa, 
« che vacante imperio la fece da imperatore e da papa, e fu 
« il primo de’ papi che ne! 1316 aggiunse la seconda corona 
« alla tiara? Il che non fece Clemente V, nè Bonifazio Vili. 



- 240 


« E ciò più apertamente si riconosce ne’ versi che seguono, 
« quando dice ha giunta la spada, die è l’impero al pasto - 
« rate , la Chiesa, come ancora nel Canto Vili del Paradiso, 
« dov'è detto : 

« Ma voi torcete alla religione 

« tal che fu nato a cingersi la spada, 

« ove sotto il nome di spada si allude aH’impero, il quale 
« affettava Giovanni XXII ». 

Però ammesso pure che Dante facesse allusione ad un 
fatto particolare de’ suoi tempi, da ciò non devesi trarre 
motivo per escludere che Dante parli di cosa stabilita 
per massima generale. E’ vero come nota il IVOvidio « che 
« il potere temporale contro cui Dante tonava non è per l’ap- 
« punto quello che il moderno liberalismo ha di mira. Dante 
« l’aveva col principato teocratico : con la pretensione dei papi 
« ad esercitare una sovranità politica sopra l’impero e su tutti i 
« regni e principati; a dare e togliere le corone, a usurpare 
« il dominio universale spettante, nelle cose terrene, all’im- 
« peratore. Ma che il papa possedesse qualche lembo di terra, 
« esercitandovi quelle giurisdizioni che allora si accompagna» 
<( vano a tali possedimenti, Dante non curava anzi ammetteva. 

« Ma tutto questo che prova? Forse che Dante era acceso 
« fautore di quel potere territoriale, purché non vi si soprap- 
« ponessero le aspirazioni teocratiche? No davvero. 

«.Il vero è che dal modo come Dante si atteggiò 

« verso tutto quel complesso che fu il potere civile dei papi 
« nell’età sua, dice chiaramente ch’egli avrebbe con impeto 
« non minore riprovato il possesso territoriale trasformato in 
« vera e propria monarchia ». 

Concludendo convengo col D’Ovidio che Dante ammetteva 
che il papa possedesse qualche lembo di terra esercitandovi 
la propria giurisdizione (ecco le basi deU’odierno Concordato 
che sarebbe stalo pienamente approvato da Dante) ma non 
poteva assolutamente ammettere il possesso territoriale tra¬ 
sformato in vera e propria monarchia , la quale sarebbe 
stata d’ostacolo alla attuazione del sistema politico dantesco 
col quale si stabilisce 'come ne ho a lungo parlato in altro 
luogo di quest’opera) che « in un regno particolare (e tale 
« Dante considerava l’Italia, il cui re doveva essere l’impe- 
« ratore romano) uno conviene che sia il re che regge e 
« governa ». 



I SACERDOTI DEBBONO METTERE IN PRA¬ 
TICA ESSI STESSI 
LE VIRTÙ CHE INSEGNANO 


Ura prima di procedere innanzi è necessario fare qual¬ 
che spiegazione intorno al ruminare e alle unghie [esse. Dio 
vietò agli ebrei di cibarsi di quelli animali che non aves¬ 
sero le due qualità ricordate nei versi di Dante, cioè il ru¬ 
minare e le unghie fesse. 

La interpretazione dei padri della Chiesa ci fa sapere 
che per il ruminare si debba intendere !a sana dottrina che 
il popolo doveva ricevere come cibo dai sacerdoti, signifi¬ 
cato sotto la metafora del ruminare. Inoltre i sacerdoti do¬ 
vevano confermare il fatto al detto, cioè dovevano essi stessi 
praticare la virtù che insegnavano, e queste erano intese nel- 
funghie fesse. E ciò perchè i costumi ed il tenore di vita 
dei sacerdoti non corrispondeva ai buoni insegnamenti dati 
da loro. 

Ora ricordiamo quanto Dante dice nel Libro II del De 
Monarchia : « E’ fu bisogno all’uomo di due direzioni, se- 
« condo i due fini, cioè del Sommo Pontefice, il quale se¬ 
te condo le rivelazioni, dirizzasse la umana generazione alla 
« felicità spirituale, e dello imperatore, il quale, secondo gli 
« ammaestramenti filosofici, alla temporale felicità dirizzasse 
« gli uomini.,.. ». 

Queste parole di Dante sono di commento ai seguenti 
versi : 

Soleva Roma che il buon Mondo feo, 
due Soli aver che funa e l’altra strada 
facean vedere e del Mondo e di Deo. 

Ma i Pontefici, volendo esercitare il potere temporale, 
spettante per diritto all’imperatore romano, avvenne che : 

L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada 
col pasturale, e l’un con l’altro insieme 
per viva forza mal convien che vada. 



248 — 


Ed infatti come procedesse male il pontefice rivestito de’ 
due poteri, Dante ci ha dimostrato con la rievocazione della 
profezia dell’Apocalisse; e su ciò abbiamo già parlato. In se¬ 
guito vedremo come Dante'ci spiegherà con altre allusioni 
come male procedano i due poteri unificati nel pontefice. 

Però che giunti l’un l’altro non teme, 
se non mi credi, pon mente alla spiga, 
ch’ogni erba si conosce per lo seme. 

E se non credi a quel ch’io dico, cioè come i due po¬ 
teri congiunti insieme procedano male, guarda al frutto che 
nè è venuto, poiché ogni erba si conosce* dal seme: 

In sul paese cb’Adige e Po riga 
. ■ solea valore e cortesia trovarsi . 
prima che Federico avesse briga.- 

’ Il t Costa giustamente commenta: «.Nella Marca Trivi- 
« giana, nella Lombardia e nella Romagna'erano buoni i co- 
« stùmi prima che Federico II imperatore avesse briga con 
« la Chiesa, prima cioè che avessero inconiinciamento le con¬ 
trovèrsie fra il sacerdozio e l'impero. E non v’ha dubbio 
«che le gare ch’ebbe lai Corte Romana .e col quarto Arrigo 
a<e col Rarbarossa e cori Federico 11, furono accompagnate 
« da vituperevoli eccessi per l’una parte e per l’altra, e che 
« per esse principalmente s’introdusse e s’alimentò la divi- 
« sione e l’odio fra i popoli italiani ». 

Infatti riguardo agli odi e alle divisioni fra i popoli ita¬ 
liani, Dante nel VI del Purgatorio, rimproverando alla Curia 
Romana la grave eplpa, perniciosissima al bene d’Italia, di 
aspirare a congiungere al potere spirituale il potere tempo¬ 
rale, si scaglia con questa apostrofe : 

Ahi! gente, che dovresti esser devota, 
e lasciar seder Cesare in la sella, 
se bene intendi quel che Dio ti nota. 

Ahi! Guelfi (cosi giustamente spiega il Costei) « della Ro- 
« mana Corte, che dovreste esser devoti, consacrati a Dio, 
« prendendovi cura delle cose di lui e lasciando all’impera- 
« tore le cose del Mondo (cioè il potere temporale) se berte inten- 
« dete quelle parole che Gesù Cristo disse .a vostro documento 
« (cioè date a Cesare ciò che è -di Cesare; if’regno mio non è 
« di questo mondo ». ’. 



— 240 — 


E Dante incalza: 

Guarda congesta fiera è fatta fella 
per non esser corretta dagli 'sproni, 
poiché ponesti hiano alla predella! 

« Guarda, o gente che dovresti ubbidire alle leggi divine, 
guarda come questa cavalla è divenuta ricalcitrante (cioè 
come malia vive nell’assoluta anarchia senza freno di sane 
leggi) e ciò è avvenuto perchè tu, o gente che dovresti esser 
devota, pretendi di governarla e di arrogarti i diritti dell’im¬ 
peratore de’ Romani, che dovrebbe infrenarla con gli sproni, 
cioè con il freno di severe leggi ». * 

Dante rimprovera acerbamente la Curia Romana che stu- 
diavasi con ogni mezzo a congiungere la spada al pastorale. 
E siffatta unione è strenuamente oppugnata nel quarto Libro 
del De Monarchia. 

E quale era la perniciosa conseguenza dell’unione de’ due 
poteri voluta dai pontefici, e della conseguente esclusione 
dell’imperatore Romano? 

Facciamo rispondere Dante che così apostrofa l’Italia 
priva della guida dell’imperatore. 

.in te non stanno senza guerra 

li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode 
di quei, che un muro ed una fossa serra. 

Cerca, misera, intorno delle prode 
le tue marine, e poi ti guarda in seno, 
s’alcuna parte in te di pace gode. 

Che vai perchè ti racconciasse il freno 
Giustiniano, se la sella è vota? 

Senz’essa fora la vergogna meno. 

« E presentemente entro tutto il tuo territorio non si ri¬ 
stanno dal guerreggiare tra di loro i tuoi abitanti, e l’uno 
e l’altro si dilania a vicenda per le lotte di oppugnantisi par¬ 
titi anche fra gli abitanti di una stessa città. 

Osserva, o misera Italia, le città e le terre tutte che co¬ 
steggiano i tuoi mari, l’Adriatico ed il Mediterraneo, e poi 
osservando quelli che sono nel continente per tutta la sua 




lunghezza e larghezza, guarda se in te puoi trovare una sola 
parte che goda i benefici tesori della pace. 

Che giova, o cavalla indomita, che l’imperatore Giusti¬ 
niano, ti riordinasse con un nuovo governo dandoti un co¬ 
dice di leggi riformate per ricondurti a nuova gloria, che 
giovò, ripeto, tutto ciò se la tua sella è vuota, se non vi fu 
chi vi sedesse per guidarti? Pensa che la tua vergogna sa¬ 
rebbe stata minore se non avessi avute le provvide leggi di 
Giustiniano ». 



I PONTEFICI CONDANNATI DA DANTE : NIC¬ 
COLO’ III, BONIFAZIO Vili, CLEMENTE V. 
IL BISIAMO PER GIOVANNI XXII. 


A Bonifacio Vili « successe Clemente V, il quale, per 
« essere francioso, ridusse la Corte in Francia, nell’anno 
« MCCCV » così si legge nel libro primo delle Storie Fioren¬ 
tine del Machiavelli al Capitolo XXVI. 

Inoltre riguardo a Clemente V, di cui Dante fa dire a 
Niccolò III che dopo Bonifazio Vili 

.verrà di più laida opra 

di vèr ponente un pastor senza legge , 
tal che convien che lui e me ricopra. 

Nuovo Jason sarà di cui si legge 
ne 1 Maccabei : e come a quel fu molle 
suo re, così fta a lui chi Francia regge. 

Ecco quanto scrive il Muratori all'anno 1314 : « Son brutti 
« i colori lasciati alla memoria del Pontefice Clemente V da 
« Giovanni Villani, da Albertino Mussato, da fra Francesco 
« Pipino e da altri. Certo alcuni ne avrà inventati la mali- 
(( gnità. Ma indubitato è ancora che un gran processo dovette 
« questo pontefice trovar nel tribunale di Dio... Fu accusato 
« di non aver conosciuto misura neli’arricchire ed ingrandire 
« i suoi parenti, ne! ridurre in commenda tanti monisteri, e 
« nell’ammassar tesori anche per illecite vie : tesori che dopo 
« la sua morte andarono tutti a sacco, colla giunta di quel 
« deforme spettacolo, che viene asserito dal suddetto frate 
« Francesco Pipino dell’ordine de’ Predicatori. ( Chron. tom. 9. 
« fier. Ital.) per relazione di chi v’era presente : cioè che di 
« tante sue ricchezze appena potè trovarsi uno straccio di 
« veste per coprirlo; e morto restò talmente abbandonato da 




- 252 - 


« tutti i suoi, intenti allo spoglio, che il fuoco caduto da un 
« doppiere gli bruciò una parte del corpo ». 

In questo ragguaglio storico è pienamente documentata 
l’affermazione di Dante che chiama Clemente colpevole di 
laida opra. 

Nuovo Giason sarà di cui si legge 
ne’ Maccabei : e come a quel fu molle 
suo re, così fia a lui chi Francia regge. 

Questi versi ci richiamano alla memoria gli all ri del 
XXXXII del Purgatorio ove è significato per allegorica imma¬ 
gine come fu molle a Clemente V. il re di Francia Filippo 
il Bello. 

Sicura, quasi rocca in alto monte, 
seder sovr'esso una puttana sciolta 
m’apparve con le ciglia intorno pronte. 

E, come perchè non gli fosse tolta, 
vidi di costa a lei dritto un gigante, 
e baciavansi insieme alcuna volta. 

Nel XXX del Paradiso Dante fissa lo sguardo in un Irono 
eccelso tuttora vuoto. Beatrice gli manifesta che quel trono 
è destinato ad Arrigo VII. 

Qui Beatrice annuncia la morte del postar senza legge 
e bruttato di laide opre , come ahbiam veduto: 

Prima che tu a queste nozze vieni, 

. sederà l’alma, che fia giù agosla, 
dell’Alto Arrigo, clfa drizzare Italia, 
verrà in prima ch’ella Ila disposta. 

La cieca cupidigia, che v’ammalia, 
simili fatti v’ha al fantolino, 
che mnor di fame e caccia via la balia; 

* E fta prefetto del Foro divino 

allora tal, che palese e coverto 
non anderà con lui per un cammino. 

Ma poco poi sarà da Dio sofferto 
nel santo ufficio, ch’el sarà detruso 
là dove Simon mago è per suo mèrlo, 

e farà quel d’Alagna andar più giuso. 



— 253 — 


« Ora prima die tu, lascialo quel di Adamo, salirai a que¬ 
ste nozze beale, in questo eccelso seggio verrà a sedersi l’a¬ 
nima che avrà il diritto imperiale, dell’alto Arrigo, il qual 
verrà « a riformare l’Italia prima che ella sia giunta a quel 
«grado di civiltà che si.richiede per essere bene ordinata». 

« E la stolta cupidigia del potere che vi guasta nell’animo 
e vi corrompe, vi fa simili al fantolino che muore di fame 
e respinge la balia che vuole popparlo, poiché così voi av¬ 
versate l'imperatore che con il freno delle leggi ricondur¬ 
rebbe la pace alla travagliata Italia; voi nella vostra follia e 
nella vostra imbecillità siete agitati dal diabolico spirito di 
divisione. 

Allora sarà pontefice tale Che ora apertamente, ora co¬ 
pertamente si opporrà ai disegni di Arrigo e non camminerà 
con lui per una medesima strada. Ma costui sarà per poco 
tollerato da Dio a tenere il pontificato, e verrà sprofondato 
nella bolgia ove sta Simon Mago per castigo de’ suoi pec¬ 
cati, e farà che Bonifacio Vili da Anagni precipiti più in 
basso ». ' 

A spiegazione delle parole di Dante: e fia Prefetto del 
Foro divino allora tal che palese e coverto, non onderà con 
lui per un cammino, richiameremo alla memoria un verso del 
XVII del Paradiso : 

Ma pria che il Guasco l’alto Arrigo inganni 

cioè prima che Clemente V della Guascogna tragga in in¬ 
ganno Arrigo VII. Qui viene a proposito di ricordare come 
da principio Clemente V, che sdegnava il suo stato di obbro¬ 
briosa soggezione a Filippo il Hello, consigliato dai suoi fidi, 
segnalò agli elettori Arrigo di Lussemburgo come il migliore 
uomo di Allemagna, il più leale, il più cattolico da venire 
a grandissime cose (Villani Lib. V1II-1X). 

Arrigo fu eletto imperatore de’ romani. Dunque come 
abbiamo dello, Clemente V da principio favorì l’elezione di 
Arrigo VII, ma dopo, per intimidazioni avute da Filippo il 
Hello, l’avversò. 

Le minacce e le intimidazioni di Filippo il Hello fatte 
a Clemente V nonché l’eseguito comando di trastare la sede 
apostolica da Roma ad Avignone, sono significate da Dante per 
figurazione allegorica nei seguenti versi che si leggono nel 
XXXII del Purgatorio. 

Ma perchè rocchio cupido e vagante 
a me rivolse 



— 254 — 


(cioè perchè da principio lavori la causa imperiale ap¬ 
provando l’elezione di Arrigo VII di Lussemburgo) 

quel feroce drudo 
la flagellò dal capo inlìn le piante. 

Poi, di sospetto pieno e d’ira crudo, 
disciolse il mostro, e trassei per la selva. 

A corollario della interpretazione allegorica di questi versi 
dell'Alighieri mi piace riportare questo passo deH’Emiliani 
Giudici nella sua Storia delle belle lettere in Italia : « La corte 
« di Doma al tempo del poema adulterava con Filippo il Hello, 

<i tiranno immanissimo sopra quanti principi terreni osarono 
« empiamente contaminare, avvilire ed impervertire la Chiesa. 

« Costei mentre era tenuta da lui in condizioni di concubina, 

« pronta a tutte le scellerate voglie del suo contaminatore, 

« sente per un istante l’infamia del proprio avvilimento, e col 
« proposito di svincolarsi da’ vituperosi abbracciamenti del 
« drudo, osa volgersi al bene d’Italia cooperando alla ele- 
« zione di Arrigo di Lussemburgo e benedicendolo ispirargli 
« il santo pensiero di ricomporre le italiche fazioni : la «piale 
«< storia è concentrata in quel volger d'occhi , che la merelrice 
« standosi tuttavia fra le braccia dell’aduflero, fa ai popoli 
« italiani rappresentati dal Poeta. Del che accortosi Filippo, 

« arde di geloso furore e minaccia e flagella il misero Clemente 
« V dal capo alle piante, come fa il dissoluto della donna che 
« sprezza, nel tempo medesimo che la bacia e l’abbraccia a 
« sfogo di libidine bestiale. Però quella medesima Cdiiesa, che 
« avea perduta l'immagine del suo essere primitivo, è da lui 
« trascinata in Francia, Fnmanità italiana, mescolandosi a più 
« crude turbolenze, col rientrare nell'antica selva dell’anarchia 
« si salva dalle-nuove aggressioni della merilrice e deH'inlìerito 
« tiranno ». 

E qui a dilucidazione di quanto si è detto, giova ricor¬ 
dare che (conforme scrive l’Emiliani Giudici) : « Morto dopo hre- 
« vissimo regno il santo pontefice Benedetto XI lasciando irrepa- 
«< rabile desiderio di sò, Filippo il Bello che aveva pur dianzi co- 
« perla d’insulti la Chiesa di Dio, forzò quasi il conclave perchè 
« la dignità ponteOcale venisse conferita ad un suo suddito. Il 
« nuovo Papa fu l’arcivescovo di Bordeaux, che tolse il nome di 
« Clemente V. Non era ancor corso un lustro dalla elezione di 
« costui alla morte di Alberto d’Austria, re dei romani, assassi- 
« nato da un suo nepote, e gli elettori imperiali, adunatisi per 



— 265 — 


« dare un successore al defunto monarca, temporeggiavano 
« ognor perplessi nella scelta. 11 re di Francia mirava a quel 
« trono per suo fratello Carlo di Valois, a cui era già stato pro- 
« messo da Bonifacio Vili, ed apparecchiava grandi arma- 
« menti onde produrne la dimanda agli elettori, tenendosi si- 
« curo che Clemente gli avrebbe prestata tutta l’autorità sua, 

« avvegnaché gravissimi storici di que’ tempi raccontino che 
« Filippo procacciando la tiara a Clemente gliel’avesse ven- 
« duta a gravissime condizioni e forzatolo ad autenticarne il 
« mercato, facendolo giurare sul corpo sacrosanto di Cristo. 
« A provarne l’effetto volle il re la Chiesa di Dio in Francia, 
« e la Corte romana fu trasportata in Avignone; pretese le 
« ricchezze dei tempalari, e Clemente li spogliò non solo ma 
« li arse vivi; osò imporre che le ceneri di Bonifacio fossero 
« maledette e la memoria infamata; e se l’accorgimento di 
« taluni sapientissimi prelati italiani impedirono che la Chiesa 
« pronunciasse una sentenza che l’avrebbe coperta di rossore, 
« non valsero a fare che l’accettazione dell’ardito processo 
« non empisse di scandalo la Cristianità ». 

Riguardo a Bonifacio Vili, condannalo dal nostro Poeta 
tra i simoniaci, giova premettere anzi tutto quanto ne scrisse 
il Muratori : « non lasciò dietro diligenza alcuna per ingran- 
« dire ed arricchire i suoi parenti, per accumular tesori, ed 
« anche per vie poco lodevoli; fu uomo pieno di idee mondane, 
« nemico implacabile de’ Ghibellini e li perseguitò quanto potè, 
« ed essi in ricompensa ne dissero quanto male mai seppero, 
« e il cacciarono ne’ più profondi burroni dell’inferno, come 
« si vede nel poema di Dante ». 

Sappiamo bene che avversi a Bonifacio Vili che voleva 
intromettersi negli affari della Repubblica Fiorentina, erano 
i Guelfi Bianchi, e tra questi il nostro Poeta. A proposito di ciò 
mi piace ricordare quanto scrisse Isidoro Del Lungo : « l’av- 
« versione di Dante ai cupidi maneggi della Curia anzi di- 
« ciamo piuttosto delia politica Guelfa, risale indubbiamente a 
« parecchi anni indietro. 

« Nel 1296 e 97 egli si oppose ai consigli allo stanzia- 
« mento di donativo in denaro che Carlo re di Gerusalemme. 
« e di Sicilia chiedeva al comune di Firenze di aiutarlo all’im- 
« presa contro i ribelli di Sicilia, e si oppose nel 1301 ad un 
« altro donativo allo stesso, sebbene sempre inutilmente ». 

Inoltre sappiamo che nel 1301 si Cardinale d’Acquasparta 
avendo chiesto a Firenze in servizio del papa cento militi, il 



— 250 — 


nostro Poeta, Consuluit quod de servitiò domino papae fa- 
ciendo mhil fiat . 

» Inolil e Dante riteneva Bonifacio come suo personale ne¬ 
mico e responsabile della condanna all’esilio. E’ chiarissima 
('allusione a ciò che viene fatta da Cacciaguida nel XVII del 
Paradiso. 

yual si partì Ippolito d’Atene 
per la spietata e perlida noverca, 
tal di Fiorenza partir ti conviene. 

Questo si vuole, e questo già si cerca, 
e tosto verrà fatto a chi ciò pensa 
là dove Cristo tutto di si mecca. 

Il che suona, come commenta il Costa: « i! tuo esilio si 
<( vuole da papa Bonifacio Vili in ltoma, dove lutto di per 
« interessi temporali si fa mercato di Gesù Cristo, e questo 
« si cerca da messer Corso Donati e dagli altri tuoi avversari 
« politici ». Inoltre nel XXVII de\V Inferno il nostro Poeta, at¬ 
traverso, la narrazione del conte Guido da Montefeltro parla 
acerbamente di Bonifacio Vili e ne mette in chiaro le colpe 
d’ipocrisia e di superbia. 

: ■ * Lo principe de"’ nuove Farisei 
. avendo guerra presso a Luterano 

e non con saracin, ne’ con Giudei, 

che ciascun suo nemico era cristiano 
e nessuno era stato a vincere acri, 
nè merendante in terra di Soldairo. 

» • 

Bonifacio Vili, il principe, il capo dei nuovi farisei, che 
erano i vilissimi ipocriti che riempivano la sua corte, uomini 
più al mal far che al bene usi benché con falsa comprensione 
predicevano il bene ed operavano il male, Bonifacio Vili, es¬ 
sendo in guerra in Roma stessa con i Colonnesi, che avevano 
la loro abitazione in prossimità del Luterano, c quindi non già 
guerreggiava con i saraceni e con i giudei, ma bensì ciascun 
suo nemico era cristiano, e nessuno di costoro, rinnegala la 
fede cristiana, era stato ad espugnare Acri unito ai saraceni, 
e nessuno erasi recato in terra dei medesimi attrailo da aviidtà 
di guadagno per vendere merce e vettovaglie. 



- 257 - 


Costui uei suo mule oprare non ebbe riguardo alcuno alla 
sua dignità di Pontefice. 

Ma come abbiamo veduto dalla illustrazione testé fatta 
del Canto XIX dell’ Inferno, il nostro Poeta rimprovera Boni- 
faeio Vili che spinto dai suoi segreti intendimenti di accumu¬ 
lare tesori, non temè trarre a inganno la bella donna , la quale 
non era la.chiesa come chiosano i commentatori, ma bensì, 
come si ì- ragionato, Poma, cioè il governo di Roma. 

Ma ora bisogna far rilevare che nella condanna di Boni- 
laeio \ IH all'Inferno tra i simoniaci, Dante, vero Poeta della 
rettitudine, do dice anche il Perticaci) non persegue che l’uomo, 
lasciando in disparte il Papa, poiché conforme dichiara Dante 
medesimo nel suo terzo libro l)e Monarchia : « aliud est esse 
hominem et aliud est esse Dupam ». 

Lascia in disparte il papa, perchè la reverenza delle som¬ 
me chiavi lo induce a venerare anche .Nicolò 111, quantunque 
egli lo finga dannato fra i simoniaci. 

Dante biasimando inoltre Giovanni XXII, credo opportuno ri¬ 
portare quanto scrisse il Muratori negli annali d’Italia anno 1334 
riguardo a questo pontefice Iacopo d’Ossa da Cahors, già ve¬ 
scovo di Frenis, poi d’Avignone, e inline Cardinale vescovo di 
Porlo, personaggio di bassissimi natali, di piccola statura, 
ma scaltro e di gran sapere) promosso al pontificato il 7 agosto 
del I31b e morto in Avignone nel dicembre del 1334 in età di 
circa novant’anni, scrive dunque il Muratori che» per quel che 
« riguarda il governo economico della Chiesa di Dio, dei gran 
« conti egli ebbe da fare con chi giudica indispensabilmente 
«ciascuno... per la gran sete ch’egli ebbe di ratinare i te- 
« sori, e per vie che non possono mai lodarsi... Giovanni Vil- 
« Inni, informatissimo della Corte Pontificia, ci assicura (Lib. 
« XI, Gap. 19) ch’egli, se vacava un pingue arcivescovato o be- 
« Delizio, non badava ad elezione alcuna, ma promoveva ad esso 
« un arcivescovo o vescovo men grasso, e a quest’altro vesco- 
« vaio un altro: in maniera che sovente la vacanza d'una chiesa 
« si tirava dietro la permutazione di cinque o sei chiese: tutto 
« per cavar denari da tante collazioni... Per lo spazio di mille e 
« trecento anni il clero e il popolo delle città, o pure il solo 
«clero aveva eletto e delegava i sacri pastori... Papa Gio- 
« vanni XXII tolse loro questo diritto, con riservare a sé tali 
- elezioni, sotto pretesto di levare le simonie... In oltre fu egli 
« il primo ad inventar le armate che... fecero allora gridar 
« molto le ignoranti, ma più le dotte persone. Parve ancora che 



258 — 


« eccedesse nel ridurre in commende tanti monasteri e chiese. 
« liisomma. tra per questi ed altri mezzi, trasse e radunò in- 
« finito tesoro; ed oltre alle tante somme da lui spese in guerra, 
« si trovarono nel suo erario diciotto milioni di fiorini d’oro in 
« contanti, e sette altri milioni in tanti vasi e gioielli... Ma il 
« detto tesoro diceva egli radunarlo per l’impresa di terra 
« Santa, che Filippo Re di Francia fingeva di voler fare, per 
« divorare intanto le decime del clero ». 

Perciò con buona ragione Dante nel XXVII del Paradiso 
fa dire a S. Pietro. 

In veste di pastor lupi rapaci 
si veggion di quassù per tutti i paschi : 
o difesa di Dio perchè pur giaci? 

Del sangue nostro Cuorsini e Guaschi 
sapparecchian di bere : o buon principio 
a che vii fine convien che tu caschi. 

« Da questa beata sede si scorge che per tutte le diocesi si 
aggirano rapacissimi lupi sotto il manto di mansueti pastori. 
Dio difensore della Chiesa perchè non ti muovi a soccorso? 
Del patrimonio donato dai fedeli alla Chiesa in devozione del 
sangue sparso da noi, s’apparecchiano ad impinguarsi i preti 
di Cahors nella Guienna col pontefice Giovanni XXII caorsino 
e quelli di Guascogna col Papa Clemente V guasco ». 

Intorno alla corruzione della Chiesa all’epoca deb ponti¬ 
ficato di Clemente V e di Giovanni XXII è toccato nel medesimo- 
canto del Paradiso. Infatti S. Pietro dice : 

.Non fu la sposa di Cristo allevata 
del sangue mio, di Un, di quel Cleto, 
per essere ad acquisto d’oro usata; 

ma per acquisto d’esto viver lieto 
e Sisto, e Pio, Calisto ed Urbano 
sparser lor sangue dopo molto fleto. 

Non fu nostra intenzion che a destra mano 
de’ nostri successor parte sedesse 
parte dall’altra, del popol cristiano? 

Nè che le chiavi, che non fur concesse, 
divenisser segnacolo in vessillo 
che conira i battezzati combattesse. 1 



- 269 - 


Nè ch’io fossi figura di sigillo 
a privilegi venduti e mendaci, 
ond'io sovente arrosso e disfavillo. 

« La Chiesa, ch’è lo Sposa di Cristo, non fu allevata del 
mio sangue, nè del sangue di Lino e di Anacleto, che morirono 
martiri per la fede, per servire ed acquistare mondane ric¬ 
chezze. Ed unicamente per l’acquisto dei beni spirituali e 
della vita di eterne beatitudini, Sisto e Pio, Calisto ed Urbano 
colsero la palma del martirio dopo inaudite sofferenze. 

Non fu nostra intenzione che alla destra mano de’ nostri 
successori sedesse una parte del popolo cristiano, e che alla 
mano sinistra sedesse un’altra parte; nè che le chiavi che mi 
furono date venissero riprodotte sulle bandiere del papa 
perchè combattessero contro la gente cristiana, cioè contro i 
Ghibellini, che erano pur battezzati e membri d’una medesima 
Chiesa. Nè che la mia immagine venisse sigillo a privilegi 
concessi per oro e per argento e bugiardi, perchè di niuno 
effetto essendo stati concessi contrariamente alle leggi divine, 
per il die io spesso arrosso per la vergogna di si vile mercato. 
Frattanto i lupi di Cahors e quelli di Guascogna si apparec¬ 
chiano ad impinguarsi del patrimonio dato alla Chiesa dai fe¬ 
deli in devozione del sangue sparso da noi. Oh buon prin¬ 
cipio a quale vile line sei condannato a cadere! » 

Ora Dante a porre termine a tanta congerie di ‘peccati 
che erano di disdoro alla Chiesa non vedeva che la restaura¬ 
zione della Monarchia universale con l’imperatore romano. 

. . . l’alta provvidenza che con Scipio 
difese a Roma la gloria del mondo 
soccorrà tosto, sì com’io concipio, 

Oui saviamente spiega il Costa : « siedono alla destra de! 
Papa i Guelfi, perchè piediletti, alla sinistra i Ghibellini » cioè 
quelli che parteggiavano alla causa imperiale e tra questi il 
guelfo bianco Dante Alighieri. 


Nè ch’io fossi figura di sigillo 
a privilegi venduti e mendaci. 


In veste di pastor lupi rapaci 
si veggion di quassù per tutti i paschi. 




1 riportali versi potrebbero servire di commento a quanto 
Pier Damiano nel canto XXI del l'aradiso riprendendo il viver 
mode e il lusso dei grandi prelati : 

Poca vita mortai m’era cimasa, 
quand’io fui chiesto, e tratto a quel cappello 
che pur di male in peggio si travasa. 

Venne Cephàs e venne il gran vasello 
dello Spirito Santo, e magri e scalzi, 
prendendo il cibo di qualunque ostello. 

Or voglion quinci e quindi chi rincalzi 
li moderni pastori, e chi gli meni, 
tanto son gravi, e chi di retro gli alzi. 

« 

Cuopron di manti i loro palafreni, 
si che due bestie vnn sotto una pelle; 
o pazienza, che tanto sostieni! 

« Mi ritrovavo già tanto innanzi con gli anni che già ero vi¬ 
cino a toccare il termine del cammino della nostra viia quando 
fui richiesto ed innalzato al cappello cardinalizio che viene 
ereditato sempre da genie più tralignata. 

Venne Pietro, chiamato Cefas, e venne Paolo, gran vaso 
d elezione dello Spirilo Santo, e magri pel digiuno, e scalzi 
accattarono il cibo da qualsiasi parte veniva esso dato in ele¬ 
mosina. Ed ora al contrario i pastori moderni vogliono chi di 
qua chi di là faccia loro corteggio e chi li sospinga, tanto son 
gravi per la soverchia pinguedine, e chi loro sorregga lo stra¬ 
scico. E quando cavalcano coprono con i loro lunghi paluda¬ 
menti. la groppa dei palafreni, si che due bestie sono ri¬ 
coperte da uno stesso mantello. Oh pazienza di Dio che sop¬ 
porti tanto vituperio! 



L’ESCLUSIONE DELLA TRIBÙ DI LEVI DAL 
POSSESSO DE’ BENI TERRENI 


L . . . bene argomenti; 
ed or discerno, perchè dal retaggio 
li figli di Levi furono esenti. 

L’accenno di Dante alia tribù de’ Leviti che furono esclusi 
dal possedimento di beni terreni, ci richiama alla memoria al¬ 
cuni passi biblici che noi dobbiamo riportare per dilucidare 
il pensiero di Dante. 

Nel Deuteronomio <\YIIL, 1, 2,) si legge: « Non abbiano ì 
« sacerdoti Leviti, anzi tutta la tribù di Levi, nè parte, nè ere- 
« dità, con Israele... Non abbiano, dico, alcuna eredità fra i lor 
« fratelli : il Signore è la loro eredità, siccome egli ne ha par- 
« lato loro ». 

Il che si riferisce a quanto è memorato ne’ Numeri (XVIII., 
20): « Il Signore disse ancora ad Aronne: Tu non avrai alcuna 
« eredità nella loro (erra, e non avrai parie fra loro. Io sono la 
« tua parte, e la tua eredità fra i figliuoli d’Israele. 

<( .. . Ho detto di loro, che non posseggano alcuna ere- 
« dità fra i figliuoli d’Israele. 

E tutto questo è ribadito nel Deuteronomio iXVIII., 2). . . 
« Levi non ha parte, nè possessione co’ suoi fratelli: il Si- 
« gnore è la sua possessione, siccome il Signore Dio tuo gliene 
« ha parlato ». 

E qui si allude a quanto è detto nei Numeri (3o-I): «Il 
« Signore parlò ancora a Mosè, nella campagna di Moab, 
« presso al Giordano di Gerico dicendo : Comanda ai figliuoli 
« d’Israele che dieno, possessione della loro eredità, a’ Leviti 
«delle città di abitare... (3) abbiano adunque le città per abi- 
« tarvi... '7). Tutte le città che voi darete ai Leviti, sieno qua- 
« rantotto città ». 

Dante quindi considera che dal sacro testo si rileva, che 
la tribù sacerdotale di Levi fu esclusa dall’avere parte nella 
spartizione delle terre di Canaan, e per voler di Dio non le fu 



262 — 


conferito il diritto ad possùiendum, bensì il solo diritto ad ha- 
bitandum. £ questo diritto ad habilandum è sancito dalle pa¬ 
role del Signore già riportate. abbiano adunque città da 

abitarvi. 

E la tribù di Levi chiese appunto di esercitare questo suo 
diritto stabilito da Dio a loro favore come si legge nel libro di 
Giosuè (21-11)) « Ora i Capi delle Nazioni paterne de’ Leviti ven- 
« nero al Sacerdote Eleazaro, e a Giosuè figliuolo di Nun e ai 
« capi delle Nazioni paterne delle tribù de’ figliuoli d’Israele. 

« E parlarono loro in Silo, nel paese di Canaan dicendo : 
« il Signore comanda per Mosè, che ci fossero date delle città 
<« da abitare ». 

Le richieste de 1 Leviti furono esaudite poiché : « i figliuoli 
« d’Israele diedero della loro eredità a’ Leviti, secondo il co- 
« mandamento del Signore, queste citta... le quali per mezzo 
« delle possessioni de 1 figliuoli d’Israele furono quaranfotto ». 

Qui tralascio di riportare il seguito della narrazione bì¬ 
blica poiché questo non avrebbe riferimento all’allusione che 
ne ha fatto il nostro Poeta. 




ROMA SEDE DELL’IMPERATORE ROMANO 
COL DIRITTO AD HABITANDUM E AD POS - 
S1DENDUM , E DEL PONTEFICE COL SOLO 
DIRITTO AD HABITANDUM 


Dante, riportandosi ai passi biblici da noi ricordati, fa¬ 
ceva la distinzione del diritto ad habitandum da quello ad 
possidendum , e così come la tribù sacerdotale fu immessa 
nelle quarantotto città ad habitandum, egualmente egli rite¬ 
neva che il pontefice dovesse risiedere a Koma con lo stesso 
diritto ad habitandum poiché col diritto ad possidendum do¬ 
veva risiedere l’Imperatore romano. 

Entrambe le potestà, rappresentate l’una dal Pontefice, 
Pai tra dall’Imperatore romano, dovevano dimorare in Koma, 
il Pontefice ad habitandum, l’Imperatore, come più volle si è 
detto, ad habitandum e ad possidendum. 

Nel ili libro del De Monarchia è detto: « E fu bisogno al¬ 
l’uomo di due direzioni, secondo i due fini, cioè de) sommo 
Pontelice il quale secondo le rivelazioni, dirizzasse la umana 
generazione alla felicità spirituale, e dell’Imperatore, il quale 
secondo gli ammaestramenti filosofici, alla temporale felicità 
dirizzasse gli uomini ». 

Dante nella lettera con la quale intitola a Cangrande della 
Scala la cantica del Paradiso, ci fa capire, fra l’altro, che il 
fine di tutta l’opera è di rimuovere coloro, che in questa vita 
vivono, dallo stato di miseria e condurli allo stato di felicità. 

Il concetto politico di Dante a raggiungere questo scopo 
riportavasi ai tempi in cui la potestà imperiale, e la potestà 
pontifìcia fecondarono la civiltà europea, ai tempi, dico, nei 
quali, come dichiarasi nei già riportati versi che sono nel XVI 
del Purgatorio, 

Soleva Roma che il buon mondo feo 
due soli aver che Duna e l’altra strada 
facean vedere e del mondo e di Deo. 



— 264 


Il che vuol dire die i due soli, cioè l'Imperatore ed il Pon¬ 
tefice, distinti t ulio dall allro e riconosciuti scambievolmente 
i propri diritti civili e politici, religiosi e morali sfolgorarono 
in pienissimo accordo in Roma, augusta città de’ Cesari e di 
Pietro. 

K questo tempo allude precisamente all’epoca di Carlo 
Magno, il 7!)!). Tale concetto è la idea politica dantesca che 
largamente trovo svolta nette opere del nostro Poeta. Senza 
avvilupparmi e discutere s’ella sia esagerala, o erronea, o 
giusta, o quant’altro si voglia, a me basta dimostrare quale sia 
il concetto di Dante. 



LE ALLUSIONI DI DANTE CHE NON TOC¬ 
CANO CELESTINO Y, NE BONIFAZIO Vili 


Avendo ragionato alquanto a lungo intorno a quei pon¬ 
tefici le cui colpe Dante flagellò con i suoi versi, giustizia 
vuole che qui mi soffermi a rendere aperto e manifesto l’equi¬ 
voco nel quale incorsero i commentatori della Divina Com¬ 
media allorché pretesero di riferire tanto a Celestino V quanto 
a Bonifacio Vili ciò che Dante scrisse nel III. deI17n/erno e nel 
XXVII. del Paradiso. 

Ragionerò primamente di colui che fece per ditate il gran 
rifiuto , indi passerò a ragionare di quegli che usurpa in lerra 
il luogo mio, e mi studierò, sempre appoggiandomi alla storia, 
alle replicate dantesche dichiarazioni ed allo scopo informativo 
della Divina Commedia, d'individuare la personalità storica di 
colui che fece per vili aie il gran rifiuto e di quegli che usurpa 
in terra, il luogo min. 




CELESTINO V NON È COLUI CHE FECE PER 
VILTATE IL GRAN RIFIUTO 


La più comune opinione è quella di riconoscere in colui 
che fece per vitlate il gran rifiuto , Celestino V che del resto 
rinunziò e non rifiutò il pontitìcato dopo averlo tenuto quattro 
anni, cinque mesi, otto giorni. 

Ora prima di entrare in discussione su tale affermazione 
di parecchi interpreti della Divina Commedia , è indispensabile 
qualche cenno storico sulla persona di Celestino V. 

Nelle Croniche di Giovanni Villani al V Capitolo del Li¬ 
bro Vili si trovano le seguenti notizie : «negli anni di Cristo 
« I2bi del mese di luglio, essendo stata vacala la Chiesa di 
« Konm dopo la morte di Papa Niccola d’Ascoli più di due anni, 
« per discordia de’ cardinali ch’erano partiti, e ciascuna setta 
« voleu Papa uno di loro, essendo i cardinali in Perugia, e co- 
« slrelti aspramente da’ Perugini perchè eleggesseno Papa, 
« come piacque a Dio, furono in concordia di non chiamare 
« ninno di loro collegio, e elessono uno santo uomo, che avea 
« nome frate Piero dal Morrone d’Abruzzi. Questi era romito 
« e d'aspra vita e penitenza, e per lasciare la vanità del mondo, 
« ordinali più santi monisteri di suo ordine, sì se ne andò a 
« fare penitenza nella montagna del Morrone la quale è sopra 
« Sermona. Questi eletto e fatto venire e coronato Papa, per 
« riformare la Chiesa fece di settembre vegnente dodici car- 
« dinali, grande parie oltramontani, a petizione e per con- 
« siglio del re Carlo re di Cilicia e di Puglia : ciò fatto n’andò 
« colla corte a Napoli, il quale dal re Carlo fu ricevuto gra- 
« ziosamente e con grande onore : ma perchè egli era sem- 
« pliee e non liberalo, e delle pompe del mondo non si trava- 
« gliava volentieri, i cardinali il pregiavano poco, e parea loro 
« che a utile e stato della Chiesa avere mala fatta elezione. Il 
« detto santo padre avveggendosi di ciò, e non sentendosi sof- 
« fidente al governamelo della Chiesa, come quegli che più 
« amava di servire a Dio, e l’utile di sua anima che l’onore 



— 268 - 


« mondano, cercava ogni via come potesse rinunziare il pa- 
« palo. Intra gli altri cardinali della Corte era uno niesser lie¬ 
te nedetlo Cuatani d A lagna mollo savio di scrittura, e delle 
» cose del mondo mollo pratico e sagace, il quale aveva grande 
t< volontà di pervenire alla dignità papale, e quello con ordine 
te avea cercato e procaccialo col re Carlo e co’ cardinali, e già 
« avea da loro la promessa, la quale poi gli venne falla. Questi 
« si mise dinanzi al santo padre, sentendo ch’egli avea voglia di 
« rinunziare il papato, ch’egli facesse una nuova decretale, 
« che per utilità della sua anima ciascun papa potesse il pa¬ 
ti pato rinunziare, mostrandogli l’esempio di santo Clemente, 
« che quando santo Pietro venne a morte, lasciò ch’appresso 
tt lui fosse papa; e quegli per utile di sua anima non voile 
<t essere, e fu in luogo di lui in prima santo Lino, e poi santo 
« Cleto papa; e cosi come il consigliò detto cardinale fece 
« papa Celestino il detto decreto; e ciò fatto il dì di santa Lucia 
« di dicembre vegnente, fatto concestoro di tulli i cardinali, 
« in loro presenza si trasse la corona e il manlo papale, e ri¬ 
ti mmziù il papato, e partissi della corte, e tornossi ad essere 
« eremita, e a fare sua penitenzia. li così regnò nel papato 
« cinque mesi e nove dì papa Celestino. Ma poi il suo successo!* 
« inesser Benedetto Cuatani detto di sopra «il quale Tu poi papa 
« Bonifazio) si dice, e fu vero, il fece premiere alla montagna 
« di Santo Angiolo in Puglia di sopra a Bastia, ove s era ridotto 
« a fare penitenzia. e chi dice ne volea ire in Schiavimi». « pri- 
n vaiamente nella rocca di Fuminone in Campagna il fece te¬ 
li nere in cortese prigione, acciocché lui vivendo, non si po¬ 
ti tesse apporre alla sua lezione, perocché molti cristiani te¬ 
li neano Celestino per diritto e vero papa, non ostante la sua 
« reminzìazinne , opponendo che sì fatta dignità, come il pa¬ 
ti pato, per ninno decreto non si potè» rinunziare, e perchè 
« santo Clemente rifiutasse la prima volta il papato, i fedeli il 
« pure teneano per padre, e convenne poi che pur fosse papa 
« dopo santo Cleto. Ma ritenuto preso Celestino, come avemo 
« detto, in Fuminone, nel detto luogo poco vivette, e quivi 
« morto, fu soppellito in una piccola chiesa di fuori di Fuminone 
« dell’ordine de’ suoi frali poveramente, e messo sotterra piò di 
« dieci braccia, acciocché il suo corpo non si ritrovasse. Ma 
« alla sua vita e dopo la sua morte. Fece Iddio molti miracoli 
« per lui, onde molta gente aveano in lui grande devozione : e 
« poi a certo tempo appresso dalla Chiesa di Roma e da Papa 
« Giovanni vigesimosecondo fu canonizzato e chiamato santo 
« Piero di Morrone ». 



— 269 — 


Dai riposali cenni storici chiaramente apparisce che 
Celeslinu V rinunziò al pontilìcato per tornare ad essere eremita 
e a fare sua peniteuzia ì cioè per dedicarsi Lutto alla vita con¬ 
templativa. 

lì. ciò incendo Celestino V seguiva lo scopo informativo 
che Dante si proponeva nel poema sacro. E questo scopo ci 
viene dal medesimo Dante dichiarato nella lettera allo Scaligero 
« linis lotius operis et partis est removere viventes in hac vita 
« de stalli miserine et perducere ad statum felicitatis ». Il line 
di tutta Doperà e di ciascuna parte di essa è di condurre l'uomo 
dallo stato di miseria alio stato di felicità. E Dante ci insegna 
il modo di ottenere questa felicità. 

Nel Trattato IV al Cap. XVII egli così parla : « Veramente 
« è da sapere che noi polemo avere in questa vita due felicità, 
<( secondo due diversi cammini buoni e ottimi, che a ciò ne 
« menano; Timo è la vita attiva, e l’altro la contemplativa, la 
« quale {avvegnaché per l’attiva si pervenga, come detto è, 
« a buona felicità), ne mena a ottima felicità e beatitudine; 
« poiché la felicità della vita contemplativa è più eccellente 
u clic quella della attiva ». 

lì per la esposta ragione il nostro Poeta pone nel pianeta 
ili Saturno, che la sci lima spera, i contemplati al di sopra 
di tulli gli altri; cioè dei delìcenti, degli operanti, dei dili¬ 
genti, de* sapienti, de' militanti, e dei giudicanti. Laonde Ce¬ 
lestino V, contemplante in vita solitaria, doveva esser posto, 
secondo il criterio di Daide, in compagnia di Pier Damiano, 
Dietro Peccatore, benedetto, Maccario Romualdo ed altri. 

• ha se Celestino V rinunziò al papato per dedicarsi alla 
vita contemplativa che, secondo Daide. ne mena a ottima fe¬ 
licità e beatitudine, come Dante avrebbe potuto condannare in 
Celestino V, questa che era per iui lodevole determinazione? 
Laonde appoggiandosi a! criterio informativo del sacro poema, 
e non alle gratuite, affermazioni dei vari chiosatori, è da esclu¬ 
dersi assolutamente che Dante in colui che fece per villate il 
urtiti rifiuto abbia voluto alludere a Celestino V. 

F.d ora passiamo ad un’altra quistione. Dante scrive: 

Vidi e conobbi l’ombra di colui 
che fece per villate il gran rifililo. 

E qui è lecito domandare : Dante vide e conobbe vivo Ce¬ 
lestino? Con dati storici non possiamo rispondere affermati¬ 
vamente a questa domanda. 



— 270 — 


E qui non debbo pretermettere di ricordare che haute 
se uon conobbe in sua vita una qualunque persona, di 
cui si taccia menzione o neli 'inferno o nel Purgatorio , o nel 
Paradiso , non trascura mai che la identità gli sia dichiarata o 
per la persona stessa o per altri. Ma riguardo alla identità di 
colui che fece per viitale il gran rifiuto Dante nulla richiede. 
Egli basta che lo veda subito lo riconosce essendo quel vile 
persona a lui ben cognita. E ciò non potrebbesi affermare di 
Celestino V, che Dante nè vide ,nè conobbe. K’ questa una ra¬ 
gione che inerita d'esser tenuta nella debita considerazione. 
Ma qui ricordo che il D’Ovidio a colai proposito scrive « troppa 
« importanza fu data al fatto che il poeta dica d’aver ravvisata 
« da sè l ombra del gran vigliacco. Così, o se ne argomenta una 
« gita di Dante nel 12M- a Napoli, o si suppose ch’ei conoscesse 
« il papa da un ritratto; o per contrario si disputò se allora 
« fosser frequenti i ritratti e li facessero così somiglianti da 
« render possibile un subilo riconoscimento, e dalla improba- 
« bilità della gita e del ritrailo si trasse un argomento contro 
« la credenza che il vigliacco sia Celestino. Non nego il me- 
« rito e l'utilità di simili escogitazioni o scrupoli, ma non so 
« se alcuno abbia fatta una osservazione semplicissima. Posto 
« che al poeta piacesse di aver ravvisato Celestino, che cosa gli 
« impediva di tingere e sottintendere d'averne in un modo qua- 
« lunque conosciuto in terra le sembianze? Chi avrebbe potuto 
« istituire una inchiesta su questo punto? chi rintacciargli. per 
« così dire, l'alibi? ynaie ostacolo la sua coscienza d'artista, 
» che unicamente questa era in giuoco, gli avrebbe frapposto 
« alla deliberazione di fìngere d’aver riconosciuto un tale, che 
« por giunta ei non nomina nemmeno?... ». 

Ammettiamo anche l'infondatissima ipotesi che Duale fosse 
andato a Napoli, o avesse visto la sembianza di Celestino ri¬ 
prodotta in qualche ritratto, e quindi essere in grado di rico¬ 
noscere Celestino V.. vi resta ancora più d’una ragione che ci 
vieta di accordarci con il D’Ovidio. Anzi tutto può convenire a 
Celestino ciò che viene detto da Dante, cioè: fece il gra rifililo ? 
Chi dunque fece il gran ritinto? Non certo Celestino, il quale 
rhvnizii) e non già rifiutò il papato. I diritti della filolouia ci 
vietano ad eecettare la comune opinione. 

Dante non confonde i due vocaboli rinunzia e riliuto. Nel 
Capitolo V del Secondo I.ibro del Ite Monarchia egli scrive : 
« Fabricius... auri grande pondus oblatuin derisii, ac derisum 
« verba sihi convellenti» fundens. despexil. el refulavit. Fabrizio 



- 271 


« schermì gran copia d'oro che gli venne offerta e questa da 
« lui schermita, pronunciando parole quali alla sua dignità si 
« addicevano, rifiutò ». 

Infatti rifiutare significa ricusare, non accettare. Or dun¬ 
que come può ritenersi che Dante facesse allusione a Cele¬ 
stino quando disse che l’innominato rifiutò, mentre invece la 
storia ci dice che Celestino non ricusò, ma accettò il papato 
che tenne per cinque mesi e nove dì. Dunque Celestino non ri¬ 
fiutò, ma rinunziò ciò che aveva prima accettato. 1 due voca¬ 
boli, come ho detto, non si possono equivalere nel significato. 
E di ciò ne abbiamo anche una prova in Giovanni Villani il 
quale ci fa sapere che : « quando santo Pietro venne a morte, 

« lasciò che appresso a lui fosse papa santo Clemente, e quegli 
« per utile di sua anima non voile essere, e fu in luogo di lui 
« in prima santo Lino e poi santo Cleto papa. Ma perchè santo 
« Clemente rifiutasse il papato, i fedeli pure il teneano per 
« padre ». E qui giustamente è detto che santo Clemente rifiutò, 
non già rinunziò il papato: rifiutò perchè non aveva prima ac¬ 
cettato come Celestino V, poiché in tal caso il Villani avrebbe 
detto rinunziassc e non rifiutasse. 

E Dante era bene in grado di sapere che rifiuto non può 
equivalere a rinunzia. 

Ed ora dalle cose fin qui esposte io credo doversi rite¬ 
nere con assoluta certezza che Celestino V non è colui che fece 
per viltale il gran rifiuto. Non vi sono prove irrefragabili che 
Dante in vita vide e conobbe Celestino; Celestino rinunziò e non 
rifiutò il papato ch'egli accettò e tenne per cinque mesi e nove 
giorni. Infine, ammesso anche che Dante avesse veduto in vita 
Celestino, questi non poteva esser posto in luogo di dannazione 
poiché rinunziando al papato, per ritirarsi dalla vita attiva alla 
contemplativa, s’uniformava a quanto Dante insegna nella Di¬ 
vina Commedia. 

Adunque avendo presente anzitutto lo scopo informativo 
della Divina Commedia e i diritti della filologia ho buone ra¬ 
gioni che mi confortano a non accettare, come ho detto, la 
comune opinione benché a questa comune opinione aderiscono 
il D’Ovidio e lo Zingarelli. 

Il D’Ovidio è così persuaso ciie in colui che fece per 
viltale il gran rifiuto Dante abbia fatto allusione a Ce¬ 
lestino V. che ne parla come di cosa da non revocarsi 
in dubbio. Però la supposta determinazione di Dante ne’ ri¬ 
guardi di Celestino sembragli alquanto strana, benché non ne 



- 272 


dubiti, e cerca di trovare le ragioni che hanno indotto Dame 
a questa strana determinazione : « Se, nell’ipotesi, che più 
« sopra facevo, {Dante) avesse scritto da puro teologo, si può, 
« pei- esempio, creder che dillicilmente avrebbe osato metter 
« così giù un uomo come Celestino, che in lin de' conti po- 
« leva anche essersi pentito ai suoi ultimi giorni, nella triste 
« prigionia di L'unione, del grave errore commesso facendo 
« posto ad un tal successore. Ma ai suoi intenti di poeta ci- 
« vile parve opportuno far quello spregio ad un famoso pec- 
« cato di apatia ». 

Inoltre il DOvidio viene a questa conclusione appoggian¬ 
dosi al parere del l ecco : « 11 Tocco ha pienamente ragione. 
« Il gran riliuto non può essere che quello di Celestino. 
« Tulle le surrogazioni leniate sono ridicole e la quasi 
u concordia degli antichi (attestala da llenassuli stesso nel- 
« l atto che se ne strania) vuol dir molto qui dove si tratta 
« di una semplice allusione ». lo però sono d'avviso che ove 
la quatti concordia degli antichi della quale è fatto cenno nelle 
chiose dell'Anonimo denominalo 101 timo, si trovi in opposi¬ 
zione allo scopo informativo della Divina Commedia, e non 
sia dalla storia confermata, ma resti nel campo delle con¬ 
getture e delie gratuite affermazioni, questa quasi concordia 
degli antichi , debba assolutamente essere combattuta metten¬ 
done in evidenza l'iniondatezza. 

1/Ottimo nel suo Commento alla Divina Commedia, par¬ 
lando di colui che fece il gran ritinto così scrive : « Vuole 
« alcun dire che l'autore intenda qui che costui sia Frate 
« Pietro del Mucrone, il quale fu eletto papa nel 121)4, e se- 
« dette mesi cinque, di otlo, ed ebbe nome Celestino... ». 

Ora questa inceda opinione allacciata da alcuno, il quale 
ha ritentilo che il gran rifiuto di cui parla Danio possa es¬ 
sere la HiM Y/.iA di Celestino, si è talmente propagata attra¬ 
verso i secoli che oramai appare come una verità storica 
inoppugnabile, tanto che perfino monsignor Itartolini n’è pie¬ 
namente persuaso, e non sarebbe affatto disposto a recedere 
dalla comune opinione come si rileva nel suo Indicatore Dan¬ 
tesco <> allontanarsi daH’opinione comune è molto difficile ed 
« io non lo farei ». E che la rinunzia di Celestino sia il gran 
rifiuto di Dante è anche opinione dello /ingarelli, come ho già 
dello, il quale parlando dei pusillanimi è talmente persuaso che 
tra costoro Dante abbia posto Celestino V. ch’egli così scrive in 
proposito: « ... nè egli ha voluto nominar nessuno di quegli in- 



— 273 — 


« felici, pur così numerosi nel mondo, e si è contentato di 
« accennare uno dall’alto delia sua inaudita viltà, il a gran 
'.< rifiuto)». Forse la figura di questo vicario di Cristo, che 
« rifiuta (/??) la dignità conferitagli dallo Spirito Santo assi- 
« stita da Dio, indusse il poeta a immaginare il luogo e le 
« pene dei pusillanimi ». 

Ed in altro luogo così si esprime : « Nello inferno i per- 
« sonaggi hanno finalità loro propria, e son presi di mira dal 
« poeta, su che debbano servire di esempio agli altri, o per- 
« chè meritevoli del suo sdegno. Celestino V, confuso nella 
« turba dei vili, è il primo dei colpiti dalla nervosa nemesi: 

« sebbene canonizzato di fresco, il o maggio 1313, è gettato 
« nel vestibolo dell’Inferno, per un sentimento che non era sol- 
« tanto personale del poeta, ma giaceva in molti cuori ». 

Fra tanta unanimità di pareri riscontrata in insigni cul¬ 
tori della letteratura dantesca, dobbiamo rilevare che sonovi 
parecchi i quali non si persuadono a riconoscere Celestino V 
in colui che fece il gran rifiuto. Ma la disparità delle opinioni 
di costoro, e la conseguente pluralità delle persone identificate 
nel gran vile, sono chiarissima prova che le loro indagini si 
basano unicamente su disparate congetture che lasciano il 
campo aperto a nuove e sempre incerte ed arbitrarie indenti- 
fìcazioni. 

Or chi sarà mai colui che foce il gran rifiuto? Dante lo 
vide e lo conobbe, ma non ne fece il nome, poiché qualora 
lo avesse nominato non avrebbesi potuto dire che mai non 
fu vivo. E sarà dunque vero che costui non possa essere iden¬ 
tificato? Portiamo parere che può scoprirsi l’identità di costui 
sol che si vogliano fare oculate indagini storiche. Ed è quello 
che noi faremo. 

E’ noto che ai tempi di Dante la cittadinanza di Firenze 
era divisa nei partiti di Guelfi Bianchi e Guelfi Neri. Capo 
dei Bianchì o popolani era Yieri de’ Cerchi, capo dei Neri o 
grandi era Corso Donati. Dante si separò da Corso Donati per 
unirsi a Vieri de’ Cerchi, laonde il Villani scrive : « Vieri de’ 
« Cerchi e Dante Alighieri erano caporali e sostenitori del po- 
« polo ». L’importanza della casa de’ Cerchi ci viene affermata 
da Giovanni Villani : « della casa de* Cerchi era capo inesser 
« Vieri de’ Cerchi, e egli e quegli di sua casa erano di grande 
« affare e possenti, e di grandi parentadi, e ricchissimi mer- 
« cadanti, che la loro compagnia era delle maggiori del mondo. 
« E con loro s’accostarono molte case e schiatte di popolani 
« ghibellini ». 



- 274 - 


I due partiti, manchi e .Neri, si contrastavano a vicenda 
il potere. Le loro lolle si acuirono dopo lo scontro delle due 
brigate de’ Cerchi e dei Donati avvenuto il i. maggio del 1300. 

II l'atto ci viene narrato dal Compagni nella sua Cro¬ 
naca : « Perchè i giovani è più agevole a ingannare che i 
« vecchi il diavolo accrescitore de’ mali si fece da una bri- 
« gala di giovani che cavalcavano insieme i quali, ritrovali-’ 
« dosi insieme a cena una sera, di calen di inaggio, monlo- 
« rono in tanta superbia, che pensarono scontrarsi nella bri- 
« gala de’ Cerchi e contro a loro usare le mani e i ferri. 

« In tal sera, che è il rinnovamento della primavera, le donne 
« usano molto per le vicinanze i balli. I giovani de* Cerchi 
<( si riscontrorono con la brigata de’ Donati, tra i quali era 
« uno nipote di messer Corso, e Cardellini dei Dardi, e Piero 
« Spini, ed altri loro compagni e seguaci, i quali assalirono 
« la brigata de’ Cerchi con armata mano. Nel quale assalto 
« fu tagliato il naso a Ricoverino de’ Cerchi da uno masna- 
« diere de’ Donati, il quale, si disse, fu Piero Spini, e in 
« casa sua rifuggirono. Il qual colpo fu la distruzione della 
« nostra città, perchè crebbe mollo odio fra i cittadini. I 
« Cerchi non patesorono mai chi si fusse, aspettando farne 
« gran vendetta ». 

Le oltracotanze det partito de’ Neri aumentavano siffat¬ 
tamente per opera del suo capo Corso Donati, che aspirava ad 
impadronirsi del supremo potere della repubblica, che l'av¬ 
verso partito de’ Bianchi pensò, onde prevenire Corso, di offrire 
la Signoria a parecchi de’ congiunti di Vieri de’ Cerchi che na¬ 
turalmente militavano nel partito guelfo bianco. Infatti per te¬ 
stimonianza di Dino Compagni, come rivelasi dal Capitolo XXVII 
del I libro della sua Cronaca parlando della famiglia de’ Cerchi 
scrive che : « molto furono consigliati e confortati di prendere 
« la signoria, chè agevolmente ì’arebbono avuto per la loro 
« bontà, ma non lo vollono consentire ». 

Nè deve stupire se l’offerta della signoria, non accettata 
e quindi rifiutata, non venne solamente offerta a Vieri de’ 
Cerchi, capo del partito, ma a parecchi della sua famiglia, 
per la ragione che tutti i Cerchi, per testimonianza del Vil¬ 
lani « erano di grande affare e possenti, e di grandi paren¬ 
te tadi, e ricchissimi merendanti; e tutti, secondo che aggiunge 
« Dino Compagni, « erano ben veduti, si perchè erano uomini 
« di buone condizioni ed umani, e si perchè erano molto ser- 
<t venti » e per queste loro buone qualità « j ghibellini simil- 




— 275 


« mente gli amavano per la loro umanità, e perchè da loro 
« traevano de’ servigi e non t'aceano ingiurie ». 

Adunque la storia ci fa sapere che follerta della Signo¬ 
ria di Firenze ai Cerchi, fu da questi rifiutata. E quale fu 
mai il motivo del loro rifiuto? Alla domanda troviamo la ri¬ 
sposta nella Cronaca del Compagni. Questi nel Capitolo XXXVI 
del I Libro fa sapere che i Cerchi dai loro partigiani erano 
tenuti « ricchi e potenti e savi, e per questo stavano in buona 
«speranza. Ma i savi uomini diceano: E sono mercadanti e 
« naturalmente sono vili, e i lor nirnici sono maestri di guerra 
« e crudeli uomini ». Dai Compagni adunque veniamo a sa¬ 
pere che i Cerchi erano vili. 

Infatti anche nel Capitolo XIV del li Libro della stessa Cro¬ 
naca leggiamo : « I Neri, conoscendo i nemici loro vili, s'a- 
« vacciarono di prendere la terra ». 

Inoltre Dino Compagni nel Capitolo XXV del II Libro 
delle sue Cronache cosi narra: «Tra per la paura e per 
« l’avarizia i Cerchi di niente si provvidono. E, per loro viltà’ 
« niuna difesa, ne riparo feciono nella loro cacciata. E es- 
« sendo biasimati e ripresi ,rispondeono che temeano le leggi. 
« Venendo ai Signori messer Torrigiani de’ Cerchi per sa- 
« pere di suo stato, fu da loro in mia presenza confortato 
« che si fornisse e apparecchiassesi alla difesa, e agli altri 
« amici il dicesse, e che fosse valente uomo. Non lo feciono, 
« però che per viltà’ mancò loro il cuore. Onde i loro av- 
« versari ne presono ardire e inalzarono ». 

Dai passi fin qui riportati si rileva che tutti indistinta¬ 
mente i Cerchi erano riconosciuti per vili, poiché ripetuta- 
mente e sempre per la loro viltà’ rifiutarono di accettare 
l’offerta Signoria di Firenze. 

Ora Dante nella sua visione, ch’egli finge avvenuta ne! 
1300, nel vestibolo dell’Inferno vede e riconosce l’innominato 
che fece per viltate il gran rifiuto. E questi certamente è 
qualcuno della famiglia dei Cerchi. Ma per affermare inoppu¬ 
gnabilmente ciò non basta aver provato che a tutti, e non a 
un solo dei Cerchi fosse stata offerta la Signoria. Ma de- 
vesi inoltre provare che qualcuno della famiglia dei Cerchi, 
cui era stata offerta la Signoria, era morto al tempo della 
visione dantesca. 

E per riuscire a ciò dobbiamo interrogare la storia. I! 
Compagni nel Capitolo XXV del II Libro della sua Cro¬ 
naca ci fa sapere : « essendo alcuni giovani de’ Cerchi so- 



- 276 — 


« stenuti per una malievai*ia nel cortile del podestà, come è 
« usanza, fu loro presentato un migliaccio di porco; del quale 
« chi ne mangiò ebbe pericolosa infermità e alcuni ne mo- 
« rirono. 11 per che nella città ne fu gran rumore, perchè 
« ne erano molto amati; del quale malefìcio fu molto incol- 
« palo messer Corso. Non si cercò il maleficio, però che non 
« si potea provare ». E questo fatto con maggiore chiarezza 
e precisione il Villani così racconta nel Capitolo XL1 del Libro 
Vili : « Avvenne che uno maledetto ser Neri degli Abati so- 
« prastante di quella prigione, mangiando con loro, fece uno 
« presente d’uno migliaccio avvelenato, del quale mangiarono, 
« onde poco appresso in due di morirono due de’ Cerchi lìian- 
« chi e di ciò non fu nulla vendetta ». 

Dunque per testimonianza degli allegati storici si viene 
a stabilire che al tempo della visione dantesca erano morti 
due delia famiglia de’ Cerchi. Laonde possiamo affermare che 
uno di costoro fu l'innominato veduto e riconosciuto da Dante 
nel vestibolo dell’Inferno, e questo certamente aveva fatto 
per viltà’ il gran rifiuto, poiché tutti indistintamente i com¬ 
ponenti la famiglia de’ Cerchi rifiutarono di assumere la Si¬ 
gnoria di Firenze. « I Cerchi molto furono consigliati e con- 
« fortati di prendere la Signoria, ma non lo vollono consentire. 
« Non lo feciono, però che per viltà’ mancò loro il cuore ». 

Dante adunque mise tra gli sciaurati , che mai non fur vivi 
colui che foce per viltate il gran rifiuto, per la ragione che 
nel Capitolo VII del Trattato IV del Convivio affermasi che 
l’uomo vile è morto . 

Egli non fa il nome del vile appartenente alla famiglia 
de’ Cerchi ch’egli vide e conobbe nel vestibolo deH’lnferno 
per la ragione che ove ne avesse fatto il nome avrebbe dato 
rinomanza tra i posteri a un vile che mai non fu vivo. 

Dante chiama gran rifiuto quello fatto dalla famiglia de’ 
Cerchi per le gravissime e luttuose conseguenze che ne deri¬ 
varono alla Repubblica, siccome per le storie sappiamo. Se i 
Cerchi tutti indistintamente non fossero stati vili, il partito 
dei Guelfi Neri, capitanato dal ferocissimo Corso Donati, non 
avrebbe prevalso in Firenze che fu perciò sconvolta da moti 
rivoluzionari, devastazioni, incendi e rapine. Nè Dante avrebbe 
avuto contro di sè iniquissime sentenze che lo condannarono 
alla perdita de’ suoi averi, all’esilio ed alla morte. 

Tutte queste considerazioni e le storiche indagini che 
sonosi fatte, debbono irrefragabilmente provare che il rifiuto 



della Signoria di Firenze da parte della famiglia dei Cerchi 
Bianchi, è il grati rifiuto ricordato da Dante, e che in colui 
che lo fece, Dante non vide nè conobbe altri che uno di co¬ 
loro fra i Cerchi, il quale era morto al tempo della visione 
dantesca, e debbono consigliare a non tenere in niun conto 
le mere congetture che in colui che fece per viltate il gran 
rifiuto vogliono riconoscere Celestino V, Esaù, Pilato, Ot¬ 
tone III imperatore d’Alemagna, Diocleziano, il fratello di 
Giano della Bella, e perfino Vieri de’ Cerchi, che al tempo 
della visione dantesca era tuttora in vita. Inoltre un abate Ameli 
(ricordato da! Bartolini nel l'Indicatore Dantesco pretende in¬ 
dividuare nel gran vile San Filippo Bernisi. Ecco le sue parole: 
« San Filippo Bernisi sfuggì alle onoranze del pontificato, na¬ 
te scondendosi nei monti della Toscana potrebbe porsi al luogo 
di Celestino V. Egli veramente rifiutò il papato, al quale era 
« stato eletto dopo la morte di Clemente IV. Visse fino al 1285. 
(( Dante aveva vent’anni alla morte di S. Filippo Benizi ». 

Come si vede non ftnirebbesi mai a voler tenere dietro 
alle congetture anzi che alla storia del secolo di Dante e allo 
scopo informativo della Divina Commedia. 




BONIFAZIO Vili NON B QUEGLI CHE USUR¬ 
PA IN TERRA IL LUOGO MIO 


Scrive Dante nel Convivio tirati, i, Gap. XI) « che se 
« una pecora si gittasse da una ripa di mille passi, tutte le 
<( altre le andrebbero dietro; e se una pecora per alcuna ca- 
« gioite al passare d’uria strada salta, tutte le altre saltano, 
« eziandio nulla veggendo da saltare. E io ne vidi già molte 
« (prosegue Dante a dire), in un pozzo saltare, per una che 
<■ dentro vi saltò, forse credendo saltare un muro, non ostante 
« che il pastore, piangendo e gridando, colle braccia e col 
« petto dinanzi si parava ». 

Ora non è altrimenti assai volte intervenuto ai commen¬ 
tatori della Divina Commedia , chè là dove il primo di essi 
ha data una interpretazione a suo modo su qualche passo 
non abbastanza chiaro per le allusioni che vi s’inchiudono, 
tutti gli altri, che son venuti appresso, hanno ripetuta la in¬ 
interpretazione medesima, la quale, così appresenlandosi come 
unanime parere degli spositori, è finalmente passata ad as¬ 
sumere il diritto di verità da non più revocarsi in controversia. 

Ma se il buon senso, se la storia, se Dante stesso si pa¬ 
rano dinanzi colle braccia e col petto , gridando che con quella 
interpretazione, si cade da una ripa di mille stravaganze, e 
si salta dentro in un pozzo di contraddizioni, si dovrà cie¬ 
camente seguitare il parere di quel primo commentatore, cui 
si addossarono tutti gli altri, appunto 

« Come le pecorelle escon dal chiuso 
« ad una, a due, a tre, e l’altre stanno 
« timidette atterrando l’occhio e il muso, 

« e ciò che fa la prima, e l’altre fanno 

<Purg. Ili, 79 e seg.). 

A me pare che no; se il buon senso, se la storia, se Dante 
stesso mi dicono che ivi è una ripa, ben dissennato sarei qua- 


- 280 - 


loia mi vi gettassi; se mi dicono che ivi è un pozzo, sarei 
troppo temerario qualora vi volessi cader dentro. 

Io dunque credo che tutti i commentatori sieno incorsi 
in grandissimo errore, tenendo per fermo che, siccome dicesi 
nel XXVI1 del Paradiso quando 

« La Provvidenza... nel beato coro 
« silenzio posto a\ea da ogni parte, 

e Tallo Primipilo {Farad. XXIV, 59), il primo Vicario di Cristo 
cominciò a parlare, volesse alludere a papa Bonifacio Vili. 
Nulla di più strano, di più contrario al buon senso, alla storia, 
a Dante stesso . 

San Pietro dice, cioè Dante fa dire a San Pietro queste 
terribili parole : 

« Colui, che usurpa in terra il luogo mio, 

« il luogo mio, il luogo mio che vaca 
« nella presenza del flgliuol di Dio, 

« fatto ha del cimiterio mio cloaca 
« del sangue e della puzza, onde il perverso, 

<( che cadde di quassù, laggiù si placa. 

E il Vellutello commenta: «Vuole il Poeta in persona di 
« san Pietro vituperare l’avarizia di Bonifazio Vili. Dice adun- 
« que che Bonifazio usurpa , ingiustamente possiede, e tiene 
« in terra il mio luogo del sommo Pontificato, e per mostrare 
« maggiore indegnazione replica tre volte il luogo mio, che 
« vaca nella presenza del Piglimi di Dio , perchè quanto a 
« Cristo, la sedia Apostolica vaca ogni volta o sempre che 
« ella è indegnamente posseduta da mali Pastori, non avendo 
« accetto il servizio loro, avvegnaché non tolga loro Paulo- 
« rità che diede prima a san Pietro ». Ed aggiunge che « Bo- 
« nifazio Vili fallo ha del cimiterio mio , della città di Roma, 
« dove il mio corpo è sepolto, cloaca del sangue e della puzza , 
« una sentina di crudeltà e di libidini ». 

E a questa spiegazione si sono acconciati tutti gli altri 
interpreti antichi e moderni, buoni e cattivi, timidetti atter¬ 
rando rocchio e il muso. 

Ammetto anch’io che le parole di san Pietro paiono a 
prima giunta rivolte a Bonifazio Vili, per la ragione che, 
fingendosi avvenuta nel 1300 la visione dantesca, e san Pietro 
favellando come di cosa presente, corre di subito al pensiero 



- 281 


a Bonifazio Vili che nel 1300 sedeva lultavia sul trono del Va¬ 
ticano. Vi è ancora altra circostanza, che poderosamente in¬ 
fluì a ritenere quel fatto onninamente storico che san Pietro 
in quella sua invettiva alludesse a Bonifazio. A ciò faceva 
credere il pensare che questo Pontefice era contrario al no¬ 
stro Poeta. Indi si appresentava pure all’idea i rimproveri 
che Baule pose nella Divina Commedia apertamente ora contro 
Bonifazio, ora contro la Curia Romana. Così parve che Dante 
con le acerbe parole attribuite a san Pietro avesse a quanto 
erasi da lui qua e colà detto sul medesimo proposito. 

Ma tutte queste seduttrici apparenze si sarebbero ugual¬ 
mente dileguate qual fumo in aere od in acqua la schiuma 
llnf. XXIV, 51), ove posto niente si fosse che ne’ riportati versi 
san Pietro parla in modo profetico, poiché appresso favella 
pure de’ Caorsini e Guaschi , indicando per tal modo il pon¬ 
tificato di Clemente V della Guascogna eletto il 23 di luglio 
del 1305 e morto il 20 di aprile del 1314, non che il pontificato 
di Giovanni XXII da Cahors eletto il 7 agosto del 1316 e morto * 
il 4 di dicembre del 1334, in guisa che per ben 13 anni so¬ 
pravvisse a Dante che mori nel 1321. E ciò si è pure avvertito 
dai commentatori, i quali così sono portati a credere che il 
canto XXVII del Paradiso sia stato scritto poco prima del 1320. 

Pur nondimeno lo aver detto san Pietro : Colui che usurpa 
in terra il luogo mio, che vaca nella presenza del figlimi di 
Dio, ha ricondotto gli interpreti dal pontificato di Clemente V 
e di Giovanni XXII al pontificato di Bonifacio Vili, per il mo¬ 
tivo che qu eWusurpa e quel vaca sembrò loro insuperabile 
impedimento a valicare gli angustissimi confini del tempo, in 
cui racchiudesi la dantesca visione. Ma in quest’allro caso 
non sarebbesi trovato alcun ostacolo, se riflettuto si fosse che 
nel parlar profetico è maniera comunissima di recare al pre¬ 
sente ciò che riguarda un fatto del tempo futuro. E Dante 
pure ne offre parecchi esempi. Forese nel XXIV Canto del 
Purgatorio prenunzia a Dante la morte di Corso Donati che 
avvenne il 15 settembre 1308; e pure Forese gli dice: 

« Or va; chè quei che più n’ha colpa 
« vegg’io a coda d’una bestia tratto 
« verso la valle, ove mai non si scolpa. 

Ugo Ciapetta egualmente, vaticinando nel Canto XX del 
Purgatorio la prigionia di Bonifazio Vili che si perpetrò il 
7 di settembre del 1303, dice a Dante: 



- 282 


« Veggio in Àlagna entrar lo fiordaliso, 

« e nel Vicario suo Cristo esser catto. 

Vanni Facci nel Canio XXIV deìllnferno annunzia la bat¬ 
taglia, che nel 1302 t'ecesi nel piano cli’è tra Seravaile e Mon¬ 
tecatini, e, come che abbiala dinanzi, dice : 

<( Tragge Marte vapor di vai dì Magra, 

« ch’è di torbidi nuvoli involuto. 

E potrei addurre anche altri passi della Divina Commedia 
a conferma deH’accennata maniera, che ne’ Salmi e ne’ Pro¬ 
feti è frequentissima, ma credo che il già detto basti, anzi 
sia soverchio. 

Posto adunque clic san Pietro favellò profeticamente, 
avrebbero dovuto i commentatori ricercare nella storia il per¬ 
sonaggio e i fatti, ai quali alludevasi, e lo essersi nominati i 
Caorsini e i Guaschi agevolava loro la strada di una retta e 
storica interpretazione. A ciò d’altronde non si badò, o si 
credette che le indagini si sarebbero smarrite per loco d'ogni 
luce muto (Inf. V). Ma se vi fu chi a questo modo pensasse, 
egli certamente non prese per guida nelle sue ricerche il con¬ 
cetto principale della Divina Commedia, nò il sistema politico 
di Dante. Con queste altre due scorte era facilissima cosa 
(almeno a me pare così) di arrivare a conoscere chi sia colui 
che usurpa i! luogo di san Pietro, mentre questo luogo vaca 
nella presenza del jigliuol di Din. 

Ma sarò io pervenuto veramente a cogliere nel segno? 
Credo che sì; pur tuttavia credo che molti e molti non ne ri¬ 
marranno persuasi, 

« Perch’egli incontra che più volte piega 
*1 l’opinion corrente in falsa parte, 

« e poi l’affetto lo intelletto lega. 

E’ avviso di Dante IParad. XIII, 118 e seg.). Conosco 
ardua impresa essere lo abbattere una opinione che sempre 
ad un modo è corsa per tanti secoli; conosco che incontrerò 
non poche ritrosie a scioglier l’intelletto altrui dall’affetto 
verso quella opinione .Ma non per questo io debbo rimanermi 
dal mettere in campo le mie riflessioni. Non pretendo che altri 
le accolga ciecamente, aspetto invece che altri producasi ad 
oppugnarle. Nelle controversie letterarie, così come nelle scien¬ 
tifiche, il perdente acquista sempre. 



- 233 


iv ben vero che Dante aspramente rimprovera l'avarizia 
di Bonifazio, e per questo peccato la condanna a stare fra i 
simoniaci neirinferiio. 

Negli Annali d'Italia del Muratori sotto l'anno 1303 leggo 
che Bonifazio fu « personaggio che nella grandezza dell'animo, 

« nella magnificenza, nella facondia ed accortezza, e nel pro- 
« muovere gli uomini degni alle cariche, e nella perizia delle 
« leggi e de’ canoni ebbe pochi pari; ma perchè mancante di 
« quella umiltà che sta bene a tutti, e massimamente a chi 
« esercita le veci di Cristo, maestro d’ogni virtù, e sopra tutto 
« di questa, e perchè pieno d’albagìa e di fasto, fu amato da 
« pochi, odiato da moltissimi, e temuto da tutti. Non lasciò 
« indietro diligenza alcuna per ingrandire ed arricchire i suoi 
<( parenti, per accumular tesori, ed anche per vie poco lo¬ 
ie devoli. Fu uomo pieno d’idee mondane, nemico implacabile 
» dei Ghibellini, e li perseguitò per quanto potò, ed essi in 
« ricompensa ne dissero quanto male mai seppero, e il cac¬ 
ci ciarono ne’ più profondi burroni deirinferno, come si vede 
« nel poema di Dante ». 

Se qui fosse mio intendimento di provare che con so¬ 
verchia esaggerazione si è parlato dai Ghibellini a vituperio 
di Bonifazio, mi sarebbe assai agevole cosa il provare con 
storiche testimonianze che parecchie odiose leggende intorno 
a quel pontefice seno spesso anche invenzioni e più spesso 
enormi maschere di calunnie apposte a quelche po’ di vero. 
E ciò ha dimostrato ii Rottagiso nella sua pregevole opera 
in difesa ili queslo pontefice. 

Ma concesso ancora che Bonifazio fosse stato, come scrive 
il Muratori, uomo pieno d'idee inondane , e intento ad arric¬ 
chire i suoi, parenti e al accumular tesori anche per vie poco 
lodevoli , poteva egli dirsi usurpatore del trono pontificio? No 
certamente. 

Apriamo di nuovo la storia del Muratori, che sotto l’anno 
421H racconta che papa Celestino V « bramoso di poter tornare 
« al suo niente e alla cara sua solitudine » deliberò spogliarsi 
del papale ammanto Inf. Il, 27). « Ma il re Carlo commosse 
« tutta Napoli 'ove allora Celestino trovavasi). la quale proces- 
« sionalmenle si portò solfo le finestre del papa, pregandolo 
« di non consentire a rinunzia alcuna. In termini ambigui fece 
«dar loro risposta Celestino, e poi nel di J3 di dicembre 
« spiegò nel Concistoro la fissata risoluzione sua di dimettere 
« il ponteficato... Accettata dal sacro collegio la rinunzia di 



- 284 


« lui... da lì a non molto rinchiusi nel conclave i cardinali, 
« vennero alla elezione di un nuovo papa; e giacché il car- 
« dinal Benedetto Gaetano da Anagni, personaggio di somma 
« sagacità e perizia nelle leggi canoniche e civili, avea saputo 
« guadagnarsi l’amicizia e patrocinio del re Carlo il, giusta i 
« cui voleri si moveano allora le sfere, in lui concorsero i voti 
« dei cardinali. Fu egli eletto nella vigilia del Santo Natale, 
« e prese il nome di Bonifazio Vili. 

E ad una elezione fatta a questo modo si vuol dare il 
titolo di usurpazione? Sia pure che l'amicizia e il patrocinio 
del re Carlo, avesse esercitato intluenza sull'animo de’ car¬ 
dinali, che perciò? Questi trovarono cosa convenientissima che 
a papa Celestino dovesse succedere nel pontificato un perso¬ 
naggio di non comune sagacità e perizia nelle leggi canoniche e 
civili. 'He Carlo, che amò la semplicità di Celestino, ammirò 
la sapienza e la grandezza dell'animo di Bonifazio. E i cardi¬ 
nali rammirarono anch’essi. Dovevano forse questi non am¬ 
mirarla perchè era ammirata da re Carlo? E chi chiaramente 
non scorge invece ch’essi diedero prova di quel buon senso, 
che non hanno coloro, i quali credono d'incriminar Bonifazio 
di aver usurpato l'alto seggio .Ini. XXVII, III), cui, dal con¬ 
corso de’ voti de’ cardinali venne portato con tanta savia e 
solenne elezione? 

Ed è pur da ritenere che il Cardinal Benedetto Gaetano, 
personaggio che nella magnificenza y nella facondia ed accor¬ 
tezza ebbe pochi pari (la è testimonianza del Muratori), lino 
al giorno della sua elezione al pontcfìcato si fosse costante- 
mente palesato con quelle virtù singolari, che in progresso di 
tempo si videro accompagnate da qualche difetto, ed in pe- 
culiar modo dalla diligenza d’ingrandire ed arricchire i suoi 
parenti. E a questa sentenza mi porta ancor Dante colà dove 
nel XIX Canto deH’Inferno da Niccolò III di casa Orsini, 

« che veramente fu iìgliuol dell’orsa, 

« cupido sì per avanzar gli orsatti 
« che su l’avere e giù sè mise in borsa, 

tlnf. XIX, 70 C. Sez.) fa dire al supposto Bonifazio, cui 
egli crede siasi fatta notte innanzi sera (Petrar.) : 

« se’ tu si tosto di quell'aver sì sazio, 

« per lo qual non temesti tórre a inganno 
« la bella Donna, e di poi fai ne strazio? 



— 285 - 


fini. XIX, 55 e seg.). Da queste parole manifestamente 
apparisce che Dante opinasse che i cardinali si fossero lasciati 
illudere dalle insigni virtù di Benedetto Gaetano. 

Dante però non incolpa i cardinali, che onorarono le virtù 
di Benedetto Gaetano, ma rimprovera questo che, spinto da 
segreti intendimenti di accumular tesori, non temè tórre a in¬ 
ganno la bella Donna la quale non è la Chiesa, come chiosano 
i commentatori, ina bensì ltoma, cioè il governo di Roma, 
come spiega il Vangelista nell’Apocalisse (XVII, 18) dicendo: 
<c La donna è la cillà grande che regna sopra i re della terra ». 

E qui si osservi come Dante, vero poeta della rettitudine 
(lo dice anche il Perticaci) distingue il papa dall’uomo, poiché, 
nel terzo libro del De Monarchia dichiara : « aliud est esse ho¬ 
minem, et aliud est esse Papam ». Lascia in disparte il papa, 
perchè la reverenza delle somme chiavi lo induce a venerare 
anche .Niccolò III, quantunque egli lo fìnga dannato tra i si¬ 
moniaci, ma vitupera l’uomo, che « non temè di prendere con 
« inganno la regina del mondo, Roma, e di farne poi strazio 
<c ch’ella non meritava ». 

Ora benché lo strazio della bella Donna, che si suppone 
fatto nei tempi posteriori alla elezione di Bonifazio Vili, sia 
estraneo del tutto al mio argomento, pur voglio domandare: 
E’ veramente ciò conforme alla storia? 

Il Costa, il Bianchi ed altri rispondono: «Dante rimpro- 
« verò a Bonifazio le mali arti e gli inganni usati (così almeno 
« fu detto) per giungere al papato; sebbene è assai verisimile 
« die molti de’ peccati, di cui fu accusato, sieno invenzioni, 
« o esaggerazioni de’ suoi particolari nemici e della rabbia 
« ghibellina ». 

E qui è anzi da commendarsi la moderazione di Dante, 
se intronato d’ogni parte dalle invenzioni e dalle esaggera¬ 
zioni che si facevano contro Bonifazio odiato da moltissimi, 
secondo che affermano gli storici, egli siasi limitato ad una 
vaga parola, che può in parecchi sensi interpretarsi. 

Ma vuoisi ora sapere qual fu lo strazio che quel papa 
fece della bella Donna, cioè Roma? Il Muratori ci dice che Bo¬ 
nifazio pel buon governo della pubblica cosa, ebbe pochi pari 
nel promuovere gli uomini degni alle cariche. 

Perfino lo stesso Guerrazzi 'Bali, di Benev. Gap. XXIX) 
è compreso d’ammirazione per Bonifazio, « siccome di colui, 
<t che di grande animo fu e vago di valenti uomini ». 

Se poi desideriamo conoscere le annonarie sollecitudini 



- 280 - 


eli Honit'azio pel bene del popolo, ci basii sapere che nel 1300, 
quando, in occasione del giubileo, come riferisce Giovanni 
Villani, « quasi non v era giorno, in cui non si contassero nel- 
« l'alma città duecentomila forestieri, d'ogni sesso ed età, 
« venuti a quella divozione », invece di penuria e d'insuflì- 
cienza di provvigioni per tanto continuo esercito motto, se¬ 
condo die chiama pur Dante quelle sterminate moltitudini di 
pellegrini «Ini. XYI11, 28). vi fu, aggiunge il Muratori tanno 
1300), u grande l'abbondanza de' viveri , e Guglielmo Ventura, 
« autore della Cronaca d’Asti, il quale si portò anch’egli a 
« guadagnar questa indulgenza, lasciò scritto, essersi fatto il 
« conto che ben due milioni di persone concorsero in quel- 
« l’anno a doma, e tanta essere stata la folla, ch’ei vide più 
« volte uomini e donne conculcate sotto i piedi degli altri ed 
« essersi egli trovato in quel pericolo. Pur nondimeno attesta 
« anch’egli che abbondanza di pane, di vino, carne, pesci e 
« vena si trovò in Koma ». Chi altro mai avrebbe saputo o 
potuto così largamente provvedere? doma fu straziata sì, ma 
dall’abbondanza : fu straziata sì, ma, dice il Muratori, dal 
guadagno che ne ridondava ai romani; i quali esitavano molto 
vantaggiosamente le loro grasce. Nulla ciò di manco, i partico¬ 
lari minici di Uonifazio e la rabbia ghibellina , mutando nome 
alle cose, rappresentavano per male il bene, e per bene il 
male, e così avvenne che pigliasse consolidamento in pro¬ 
gresso di. tempo il pessimo grido originato dall’odio e dalle 
irose passioni. Dante stesso così ragiona nel Capitolo XI del 
Trattato I del Convivio « quegli ch’è cieco del lume della di- 
« screzione, sempre va nel suo giudizio secondo il grido, o di- 
« ritto o falso che sia... I ciechi, che sono quasi infiniti.... 
« cadono nella fossa della falsa opinione, dalla (piale uscire 
« non sanno. Dall’abito della luce discretiva massimamente 
•< e popolari persone sono orbate... per che incontra clic molte 
« volte gridano : Viva la lor morte e : Muoia la lor vita, pur- 
« chè alcuno cominci ». 

Si è dclto di sopra che Honifazio era odialo da moltis¬ 
simi. Ma chi erano costoro? Erano i papaveri più alti, quelli 
che sotto un pontefice di grande animo non potevano più fare 
a lor volere come facevano sotto Celestino V. Ma il popolo 
avevaio come padre e lo amava. Se ne chiede la prova? Ho- 
nifazio trasse in Anagni; e per ordine di Filippo il Hello re di 
Francia 'scrive il Muratori) « una mattina per tempo ne dì 
« 7 di settembre del 1303 all’improvviso entrarono in quella 



- 2S7 


« città Guglielmo da Nagareto, Sciami dalla Colonna, i nobili 
« da Ceccano e da Supino ed altri baroni ‘.ecco alcuni de’ 

«moltissimi che odiavano Bonifazio); con trecento cavalieri e 
« molta fanteria e colle insegne del re di Francia, cominciando 
«a gridare: Viva il re di Francia! Muoia papa Bonifazio!... 
«< Dicono che Guglielmo da Nagareto gli dicesse d’esser venuto 
« non per torgii la vita, ma per condurlo a Lione... Certo è che 
« Sciami della Colonna il caricò di villanie, ed obbrobri, ed 
« anche volle obbligarlo a rinunziare il papato; ma il trovò 
« fermo in voler piultosto morire che cedere. In così misero 
« stato fu ritenuto per tre dì sotto buona guardia il pontefice, 
« senza che volesse indursi a prendere cibo. Fors’anche do¬ 
ti veva temer di veleno. Intanto fu dato il sacco al palazzo, e 
« agli immensi tesol i ed arredi del papa ». Così con questi 
immensi tesori depredati s'ingrandirono e si arricchirono, 
non i parenti, ma i nemici dì Bonifazio, cioè gli Sciarra dalla 
Colonna, e gli altri baroni, chi più ehi meno. 

« Dopo i tre giorni (della prigionia del papa e del sac- 
« cheggio de’ suoi tesori) si mosse a romore il popolo d’Anagni 
« il quale cominciò con alta voce a gridare : Viva il papa e 
« muoiano i traditori... Quindi Bonifazio, rimesso in libertà, 
« s’ai'frettò per ritornarsene a Boma, dove giunse incontrato 
« con indicibile concorso e plauso del popolo romano ». 

Il popolo adunque amava fortemente il suo pontefice, e 
la storia racconta molte dimostrazioni di questo amore, che 
io intralascio di riferire. Ab una disce omnes. 

Ora, tornando al mio principale proposito, è ad evidenza 
dimostrato che Bonifazio non può dirsi usurpatore del trono 
pontificio. Ma ove anche lo avesse usurpato, come potrebbe 
dirsi che il trono occupato da Bonifazio era vacante? La oc¬ 
cupazione di una cosa e la vacanza di essa sono termini che 
si distruggono a vicenda. Ma ecco in qua! modo i commenta¬ 
tori pensano sciogliersi d’impaccio. « Quanto a Cristo, essi 
« spongono, la sedia apostolica vaca ogni volta o sempre ch’ella 
« è indegnamente posseduta da mali pastori ». 

Ma qui Dante replica che i suoi commentatori sono in 
contraddizione con lui, mentre vogliono ch’egli contraddica sè 
stesso. Sarà ben curioso questo confronto. Brevemente lo fa¬ 
remo. 

Dante dice iParad. XXXI, 31 e seg.) che, nell’anno del 
Giubileo 1300, 



- 288 - 


« I Barbari, venendo da lai plaga, 

« che ciascun giorno d’Etice si cuopra, 

« rotante col suo figlio, ond’ella è vaga, 

« reggendo Roma e l’ardua sua opra, 

« stupefaciensi, quando Luterano 
« alle cose mortali andò di sopra. 

Or bene, chi fu colui, pel quale Luterano alle cose mor¬ 
tali andò di sopra? Fu Bonifazio Vili. E s’egli fosse stato un 
usurpatore, se, posseduta da lui la sedia apostolica, si fosse 
creduta vacante nella presenza del figliuol di Dio , come po¬ 
trebbe supporsi che per mezzo di un usurpatore delle somme 
chiavi \lnj. 1X1, 101) di un reietto dal figliuol di Dio , sarebbe 
intervenuto che Luterano andasse di sopra alle cose mortali? 

Ma ciò è pur nulla a comparazione di altra prova del 
mio assunto. Già ho parlato dell’aggressione di Bonifazio in 
Anagni, e delle circostanze che accompagnarono quel celebre 
avvenimento, laonde non occorre ripeterle. Or dunque Dante 
parla di quel sacrilego attentato commesso dai sicari di Fi¬ 
lippo il Bello re di Francia, e ne parla per bocca di Ugo Cia- 
petta, 

« che fu radice della mala pianta, 

« che la terra cristiana tutto aduggia, 

« si che buon frutto rado se ne schianta. 

Ed ecco la famosa apostrofe di Ugo: 

« Perchè men paia il ma! futuro e il fatto, 

« veggio in A lagna entrar lo fiordaliso, 

« e nel Vicario suo Cristo esser catto. 

« Yeggiolo un’altra volta esser deriso, 

« veggio rinnovellar l’aceto e il fele, 

« e tra nuovi ladroni essere anciso. 

« Veggio il nuovo Pilato sì crudele, 

« che ciò noi sazia, ma, senza decreto, 

« porta nel tempio le cupide vele. 

Qui Filippo il Bello, che ordina quelli oltraggi contro il 
pontefice, fa la figura di Pilato, che condannò il Redentore; 
Guglielmo da Nogareto e Sciarra dalla Colonna, che fanno 
prigioniero il pontefice e ne saccheggiano il palazzo, sono ras- 



- 289 - 


somigliali ai ladroni, fra i quali avvenne la crocifissione sul 
Golgota; i baroni e i nobili da Ceccano e da Supino, che lo 
caricano d’obbrobri e di villanie sono ragguagliati ai carnefici, 
che flagellarono ed abbeverarono d’aceto e fiele il Figliuol di 
Dio; e Bonifazio finalmente che soffrì tutte quelle ingiurie, è 
immagine di Cristo, perchè Vicario di Cristo. 

Ora se Dante assimila Bonifazio a Cristo perchè Vicario 
di Cristo e successor del maggior Piero (Inf. II, 24), non sa¬ 
rebbe ella una evidentissima contraddizione se poi lo chiamasse 
usurpatore del luogo di san Pietro e dichiarasse il trono pon¬ 
tefici vacante nella presenza del Figliuol di Dio , perchè oc¬ 
cupato da un pontefice, che alla stessa persona del figliuol di 
lìio è rassomigliato? 

Ma dopo tutto ciò è necessario osservare che non pos¬ 
sono in alcuna guisa applicarsi a Bonifazio le parole, onde 
san Pietro dice che l’usurpatore del suo luogo « fatto ha del 
•« cimilerio suo cloaca di sangue e di puzza ». 

Anzitutto, credo aver buone ragioni (le quali esporrò più 
sotto) a respingere l’affermazione de’ commentatori, che cimi- 
terxo qui significhi la città di Roma, dove il corpo di san Pietro 
è sepolto. E può darsi un più strano vaneggiamento? Cimilerio 
qui, come in altri luoghi della Divina Commedia , significa se¬ 
polcro. E il sepolcro di san Pietro è nella basilica Vaticana. 

Ora dov’è un fatto, il quale ci riveli che Bonifazio fece del 
sepolcro di san Pietro una cloaca di sangue e di puzza? La 
storia non lo ci dice riguardo a Bonifazio, ma bensì riguardo 
al altro personaggio, di cui ragionerò dopo avere premesse 
alcune dilucidazioni essenzialissime per intendere cui si alluda 
ne’ versi, che formano il subbietto della mia interpretazione. 

Dante nella lettera, con la quale intitola a Can Grande 
della Scala la Cantica del Paradiso, ci fa conoscere che il sog¬ 
getto della Divina Commedia è duplice, duplice essendone il 
senso; però il soggetto di tutta l’opera, secondo la lettera con¬ 
siderato, esser lo stato delle anime dopo la morte preso ge¬ 
neralmente, ma, secondo la sentenza allegorica, il soggetto 
esser ruomo, in quanto che per la libertà dell’arbitrio meri¬ 
tando e demeritando alla giustizia del premio o della pena è 
sottoposto. Il fine poi di tutta l’Opera si è, rimuovere quelli 
che in questa vita vivono dallo stato di miseria e indirizzarli 
allo stato di felicità. 

Ora il concetto veramente cattolico di Dante a raggiun- 



— 290 - 


gere questo scopo riportavasi ai tempi, in cui la potestà im¬ 
periale e la potestà pontifìcia fecondarono la civiltà europea; 
ai tempi, dico, nei quali, come dichiarasi nel XVI Canto del 
Purgatorio : 


Soleva Roma che il buon mondo feo, 
due Soli aver che l'una e l’altra strada 
facean vedere e del mondo e di Deo. 

Ed eccoci a Carlomagno, aH’anno 799, quando Leone 111 
Io volle incoronare imperatore romano. 

Nel Capitolo IV del IV Trattato del Convivio leggo che 
« lo fondamento radicale della imperiale maestà, secondo il 
« vero, è la necessità della umana civiltà, che a un fine è 
« ordinata, cioè a vita felice; alla quale nulla per sè è sutlì- 
« dente a venire senza l’aiuto d’alcuno; conciossiacosaché 
« l’uomo abbisogna di molte cose, alle quali uno solo soti- 
« sfare non può... E perocché una vicinanza non può a sè in 
« tutto satisfare, conviene a satisfacimenlo di quella essere 
« la città. Ancora la città richiede alle sue arti e alla difen- 
« sione vicenda e fratellanza colle circonvicine cittadi, e però 
u fu fatto il regno, onde conciossiacosaché l’animo umano in 
« terminata possessione di terra non si quieti, ma sempre de- 
« sideri gloria acquistare, discordie e guerre conviene sur- 
»< gere tra regno e regno, le quali sono tribolazioni delle cit¬ 
te tadi : e per le cittadi delle vicinanze, e per le vicinanze 
« delle case, e per le case dell’uomo, e così s’impedisce la 
« felicità. Il perchè, a queste guerre e a le loro cagioni tórre 
« via, conviene di necessità tutta la terra, e quanto all’umana 
« generazione a possedere è dato, esser Monarchia, cioè un 
« solo principato e un principe avere, il quale, tutto posse- 
« dendo e più desiderare non possendo, li re tenga contenti 
« nelli termini delli regni, sì che pace intra loro sia, nella 
« quale si posino le cittadi, e in questa posa le vicinanze s’a- 
« mino, in questo amore le case prendano ogni loro bisogno, 
« il quale preso, l’uomo vive felicemente... ». 

Qui cade a proposito ch’io ripeta quanto ho già detto in 
altra parte di questa mia opera, per aver presente ciò che 
scrìve il Fraticelli, « avvertendo che Dante non intendeva già 
« di accordare al supremo Imperatore un assoluto e illimitato 
« potere ma voleva che questi fosse siccome moderatore di 
« tanti governi confederati, i quali di per sè con le proprie 



« leggi si reggessero, al tempo stesso che dipendevan da lui, 
« quasi centro ed anima vivificante di molte membra, desli- 
« nate a fare, per la generale forza ed unione, un solo va¬ 
ie stissimo corpo ». 

Ecco come Dante si esprime nel seguente passo del primo 
libro De Monarchia : « Advertendum sane quod cum dicitur 
« humanum genus potest regi per unum supremum principem, 
« non sic intelligendum est, ut minima iudicia cuiscumque 
« inunicipii ab ilio uno immediate prodire possint : cum et 
« leges municipales quandoque deficiant, et opus habeant di- 
« reelione... Ilabent namque naliones, inter se proprietates, 
« quas legibus differenti bus regulari oportet ». 

Dal che chiaramente apparisce che Dante nell’Imperatore 
non voleva un assoluto padrone, ma un magistrato supremo, 
che conformato si fosse alle leggi delle varie nazioni, dei dif¬ 
ferenti regni, delle diverse città; e che, siccome è scritto nel 
Convivio, a tórre via le guerre e le loro cagioni... si fosse 
adoperato in guisa da riuscire a tenere « li re contenti nelli 
termini delti l egni sì che pace intra loro fosse stata ». 

Ora Dante credette ciie questo ardentissimo desiderio, il 
quale lo accompagnò in tutta la sua vita e fu da lui per 
ogni guisa propugnato, adempiuto finalmente si fosse, quando 
Arrigo VII di Lussemburgo venne eletto e confermato Impe¬ 
ratore dei Romani. Testimonio della ineffabile allegrezza del¬ 
l’animo suo è la lettera, ch'egli scrisse « a tutti e singoli i re 
« d’Italia, ai senatori dell’alma città, ai duchi, marchesi, e 
» conti, ed a’ popoli ». « Ecco, diceva loro, ecco ora il tempo 
« accettevole, nel quale sorgono i segni di consolazione e di 
« pace. Rallegrati, oggimai, Italia, che tosto parrai per tutto 
« il mondo da essere invidiata; perocché il tuo sposo, ch’è 
« letizia del secolo e gloria della tua plebe, il clementissimo 
« Arrigo, Divo ed Augusto e Cesare, alle tue nozze di venire 
« s’affretta. Rasciuga, o bellissima, le lagrime, e cancella le 
« vestigia del dolore, poiché egli è presso colui, che ti libe- 
« rerà dalla carcere de’ malvagi, il quale, percuotendo i fel¬ 
ci Ioni, li distruggerà nel taglio della spada, e la vigna sua 
« allogherà ad altri agricoltori, che al tempo delle messi ren- 
« dano il fruito di giustizia. Voi, che oppressi piangete, sol¬ 
fi levate l’animo perocché la vostra salute è viva. Svegliatevi 
« tutti, e levatevi incontro al vostro re, o abitatori dTtalia, 
« riserbandovi non solo al suo imperio, ma come popoli liberi 
« al reggimento. Questi è quegli che Pietro Vicario di Dio 



« ci ammonisce d'onorare, questi è quegli che Clemente, ora 
« successore di Pietro, illumina della luce di Apostolica be- 
« Dedizione ». 

Così Dante già vedeva restaurato il romano Impero, pa¬ 
cificata l’Italia, ed a sè stesso amplissima fatta libertà di ri¬ 
tornare in piena sicurezza in Firenze. Ma tutti questi avve¬ 
nimenti, che appresentavansi certisissinii, mutaron d’aspetto 
in guisa che parvero essere stati illusioni d’inferma fantasia. 
Ed ecco in qual modo ciò narrasi dalla storia. 

Roberto, re di Napoli, siccome scrive il Muratori (Annali 
d’ital., 1324) tutto tendeva per diritto e per traverso a di- 
« struggere l’Imperio e ad esaltare chi s’abusava dell’auto- 
« rità e della penna del Pontefice, divenuto suo schiavo, per 
« arrivare alla intera signoria d’Italia ». Or mentre Arrigo VII 
moveva verso Roma per esservi incoronato imperatore con 
l’autorità ponleficia (Ann. d’It.), « Roberto re di Napoli, Un- 
« gendo prima di volere amicizia con lui, gli aveva anche spe¬ 
li diti ambasciatori a Genova per intavolare con esso un trat- 
« tato di concordia e di matrimonio; ma furono sì alte ed in- 
« gorde le pretenzioni di Roberto, che Arrigo non potè coll¬ 
ii sentirvi. Dipoi mandò esso Roberto a Roma Giovanni suo 
« fratello con più di mille cavalli, il quale prese possesso 
« della Basilica Vaticana e d’altre fortezze di quella insigne 
u non sua città. Volle intendere Arrigo la intenzione di lui. 
« Gli fu risposto essere egli venuto per onorare la corona¬ 
li zione di Arrigo, e non per fine cattivo. Ma intanto si andò 
« esso Giovanni sempre più ingrossando di genie; e fatto ve- 
.< nire a Roma un rinforzo di soldati fiorentini, s’unì con gli 
« Orsini ed altri Guelfi di Roma, e cominciò la guerra contro 
» i Colonnesi Ghibellini e fautori del futuro novello Impera- 
« tore. Allora si accertò Arrigo che l’invidia ed ambizione del 
« re Roberto, non offeso finora nè minacciato da Arrigo, ave- 
» vano mosse quelle armi contro di lui, per impedirgli il con¬ 
ti seguimento della imperiale corona. Tuttavia, preso consiglio 
a dal sua valore e animato da’ Colonnesi e da altri romani 
« suoi fedeli, che teneano il Luterano, il Coliseo ed altre for¬ 
ti tezze di Roma, superati gli oppositori a Ponte Molle, nel 
« dì 7 di maggio del 1312 entrò in Roma con sue genti, e 
i< cominciò la guerra contro le milizie di re Roberto con vari 
« incontri ora prosperosi ed ora funesti de’ suoi. Conoscendo 
« poi la impossibilità di snidare dalla città Leonina e dal Va¬ 
li ticano gli armati spediti colà dal re Roberto, quasi per vio- 



- 203 


« lenza a lui latta dal popolo romano, determinò di farsi co- 
« ronare imperatore nella basilica Lateranense; funzione, che 
« fu solennemente eseguita nella festa dei santi apostoli Pietro 
« e Paolo, cioè di 29 giugno. Seguitò poi la guerra in Roma. 
« E qui può chiedere taluno : Come mai si attribuì il re Ro- 
« berto tanta autorità da spedire le sue armi in Roma, con 
« fare il padrone dove niun diriilo egli aveva, e con chiara 
« offesa ed obbrobrio del Papa , signore di essa città ? Non 
« v’erano eglino più scomuniche per reprimere una sì fatta 
« violenza? In altri tempi che strepito non si sarebbe udito? 
« E pure niun risentimento ne fu fatto, in maniera che avrebbe 
« potuto taluno credere delie segrete intelligenze fra il Pon- 
« tefice e re Roberto. Ma il Papa troppo s’era legato le mani, 
« dappoiché antepose il soggiorno della Provenza, e di stare 
« fra i ceppi, per cosi dire, del re Roberto e del re di Francia, 
« piu tosto che di portarsi alla sedia di Roma, destinata dalla 
« Provvidenza di Dio alla libertà de’ Papi. Non poteva egli 
« ciò che voleva, nè ciò che esigeva il debito suo. Intanto co- 
« minciava a rincrescere troppo questa musica al popolo Ro¬ 
ti mano. Era sminuita non poco l’armata cesarea; quella di 
« Giovanni fratello di Roberto ogni dì più s’andava rinfor- 
« zando. Però l’augusto Arrigo nel di 20 si ritirò a Tivoli ». 

Donde poi mosse per Firenze sperando di trovarvi se non 
aiuto almeno ricetto. Ma Firenze gli si leva contro. Allora Ar¬ 
rigo si dispose portarsi a Napoli, ma contratta la pestilenza 
muore in Ruonconvento il 24 d’agoslo del 1313. 

Ora le sdegnose parole di san Pietro, le quali intendo 
storicamente spiegare, alludono precisamente a questo fatto 
memorando, che rovesciava la restaurazione del romano Im¬ 
pero e prostrava tutte le speranze di Dante quando appunto 
pervenute a riva sembravano. Commento adunque coteste pa¬ 
role. San Pietro dice: 

Quegli che usurpa in terra il luogo mio, 

il quale è lo loco santo , cioè il Vaticano, ove siede il successor 
del maggior Piero ilnf. IL, 22). E l’usurpatore di questo 
luogo chi potrebbe essere mai se non Roberto re di Napoli, 
che con più di mille cavalli , posti sotto il comando di Gio¬ 
vanni sito fratello , prese possesso della Basilica Vaticana , ed 
altre fortezze di Poma non sua città con fare il padrone dove 
niun diritto aveo? 



San Pietro aggiunge : 

« Il luogo mio, il luogo mio, che vaca 
« nella presenza del fìgliuol di Dio. 

E dice che questo luogo, occupato dalle soldatesche di 
re Roberto, vaca nella presenza del Figliuol di Dio, perchè la 
sedia di Doma ;e non di altra città) fu destinata dalla Provvi¬ 
denza di Dio alla libertà dei Papi, siccome scrive il Muratori, 
cui consuona la sentenza del Petrarca nella epistola prima del 
settimo libro delle Senili, ivi affermandosi che « Pontifìcia se- 
« des antiqua, et vera et propria, et publice utilis, et universo 
<( expediens Roma est », laonde il lìellarmino nel Capitolo 
quarto del quarto libro De Domano Pontifico ne avverte che 
« pia et probatissima est sententia non posse separari Petri 
« Cathedram a Doma, et proinde Domava Ecclesiam absolule 
« non posse errare ». Ma che vado io mendicando le altrui 
autorità, quali più, quali meno esplicite, se volendosi retta- 
mente interpretar Dante, è indispensabile attenersi all’autorità 
di Dante medesimo? Ora su tal proposito abbiamo parecchi 
passi della Divina Cominedia ne’ quali è dichiarato che il Fì¬ 
gliuol di Dio non riconosce che il Vaticano come sede vera e 
propria del suo Vicario in terra. E fra essi superemit omnes 
quello del secondo Canto delI7»/mio: 

Roma e suo impero, 

« la quale e il quale fa voler dir lo vero) 

« fur stabiliti per lo loco santo, 

« u’ siede il successor del maggior Piero. 

Nel concetto dantesco era fermissima la persuasione che 
Roma è la città, cui post tot triunphorum pompas, et verbo et 
« opere, Christus orbis confìrmavit imperium; quam etiam ille 
« Petrus, et Paulus gentium praedicator, in apostolicam se- 
« dem aspergine proprii sanguinis consecrarunt ». Così Dante 
gridava nella lettera ai Cardinali italiani adunati in conclave 
a Carpentras, città della Provenza, dopo la morte di Cle¬ 
mente V avvenuta il 20 aprile del 1314, scongiurandoli ad esser 
tutti unanimi nel combattere « vlrilifer. prò Sponsa Christi, 
«et prò sede Sponsae, quae Roma est»; aflinchè, ricondotto 
a Roma il sommo pontefice, « vasconum npprobrium, qui 
« tam dira cupidine conflagrantes, Latinorum gloriava (la quale 
« è di avere in Doma la sede apostolica) sibi usurpare contea- 



- 295 - 


« dunt, per saecula cuncta futura sii posteris in exemplum ». 

Dice dunque san Pietro: Il luogo mio , cioè il luogo desti¬ 
nato ad esser la sede del mio successore, vaca nella presenza 
del figliuol dì Dio , perchè a quel santo luogo, ciré il Vaticano, 

« et verbo et opere , Chrìslus orbìs conjìrmavit imperium »; e 
quello stesso luogo santo « eliarn il le Petrus, et Paulus gentium 
« praedicator, in Apostolicam sedenti aspergine proprii san- 
« guinis consecrarunt »; e non già ad Avignone, dove Cle¬ 
mente V portò il governo supremo della Chiesa universale. 
Christus orbìs confirmavit imperium; nè Petrus et Paulus asper¬ 
gine proprii sanguinis consecrarunt Avignone città di floberto 
re di Napoli , come la denomina il Muratori (Annal. d’it. 1316). 

Dopo ciò sparisce la contraddizione che di sopra ho notato 
essere fra la occupazione d’una cosa e la vacanza di essa. Chè 
sarebbevi contraddizione se in Vaticano avesse avuto sede il 
successore legittimo di san Pietro, sebbene questo successore 
non avesse corrisposto con le sue opere di uomo all’altezza 
dell’uffìzio di pontefice; poiché in tal caso « aliud est esse 
hominem et aliud est esse papam, come a' suoi commentatori 
insegna Dante, ch’è più teologo de’ suoi commentatori, i quali 
opinano che « quanto a Cristo, la sedia apostolica vaca ogni 
« volta o sempre che ella è indegnamente posseduta da mali 
« pastori ». Ma contraddizione più non v’è, ove si consideri 
che la sede del Vaticano, luogo di san Pietro, vacava, perchè 
il Pontefice Clemente V erasi trasferito in Avignone; ed il 
luogo santo era usurpato da Roberto re di Napoli, che, per 
testimonianza del Muratori, faceva da papa in Roma, intanto 
che t Pontefici in Avignone , città di lìoberto, non operavano 
se non quello che a lui piaceva (Annal. d’It., 1317); il perchè 
la storia lo condannava reo di attentati da lui fatti in Roma 
in disprezzo della giurisdizione e degli ordini del papa (An- 
nal. d’It., 1313). 

Ed appunto per questo disprezzo non solamente, ma inol¬ 
tre per le sanguinarie scelleratezze commesse dalle milizie del 
re Roberto, che, poderosamente impossessatosi della città Leo¬ 
nina e del Vaticano , guerreggiavano contro l’imperatore Ar¬ 
rigo, san Pietro dice: 

« Quegli, che usurpa in terra il luogo mio, 

« fatto ha del cimiterio mio cloaca 
« del sangue e della puzza, onde il perverso, 

« che cadde di quassù laggiù si placa. 




— 296 - 


Ho già dimostrato che il Vellutello si oppose evidente- 
mente alla storia, interpretando che Bonifazio Vili fosse colui, 
die del luogo, ov'è sepolto il corpo di San Pietro, fece una 
sentina di crudeltà e di libidine. Ora poi la storia dimostra che 
Roberto invece fu colui, che, per mezzo delle sue feroci e li¬ 
cenziose soldatesche, fece di quel santo luogo veramente una 
sentina di crudeltà e di libidini , cioè cloaca del sangue sparso 
ne’ vari combattimenti contro l’annata Cesarea, e della puzza 
di depredazioni e di tante disonestissime violenze che allora 
si perpetrarono da quei predoni anzi che soldati deifusur- 
patore, che faceva il padrone dove niun diritto egli aveva. Le 
quali enormezze vedendo il perverso, il gran nemico delle 
umane genti (Tasso) precipitato dal cielo agli abissi, quando 
Michele fe' la vendetta del superbo strupo (Inf. VII, 12), 
riempiasi di gioia crudele, e credeva di avere finalmente ri¬ 
portata una vittoria, che quasi dimenticare gli facesse le an¬ 
tiche patite sconfìtte. Poiché in quel luogo, ov’egli già vide 
stabilita la cattedra di Pietro, al quale et verbo et opere Chri - 
stus orbis confirmavit imperium, vedeva un usurpatore reo 
de’ più esecrandi attentati in disprezzo della giurisdizione e 
degli ordini del papa, ed esso far da papa in guisa che i pon¬ 
tefici non operavano se non quello che a lui piaceva , perchè 
lontani dalla sedia di Roma, che fu destinata dalla Provvidenza 
di Dio alla loro libertà , stavano fra i ceppi , per così dire, del 
re Roberto e del re di Francia. E la infernale allegrezza aumen¬ 
tava sopra modo, nel contemplare che il luogo, cui Petrus et 
Paulus aspergine proprii sanguinis consecrerunl, era conta¬ 
minato con ogni maniera di profanazioni e de’ più abbomi- 
nevoli delitti. 

Delle quali cose favellasi ancora nella fine del nono Canto 
del Paradiso là dove l’anima di Folco prenunzio : 

« Ma Vaticano, e l’altre parli elette 
« di Roma, che son state cimiterio 
« alla milizia, che Pietro seguelte, 

« tosto libere fien dell’adulterio. 

Il Lombardi opina che qui debba « intendersi la evacua¬ 
ti zione che di Roma fecero il papa e i cardinali nella trasla- 
« zione della sede pontifìcia in Avignone per Clemente V ». Ma 
come può esser che qui si lodi questa evacuazione, se, Dante, 
come ho già provato, la considerò sempre un deplorevoli- 



- 297 


simo avvenimento? Scrive Dante nella lettera ai cardinali ita¬ 
liani che, per questa evacuazione appunto, Roman viduam et 
desertam lugere compellimur e specie che huiusmodi ex orbi - 
tationis auctores vogliano finalmente, riconducendo al Vati¬ 
cano il Pastore supremo, apporvi rimedio, prò Sponsa Christi; 
prò sede Sponsae quae Roma est , prò Italia nostra, et, ut 
plenius dicam, prò tota civilate peregrinantium in terris. 

Negli allegati versi pertanto si lamentano i danni cagio¬ 
nati a Roma e alla Chiesa nella traslazione della Sede Ponti¬ 
ficia in Avignone. La storia conferma l'apostrofe dantesca a 
Clemente nel XVIII Canto del Paradiso: 

« Ma tu che sol per Ccineellare scrivi, 

« pensa che Pietro e Polo, che morirò 
« per la vigna che guasti, ancor son vivi. 

« Ben puoi tu dire : I’ ho fermo il disiro 
« sì a colui, che volle viver solo, 

« e che per salti fu tratto al martiro, 

« ch’io non conosco il Pescator, nè Polo. 

Laonde nel IX Canto è predetto che 

« . . . * il maledetto fiore 
cc ha disviato le pecore e gli agni, 

« perocché ha fatto lupo del pastore, 

« Cioè, il famoso e vaghissimo fiorino d’oro, coniato in 
« Firenze, con la effìgie del Battista, avendo generata l’ava- 
« rizia ne’ petti degli uomini, fa traviare non solamente i laici, 
« ma eziandio gli ecclesiastici » secondo che chiosa il Costa e 
ogni altro commentatore della Divina Commedia. 

Premesse queste cose, chiarissimo apparisce il senso de' 
versi citati in prova del mio argomento. Ed il senso è che Cle¬ 
mente V ed i cardinali standosene in Avignone, intenti ad ac¬ 
cumulare ricchezze, avevano lasciata Romani viduam et de¬ 
sertam, la quale era straziala dalle milizie di re Roberto, che 
presero possesso della Basilica Vaticana e d'altre fortezze di 
Roma. E queste parole del Muratori sembrano una spiegazione 
delle parole di Dante: 

« Ma Vaticano, e l’altre parti elette 
« di Roma, che son state cimiterio 
« alla milizia, che Pietro seguette. 



- 298 - 


Poiché tutti quei luoghi occupati dagli sgherri dell’usur- 
patore Roberto furono già santificati dal sangue di tante mi¬ 
gliaia di martiri. Dante però prevedeva che quelle scelleragini 
non potevano a lungo durare. Quindi aggiunge che 

« Vaticano e l’altre parti elette 
« tosto libere llen daH’adullerio: 

Vale a dire, dalle abbominazioni, che la militare licenza e 
la tirannide di re Roberto e del suo fratello Giovanni vi com¬ 
mettevano. 

Da ultimo, non è senza peculiare motivo se Dante fa pro¬ 
nunciare da san Pietro la terribile invettiva contro Roberto 
usurpatore del suo luogo in Vaticano e contaminatore della 
tomba, che racchiude le sue ceneri gloriose. Dante ragionando 
di Arrigo VII imperatore ai principi italiani, aveva già detto: 
« Ilio est quem Petrus , Dei vicarius honorificare nos monet , 
« quem Clemens, mine Petri successor , luce apostolicae be- 
« ncdictionis illuminai ». E Roberto, non curando le ammo¬ 
nizioni di San Pietro, osteggiò con la forza delle armi Ar¬ 
rigo, invece di onorarlo; Roberto, così adoperando, si rese col¬ 
pevole ancora di attentati in disprezzo della giurisdizione e de¬ 
gli ordini del papa Clemente V> legittimo successore di San 
Pietro. A San Pietro adunque apparteneva di profferire la più 
solenne sentenza di condanna contro l’ambizioso violatore de’ 
pontificali diritti e come ribelle alla autorità imperiale, cui egli 
doveva rispettosamente ubbidire. Nè potevasi meglio, che per 
mezzo del Principe degli Apostoli, stampare l’impronta della 
infamia su quel superbo e temerario conculcatore della divina 
ed umana giustizia, il quale atterrò le più belle speranze di 
Dante, rovinò la felicità dell’Italia e fu sacrilego e luttuosis¬ 
simo scandalo alla cattolica Chiesa. 



IL DUX, MESSO DI DIO VATICINATO DA 
DANTE, IDENTIFICATO AI NOSTRI TEMPI 
NELLA PERSONALITÀ’ DEL DUCE MAGNIFI¬ 
CO DELLA NUOVA ITALIA 


Ora debbo ripetere nuovamente quanto ho già più volte 
detto : siccome nella Divina Commedia nulla è che non sia im¬ 
magine della umanità, cosi il Veltro, che è primitiva figura di 
colui che deve liberare l'Italia dai misfatti dei Guelfi e dei Ghi¬ 
bellini, e così dallo stato di miseria condurla allo stato di fe¬ 
licità, è similmente figura perpetua di qualunque altro gene¬ 
roso che imitando le prerogative eroiche del Veltro Dantesco, 
divenga il restauratore e il salvatore della sua patria. 

E per conseguente la restaurazione del potere politico ef¬ 
fettuata ai nostri giorni, l’abbattimento dei numerosi ed op¬ 
pugnatisi partiti che infestavano l’Italia, avendo segnato a 
caratteri indelebili nella storia dei popoli la grandiosa Era 
Fascista, torna veramente a proposito di fare emergere la fi¬ 
gura dei Duce Magnifico della nuova Italia a rappresentare 
la personalità storica del Veltro Dantesco. 

Egualmente il Dux o Messo di Dio che è primitiva figura 
di colui il quale, rivestito del potere politico, riconduce le due 
alte potestà, ecclesiastica l’una, civile l’altra, nell’ambito della 
propria giurisdizione tornando l’ecclesiastica a sopraintendere 
alle cose divine, la civile alle terrene, riconoscendo al tempo 
stesso e difendendo i diritti della Chiesa è similmente figura 
perpetua di qualunque cospicuo luminano del potere politico 
che, secondo le contingenze del suo tempo, operi una gran¬ 
diosa riformagione che riconduca le due potestà nell'orbita 
delle loro giurisdizioni e riconosce e difende i diritti della 
Chiesa. I.aonde sotto questo punto di vista il confronto tra 
il nostro Duce Magnifico e il Dux, Messo di Dio, vaticinato 
da Dante appare inoppugnabile. Egli è veramente l’uomo pre¬ 
destinato dalla Provvidenza a recare a compimento la tanto 
attesa riconciliazione dei rapporti tra la Chiesa e lo Stato. 



- 300 - 


Se i vaticini dell'Aligliieri intorno al Veltro, al Dux, al 
Messo di Dio, non si avverarono ai tempi deU’Àlighieri, e l’Italia 
attese invano il Veltro, il Dux, il Messo di Dio, la data memo¬ 
rabile del 28 ottobre 1922 e del 29 febbraio 1928 annunziarono 
alle genti attonite che il Veltro, il Dux, il Messo di Dio, erano 
finalmente individuati in Genito Mussolini che s’apprestava ad 
operare per la salute e grandezza d’Italia, per la difesa e il 
prestigio della Chiesa. 

Dante con il De Monarchia si proponeva di segnare le basi 
dei rapporti tra Chiesa e Stato prevedendo la condizione di 
indipendenza assoluta della Chiesa nei confronti dello Stato, 
e di questo nei confronti della Chiesa. 

La separazione quindi del pastorale dalla spada, è l’ideale 
dei pacifici rapporti delle due potestà propugnata da Dante, 
attraversò vittoriosa i secoli e divenne l’ideale politico della 
nostra nazione. Il liodrero così ne parla: «noi lo ritroviamo 
« nella filosofìa politica che si esplica nella casuistica e nella 
« teoria del Machiavelli e del Guicciardini, lo ritroviamo altra* 
« verso le tenui varianti della controversia che ha dato ocea- 
« sione al suo manifestarsi nel pensiero indomabile di fra Paolo 
« Sarpi, lo ritroviamo ancora nella gloriosa discendenza degli 
« scrittori napoletani di diritto politico, lino al Giannone ed 
« oltre, lo ritroviamo nell'opera illuminata dei pensatori lom- 
« bardi che ispiravano se non gridavano le riforme del 700 : lo 
« ritroviamo infine espresso ed applicato nella politica della 
« Destra, l’unico partito degno di questo nome che abbia pro- 
« dotto il risorgimento. Ma Dante l’avea riassunto dal passato, 
« dalle memorie della latinità, nella certezza che l’idea latina 
« rappresentava ed attuava l’assetto perfetto dello spirilo in 
« cospetto della pratica politica, e da Manie in poi questo pen- 
« siero di armonia e di libertà, di ideale e di energia è ri- 
« masto l’espressione più nobile, più alta e più pura della 
« nostra sapienza politica ». 

Dante a regolare i reciproci rapporti tra la Chiesa e lo 
Stato, pur dichiarando la indipendenza dello Stalo in con¬ 
fronto della Chiesa, suggeriva: «Cesare adunque quella rive- 
« renza usi a Pietro la quale il primo genito figliuolo usare 
« verso il Padre debbe ». Noi vediamo che la massima Dan¬ 
tesca si tenne in particolare considerazione dal Governo ita¬ 
liano che per opera di Cavour stabilì il modus vivendi nella 
formula libera Chiesa in Ubero Stato . Ma ciò non fu che un 



- 301 - 


paliativo alla grande dissensione che veniva alimentata per 
molteplici cause. 

Indi seguì ravveniniento del 20 settembre 1870 ed i rap¬ 
porti peggiorarono ancora, e non fu possibile trovare una via 
di accomodamento che avesse messo capo all’accordo ed alla 
conciliazione. E ciò, più che da altre cause, trasse origine dalla 
reazione anticlericale alimentata dall'idra massonica che rese 
sempre più aspro e irriconciliabile il dissidio. I tempi non 
erano maturi alla conciliazione, poiché allo Stato mancava 
l’uomo atto alla grande opera. E dico allo Stato, poiché alla 
Chiesa l'uomo non sarebbe mancato nella persona del dotto ed 
umanista pontefice Leone XIII. Ed anzitutto vada a sua grande 
lode il poter dire che egli ebbe il magnanimo coraggio di to¬ 
gliere dall’indice dei libri proibiti il De Monarchia che vi figu¬ 
rava fin dal ioo4. A giudicare se Leone XIII sarebbe stato ca¬ 
pace di addivenire ad una conciliazione, leggiamo la sua enci¬ 
clica Immortali Dei scritta quando era in piena attività la per¬ 
secuzione contro la Chiesa, persecuzione esercitata dallo spi¬ 
rito anticlericale che imperversava a’ quei tempi. La enciclica 
ohe riportiamo collima interamente con quanto Dante dice nel 
De Monarchia, come appresso vedremo. 

Adunque Leone XIII così si esprime nell’accennata enci¬ 
clica: «Iddio volle compartire il governo della umana fa- 
« miglia fra due Podestà, ecclesiastica e civile, l’una delle 
« quali deve sopraintendere alle cose Divine, l’altra alle ter- 
« rene. Entrambe sono supreme nell’ambito della propria giu- 
« risdizione, poiché entrambe hanno i propri limiti entro cui 
« contenersi, segnati dalla natura ed al fine prossimo di cia- 
« scuna, tanto che intorno ad esse viene a descriversi una 
« sfera, entro la quale ciascuna dispone del proprio diritto. 
« Ma poiché uno stesso è il soggetto di entrambe le Podestà, 
« e potendo una medesima cosa appartenere alla giurisdizione 
« dell’una e dell’altra, la Divina Provvidenza, che le ha sta- 
« bilite entrambe, deve pure averle ordinate convenientemente 
« fra loro. La quale condizione non a torto viene parago- 
« nata a quella dell’anima e del corpo nel supposto umano. 
« La quantità e l’entità di siffatte relazioni non si può in guisa 
« diversa stabilire che considerando alla natura delle due auto- 
« rità e riconoscendo l’eccellenza e la nobiltà dei due rispet- 
« tivi fini, essendo lima direttamente e principalmente pre- 
« posta alla cura delle cose temporali, l’altra all’acquisto dei 



- 302 - 


'< beni eterni, e soprannaturali. Uuindi tutto ciò che al mondo 
« in qualunque guisa ha ragione di sacro, tutto ciò riguarda 
« la salute delle anime ed il culto divino, o che tale sia per 
« natura sua ovvero per il line cui si riferisce, cade sotto la 
« giurisdizione della Chiesa. Tutte le altre cose che si com- 
« prendono entro la cerchia delle ingerenze civili e politiche 
« è giusto che siano sottoposte all’autorità civile, avendo Gesù 
« Cristo espressamente comandato che rendasi a Cesare ciò 
« che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio ». 

L'enciclica del Sommo Pontefice Leone Xlll consuona in¬ 
teramente con il pensiero dantesco poiché fa la distinzione 
chiara e precisa delle due podestà. Passiamo a considerare 
quanto dice Dante: 

» L’uomo, considerato in ambedue le sue parti essenziali, 
« anima e corpo, è corruttibile, se lo si considera secondo 
« una parte, cioè secondo il corpo; incorruttibile, se lo si con¬ 
ti sidera secondo l’altra, cioè secondo l’anima; perciò bene si 
«< espresse il filosofo su di lei come incorruttibile, nel secondo 
« libro deiranima, dicendo : che solo questa, come eterna, ha 
« ottenuto di separarsi dal corruttibile. 

« Se dunque l’uomo è un medio tra i corruttibili e gli 
« incorruttibili, giacche ogni medio tiene della natura degli 
« estremi, è necessario ciie l’uomo tenga delibimi e dell’altra 
« natura; ed essendo ogni natura ordinata ad un ultimo fine, 
« ne consegue che duplice è il fine dell’uomo. E siccome, solo 
<t fra tutti gli enti, partecipa della incorruttibilità e della cor- 
(f ruttibilità. così solo tra tutti gli enti è ordinato a due Ani, 
« di cui uno è il fine suo come di ente corruttibile, l’altro di 
<' incorruttibile. La ineffabile Provvidenza dunque à proposto 
« all’uomo due tini da raggiungere, vale a dire, la beatitudine 
« di questa vita, che consiste nella attuazione della propria 
« virtù ed è figura del Paradiso Terrestre, e la beatitudine 
« della vita eterna, che consiste nel godimento della vista di 
« Dio, alla quale la virtù propria dell’uomo non può salire 
« se non con l’aiuto del lume Divino, e questa beatitudine è 
« dato intendere nel Paradiso celeste, A queste beatitudini, 
» come a termini diversi, conviene giungere con mezzi diversi : 
« alla prima perveniamo con gli ammaestramenti filosofici, 
« purché li seguiamo, operando secondo le virtù morali ed 
« intellettuali, alla seconda perveniamo cogli insegnamenti spi- 
« rituali, che trascendono l’umana ragione, purché li seguiamo 
« operando secondo le virtù teologali. Fede. Speranza e Ca- 



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« rità.Perciò fu d’uopo all’uomo avere una duplice 

« guida secondo il duplice line, vale a dire del Sommo Pon- 
« felice, che secondo la rivelazione guidasse il genere umano 
« alla vita eterna e dell’Imperatore che secondo gii ammaestra¬ 
te menti filosofici dirigesse la generazione umana alla felicità 
« temporanea ». 

Come abbiamo veduto, attraverso l’enciclica Immortali Dei 
v’è da trarre che il grande Pontefice aveva mente e cuore 
per addivenire alla conciliazione tra Chiesa e Stato, ma questo, 
come già si è detto, non aveva a guida l’uomo a ciò predesti¬ 
nato dalla Provvidenza. 

La massoneria vigilava instancabile e guidava le sorti 
della Patria e spadroneggiava assoluta, e per mezzo de’ 
seguaci insinuava i suoi tentacoli nelle più vitali parti della 
macchina dello Stato. Quindi una guerra sempre più violenta, 
acerrima infieriva contro la Chiesa e contro la Religione. 11 
Pontificato di Leone XIII si chiuse senza che fosse avverato 
ii grande avvenimento atteso da tutti gli italiani che avevano 
il culto della patria e della religione. Le persecuzioni alla 
Chiesa si svolgevano senza tregua per acquiescenza del succe- 
dentisi ministeri. Siamo al Pontificato di Pio X e la protesta del 
Santo Pontefice sveglia una penosa impressione nell’animo di 
tuffi i fedeli. Fycco le sue parole: «La libertà, o meglio la li- 
« cenza, è per tutti, ma non la libertà per la Chiesa. Libertà per 
« ognuno di professare il proprio culto, di manifestare i propri 
« sistemi, e non per il cattolico come tale, che è fatto segno a 
« persecuzioni e dileggi e non promosso o privato di questi uf- 
« fici a cui ha sacro diritto. Libertà di insegnamento, ma sog- 
« getta al monopolio dei Governi, che permettono nelle scuole la 
« propagazione e la difesa di ogni sistema e di ogni errore e 
« proibiscono perfino ai bambini lo studio del catechismo. Li- 
« bertà di stampa, e quindi libertà al giornalismo più iroso 
« d’insinuare, in onta alle leggi, altre forme di Governo, di 
« aizzare a sedizione le plebi, di fomentare odi e inimicizie, e 
« di impedire con gli scioperi il benessere degli operai e la 
« vita tranquilla dei cittadini, di vituperare le cose più sacre 
« e le persone più venerande; ma non al giornalismo catto- 
« lico, che, difendendo i diritti della Chiesa e propugnando i 
« principi della verità e della giustizia, dev’essere sorvegliato 
« e richiamato al dovere e fatto segno a tutti come avverso 
« alle libere istituzioni e nemico della patria. A tutte le as- 




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<* sociazioni anche più sovversive la libertà di pubbliche e 
« clamorose dimostrazioni, ma le processioni cattoliche non 
« escano dalle Chiese perchè provocano i partiti contrari, scon- 
« volgono l’ordine pubblico e disturbano i pacifici cittadini. 
« Libertà di ministero per tutti, scismatici e dissidenti; ma 
« per i cattolici, solo allora che i ministri della Chiesa non 
« abbiano nel paese cui sono mandati, anche un solo prepo- 
« tente, il quale si imponga al Governo che ne impedisca Tin¬ 
te gresso e l’esercizio. Libertà di possesso per tutti ma non 
« per la Chiesa e per gli ordini religiosi, i cui beni con arbi- 
« traria violenza sono manomessi, convertiti e dati dal Governo 
« alle laiche istituzioni. Questa, come bene conoscete, è la 
«libertà di cui gode la Chiesa anche in paesi cattolici! ». 

La viva dipintura delle ignominiose persecuzioni che ve¬ 
nivano inflitte alla Chiesa, dipintura falla dal Pontefice Pio X, 
■ci fa balzare innanzi agli occhi la cospicua personalità po¬ 
litica che ai nostri giorni segnò la fine di tutti i mali, di tutte 
le ingiustizie, di tutte le concussioni onde venne travagliata 
la Chiesa. 

Con la legge della conciliazione è riconosciuta la sovra¬ 
nità della Chiesa e la sua intera indipendenza dallo Stato, 
-come emerge in Tatto e in diritto dal confronto delle fun¬ 
zioni separate e distinte svolte dai due poteri. La Chiesa ha 
bisogno di questa indipendenza : « la Chiesa (così parlò il Pon- 
« tefice Pio X) questa grande Società religiosa degli uomini, 
« che vivono nella stessa fede, e nello stesso amore sotto la 
« guida suprema del romano Pontefice, ha uno scopo supe- 
« riore e ben distinto da quello delle società civili che ten- 
« dono a raggiungere quaggiù il benessere temporale, mentre 
-« che essa ha di mira la perfezione delTanima per TEternità. 
« La Chiesa è un regno che non conosce altro padrone che 
« Dio e ha una missione tanto alta che sorpassa ogni limite, 
« e forma di tutti i popoli d’ogni lingua e d’ogni nazione una 
« sola famiglia : non si può quindi nemmeno supporre che il 
« regno delle anime sia soggetto a quello dei corpi, che Teter- 
« nità divenga strumento del tempo, che Dio stesso divenga 
« schiavo delTuomo »». 

E quanto affermano Leone XIII e Pio X è confermato e ri¬ 
conosciuto dal Duce Magnifico che così si esprime : « Accordi 
« equi e precisi che creano fra TItalia e Santa Sede una si¬ 
te tuazione non di confusione o di ipocrisia, ma di differen- 
« ziazione e di lealtà. Io penso, e non sembri assurdo, che 



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« sulo in regime di concordato, si realizza la logica, normale, 

« benefica separazione tra Chiesa e Stato, la distinzione, cioè 
« fra i compili, le attribuzioni dell’uno e dell’altro. Ognuno 
« coi suoi diritti, coi suoi doveri, colla sua podestà, coi 
« suoi confini. Solo con questa premessa si può — in ta¬ 
ti Inni campi — praticare una collaborazione da Sovranità a 
« Sovranità ». 

K sulla sovranità della Chiesa così si esprime il Duce 
« Magnifico : « Da parte nostra abbiamo lealmente iucono- 
« SCI I TA LA SOVRANITÀ' DELLA SANTA SEDE non Solo perchè esi¬ 
ti steva nel fatto, non solo per la quasi esiguità del territorio 
« richiesto, esiguità che non toglie nulla alla sua grandezza 
« d'altra natura, ma per la convinzione che il Sommo Capo 
.< ni l\a Ueligione Universale non pi o’ essere suddito di 
« alcuno Stato pena il declino della cattolicità’ che si¬ 
li GNIFICA UNIVERSALITÀ’ ». 

Se la Divina Provvidenza assegnò a quest’uomo straor¬ 
dinario la grande opera della conciliazione tra Chiesa e Stato, 
che l'u l'ideale politico di Dante, ideale passato quasi in eredità 
da generazione in generazione, come non dovrebbe ricono¬ 
scersi in lui il Dux della nuova Italia, il Messo di Dio, il vero 
difensore della Fede di Cristo e della sua immortale Chiesa? 
Per virili del Duce della nuova Italia è stato abbattuto il 
secolare nemico della Chiesa, l’idra massonica, e la vittoria 
di Cristo sulla bestia e sul falso profeta si è nuovamente av¬ 
verala : -f la bestia fu presa, e con lei il falso profeta che 
« aveva fatti i segni davanti ad essa, coi quali egli aveva se- 
« dotti quelli che avevano preso il carattere della bestia e 
«quelli che avevano.adorata la sua immagine: questi due fu- 
■ rouo gettati vivi nello stagno del fuoco ardente di zolfo ». 

Per virtù di Benito Mussolini, che è il Dux e il Messo 
di Dio. rifulge di nuova grandezza la eterna continuità della 
profezia del Maestro Divino che disse al fondatore della sua 
Chiesa : ■<... tu sei Pietro, e sopra questa pietra io edificherò 
« la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non la potranno vin- 
« cere ». 

E sotto questo punto di vista la figura del Duce è la più 
perfetta incarnazione del Messo di Dio, poiché il Duce Magni¬ 
fica >'• l’uomo che fu destinato dalla Provvidenza a compiere 
l'opera sì grandiosa a favore e difesa della Chiesa. 




L’EVOLUZIONE STORICA DEL 20 SETTEM¬ 
BRE E LA CONCIL AZIONE DELL’ITALIA E 
DEL VATICANO SANZIONATI DALLA SACRA 

SCRITTURA 


Qui intendo fare una indagine che potrà essere conside¬ 
rala di non peculiare importanza, ma che tuttavia entra in 
un argomento di viva attualità; e riportandoci al metodo dan¬ 
tesco vediamo che cosa ha che fare la Bibbia con la data del 
20 settembre e con la riconciliazione. 

11 popolo romano con il Plebiscito del 20 ottobre 1870 
ha dichiaralo la sua volontà che era quella di affermare la 
sua approvazione di essergli stato dato un principe diverso 
da quello che ne ebbe il governo lino al mattino del 20 set¬ 
tembre 1870. 

Or si domanda: vi è qualche precedente storico che giu¬ 
stifichi interamente il popolo romano di avere avuto il diritto 
di esprimere questa sua volontà, come ancora esiste nella 
Bibbia un fatto che possa accennare alla conciliazione? Apria¬ 
mo la Bibbia e vedremo di rispondere affermativamente a 
queste due domande. 

Al cap. Vili del I libro dei Be si legge : « Il popolo d’I- 
« sraele era governato teocraticamente dai Giudici. Il Giudice 
« supremo era Samuele: dal Sacro lesto però rileviamo che 
« Samuele essendo diventato vecchio fece giudici d’Israele i 
« suoi figliuoli. E i suoi figliuoli non batterono la strada che 
« egli batteva, ma furono inclinati all'avarizia, e ricevevano 
« dei regali e pervertivano la giustizia (ecco la colpa della 
« Curia fumana lamentala da Dante ai suoi tempi e noi la¬ 
ti sciamo alla intelligenza del lettore i commenti e le campa¬ 
ti razioni dell'antico e del moderno). 

h Congregatisi pertanto tutti i seniori d’Israele, andarono 
«a trovare Samuele a Ramatha, e gli dissero: tu ormai sei 
« vecchio, e i tuoi figliuoli non battono la strada, cui battevi 



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« tu; eleggi a noi un He, il quale ei amministri la giustizia, 
« come lo hanno tutte quante le nazioni. 

« Spiacque a Samuele v come spiacque a l’io IX) questo 
« parlare e il dire che tacevano : dacci un He che ci giu- 
« dichi, e Samuele lece orazione al Signore tanche Pio IX l'ece 
« orazioni ed anzi ordinò che altri ne facessero) il Signore 
« disse a Samuele: ascolta le parole di questo popolo in lutto 
«quello che egli ti dice, ma Pio IX non le volle ascoltare, 
« come mostrò che le avrebbe ascoltate Leone Xlll come ri- 
« vela nella sua enciclica Immortale Dei , se non gli si fossero 
« frapposti impedimenti i quali non si frapposero a Pio XI che 
« finalmente fece come avrebbe dovuto fare Pio IX) ». Però 
« che eglino han rigettato non le, ma anche me perchè io non 
« regni sopra di loro il caso del popolo d’Israele è anche più 
« duro, poiché il popolo di Homa, conforme al concetto di Dante 
« non intende rigettare che sopra di lui regni Dio, cioè che il 
« Poni e lìce eserciti il supremo potere spirituale. E questo « fer- 
« inissimo proposito del popolo di Koina e di tutta l’Italia è 
« stato solennemente affermato dal linee Magnifico della nuova 
«Italia). 

(f Adesso adunque ascolta lo loro parole insamma Dio 
« vuole che le parole del popolo siano ascoltate , benché con¬ 
ti trarie all'autorità divina) ma fa note ad essi le due proteste, 
« e annunzia loro i diritti del He, che regnerà sopra di essi. 
« il:eco adunque che per giusta causa, o perchè cns) gli piace , 
« vuole svincolarsi dal governo teocratico . e si limita soltanto 
n a dare alcuni avvertimenti), 

« Hipetè adunque Samuele lotte le parole del Signore al 
« popolo che gli aveva chiesto un He. appunto come lo chie- 
« deva il popolo romano) e disse: questo sarà il diritto del 
« Re, il quale vi comanderà. Egli prenderà i vostri figliuoli 'è 
« il servizio militare obbligatorio da cui i! popolo romano era 
« esente sotto il Papa) li farà sue guardie a cavallo e li farà 
« andare innanzi ai suoi corchi a quattro cavalli *e certamente 
« fra i romani del 1870 vi sarà stato qualcuno che avrà fatto 
« parte del corpo delle Guardie del He!) E li farà suoi tribuni e 
« centurioni i romani si contentarono, si contentano e si conten¬ 
ti termino di. essere anche soldati semplici) e altri metterà a fab¬ 
bricare le armi... (e gli avvenimenti infatti dimostrarono che 
« ne avevano urgente bisogno , e questo impellente bisogno 
« non cessa ancora, specialmente oggi che s'inventano tanti 
« mezzi di distruzione fra gli ipocriti osanna innalzati atta 
« pace). 



« Ma il popolo non volle dar retta alle parole di Samuele 
« (come i romani non diedero reità ai giornali gesuiti d'allora) 
« anzi dissero : non cangeremo (ed infatti i romani hanno dato 
« prova della loro fede incrollabile alla Monarchia Sabauda), 

« ina avremo un Re che ci governi..... e andrà innanzi a noi, 
« e combatterà per noi nelle guerre che avremo ^il He Vittorio 
« ha pienamente avverato cotesle previsioni). 

« E Samuele ascoltò tutte le parole dei popolo e le riferì 
« al Signore. E il Signore disse a Samuele : fa a modo loro, 
« e dà loro un Re capite come si deve rispotidere? Pio IX 
« avrebbe dovuto (are a modo dei llomani). E Samuele disse 
«agli uomini d’Israele: Se ne torni ciascuno alla sua città. 
« E ciò perchè il buon Samuele avrebbe pensato a trovare 
« il He che fu Saul. Pio IX però non ci pensò; per conseguenza 
« il popolo romano lo trovò da sè stesso ». 

Indi al cap. X si legge che: « Samuele, {dopo aver trovato 
« il Ile , che il popolo romano ha trovato da sè stesso , perchè 
« diversamente non sarebbesi trovato mai da chi , secondo gli 
« ordini di Dio, era in dovere di trovarcelo) ». Samuele prese 
un vasello d’olio « e lo versò sul capo di lui e lo baciò » (ecco 
« falla la coticiliazione : ciò che avrebbe dovuto fare Pio IX 
« con Villano Emanuele II) e disse : Ecco che il Signore ti 
« ha unto come Principe sopra la sua ereditai, e tu libererai 
« questo popolo dalle inani dei suoi nemici, che gli stanno in- 
« torno. f Il caso potrebbe essere mai più somigliante)? 

Stando pertanto le cose a questo modo il popolo romano 
(che non era. e die non è perverso come l’antico popolo 
d’Israele, il quale rinnegava di essere governato da Dio, non 
potevasi contrariare se per ciò che riguarda il potere tempo¬ 
rale, volle un Principe come lo hanno tulle quante le Nazioni, 
non toccando punto (come la intendeva Dante, e come ha mo¬ 
strato d’intenderla il Due? della Nuova Italia), i diritti del po¬ 
tere spirituale, il cui Pegno non è di questo mondo, confor¬ 
memente è scritto nel Vangelo. 

Ma il successore di Pietro nella persona, di Pio IX non 
fece a modo del popolo; questo però, benché sempre osse¬ 
quente all’augusta dignità del Pontefice, attese con speranza 
e con fede che alfine giungesse il successore di Pietro, che 
imitando l’esempio del buon vecchio Samuele, confermasse e 
benedicesse il Principe della Italica Nazione. E le speranze del 
popolo non andarono deluse: i voti furono compiuti dal glo¬ 
rioso Pontefice Pio XI il 28 febbraio 1929. 





IL GLORIOSO POIs TEPICE DELLA RICONCI¬ 
LIAZIONE, BENEDETTO XV E DANTE 


Il Pontefice Benedetto XV, è il glorioso iuccesior del 
maggior Piero che, visibile istrumento degli arcani decreti della 
Provvidenza Divina, ha recato ad effetto la tanto attesa Con¬ 
ciliazione tra la Chiesa e lo Stalo tacendo finalmente avve¬ 
rare il vaticinio dell’Aligliieri sul Dux, messo di Dio. 

Benedetto XV, al paro dei suo predecessore leone XIII, 
è il pontefice che ha dato più tangibile prova dell’alta estima¬ 
zione in cui tiene il divino Poeta. 

.Non è certamente a cognizione di tutti l’atto munifico del 
grande Pontefice per onorare la memoria di Dante nella sesta 
centoneria ricorrenza della sua morte, laonde noi con pecu¬ 
liare compiacimento ne facciamo menzione ai nostri lettori. 

(t Giornale Dantesco del tempo (Firenze, Olsckki, voi. XXII. 
Guad. V.) riportava queste parole: «Gli Acta Sanctae Sedis 
pubblicano un’epistola che la Santità di Benedetto XV ha man¬ 
dato a inons. Morganti, arcivescovo di Ravenna, a proposito 
della commemorazione del sesto centenario della morte del- 
IWlighieri ». Il Pontefice, compiacendosi del proposito di ce¬ 
lebrare la grande solennità dantesca, ricorda come i papi 
siano sempre stati proteggitori munifici delle arti e delle let¬ 
tere e abbiano onoralo gli uomini che coll’opera e col senno 
crebbero gloria alla patria, consacrando all’eternità il loro 
nome » e segue a dare un largo sunto della bellissima epistola, 
dando notizie della generosa offerta. Come può essere più de¬ 
corosamente onorato il sesto cenlenario della morte del grande 
poeta ohe in questo modo? Devono esultare le sue ossa nella 
tomba di Ravenna, devono profetare le glorie del Pontificato 
romano, fulgido suo ideale « et ossa eius prophetavenmt ». 
Il Pontefice grande, che oggi siede sulla cattedra di san Pietro, 
onora il poeta cristiano, come i suoi predecessori Leone XIII. 
e Pio X, con impeto di sublime genialità rende omaggio al 
suo nome e quindi, come gli altri pontefici romani si dimostra 



- 312 - 


ammiratore e fautore dell’arto che è essenzialmente cristiana. 
11 glorioso pontelice, ch'alia profonda cognizione della scienza, 
alla sottile perizia del governo unisce il delicato gusto dell'e¬ 
stetica, rendeva decoro adultissimo poeta che congiungeva 
tede, dottrina ed arte, lumeggiando situi da ora colla sua 
autorevole e splendida parola il futuro centenario dantesco. 
Mi esalto pensando al suo apparire nella Cappella Sistina, 
ove giganteggia il giudizio di quel Michelangelo clic riverberò 
nell’opera sua quella di Dante e postillò di sua mano un lesto 
della Dirina Commedia miseramente perduto in naufragio. Ma 
più che le nostre povere parole valgano quelle sublimi del 
Beatissimo Padre che qui riportiamo. Valgano esse d'insigne 
proemio, di fausto preludio alle feste centenarie del gran¬ 
dissimo poeta. 

Ven. fratello , salvie ed Apostolica benedizione. 

«< A Noi, chiamali testò al governo della Chiesa cattolica, 
quantunque immeritevoli, dallo stesso eterno fondatore di essa, 
tu volesli offrire testimonianza di devozione e di ossequio, 
anche in nome del Comitato che attende a preparare le ono¬ 
ranze solenni secolari al divino Alighieri, essendo prossimo 
il sesie centenario da che quel fulgentissimo splendore dei 
poeti die si estinse in codesta vetustissima città. Siffatta te¬ 
stimonianza di venerazione e di affetto verso di Noi richiede 
che manifestiamo la grande gioia procurataci dalla tua osse¬ 
quentissima lettera e che nen rendiamo vivissime grazie a te 
ed agli altri membri del medesimo Comitato. Per ciò poi che 
riguarda la vostra nobile iniziativa, dobbiamo innanzi tutto 
osservare che gli illustri Nostri Predecessori, dei quali Ci stu¬ 
diamo di seguire le orme, furono sempre i mecenati delle arti 
e delle lettere, e che ricolmarono sempre di ben meniate lodi 
ed onori quelli uomini insigni che per acutezza di mente e 
profondità di studi procurarono gloria alla loro età e resero 
immortali i loro nomi. 

« Senza dubbio nel numero di questi è da ritenersi IWli- 
ghieri, al quale in verità, non sappiamo se alcuno fra i poeti 
di tutti i tempi possa paragonarsi. Ma inoltre, e ciò è anche 
di maggiore importanza, si aggiunge una particolare ragione 
per la quale Noi riteniamo di dover celebrare il suo cente¬ 
nario con memore compiacimento e con grandissima solen¬ 
nità; poiché ì’Alighieri è nostro. Infatti il poeta fiorentino. 



- 313 - 


come è u tulli nolo, congiunse lo studio delle scienze natu¬ 
rali con quello della religione ed informò la sua mente a 
precetti desunti dall’intimo della fede cattolica, e nutrì l’ani¬ 
mo suo dei più sublimi e più puri sensi di umanità e di giu¬ 
stizia. Che se, travagliato dalle pene e dai dolori dell’esilio 
e sospinto da ragioni politiche, talora parve allontanarsi dal¬ 
l’equità del giudizio, non avvenne mai nondimeno, che si di¬ 
scostasse dalla verità della dottrina cristiana. 

Chi potrà mettere in dubbio che il nostro Dante alimen¬ 
tasse e rinvigorisse la fiamma dell’ingegno e l’estro poetico 
con l’ispirazione della fede cattolica sì che i misteri augu¬ 
stissimi della Ueligione potesse cantare con carme quasi di¬ 
vino? Non vi è alcuno, quindi, che non veda con quanto grato 
ricordo e sommo rispello questo nome si debba celebrare da 
lutti i cattolici nel mondo intero. 

« Ca forma poi che Ci hai indicata delle onoranze stabilite 
dal Comitato che sopra ricordammo, pei- degnamente comme¬ 
morare il VI centenario della morte dell’Alighieri è tale che 
sembra del tutto degna di particolare encomio. Poiché a ce¬ 
lebrare convenientemente la memoria di quel poeta, di cui 
fu tanta l'altezza del canto da meritare di essere appellato 
divino ed il quale con versi, nè prima nè dopo uguagliati, 
espose le più alte verità della fede che cosa è più conve¬ 
niente die venga restauralo quel tempio il quale ci fa pen¬ 
sare alla pietà, ai funerali, al sepolcro dell’esule Poeta? 

« Per doppia ragione dunque commendiamo la forma che 
è stabilita ili onoranze per il Vate giacché, essendo stretta- 
mente connessa alla fede non solo è quella che meglio si con¬ 
viene a gente cattolica, ma risponde ottimamente ai senti¬ 
menti religiosi del poeta immortale. Pertanto facciamo volen¬ 
tieri voti che fra tutti i cattolici, anche delle più lontane re¬ 
gioni dell’orbe, per celebrare la memoria dell’eccelso Poeta, 
sorga una nobile e generosa gara quale si convenga al nome 
cristiano, e riesca degna dell’immortale Cantore. 

« In quanto poi riguarda Noi, perchè le solennità alighe- 
riane si organizzino, come conviene, con somma magnificenza, 
non vogliamo che manchi al vostro disegno già iniziato la 
nostra lode come già aveste quella nel Nostro Predecessore 
Pio X di f. m. Ed inoltre avendo in animo di concorrere col 
nostro obolo, per quanto consentano le condizioni della Santa 
Sede, alla restaurazione della Chiesa di S. Francesco, affinchè 
essa divenga più augusta e più degna di si grandi memorie, 



stabilimmo di offrire la somma di L. 10.000 che già avemmo 
cura di inviarti. 

« Intanto auspice dei divini favori e testimonio della nostra 
benevolenza verso di te, venerabile fratello, impartiamo di 
tutto cuore nel Signore a te, al Clero, ai fedeli tutti commessi 
alla tua cura, l’Apostolica Benedizione. 

u Dato in Borna presso S. Pietro 28 ottobre 1914, anno 
primo del Nostro Pontificato. 


BENEDETTO P.P. XV. 



CONCLUSIONE 


Lu scopo precipuo di quest’opera è stato quello di met¬ 
tere iu evidenza i punti di contatto che esistono tra il sistema 
politico ideato da Dante e quello attuato dal Duce Magnifico. 

Noi l'ascisli dobbiamo aver presente che Dante ha va¬ 
gheggiato gli stessi ideali politici, inorali, religiosi messi in 
essere dall’Era Fascista; e credo che questa mia asserzione 
non possa essere oppugnala. 

Il Massimo Poeta può dirsi a ragione l’antesignano dei 
grandi ideali del Fascismo. 

Chi fu appellato dall’unanime consenso della repubblica 
letteraria il restauratore della nuova civiltà europea, il pro¬ 
pugnatore della unità e della grandezza d'Italia, non poteva 
certamente concepire e scrivere opere il cui contenuto etico 
e politico sarebbesi potuto riscontrare non consentaneo ai 
grandi ideali del Fascismo. 

E’ doveroso quindi riguardare Dante il profeta deità Patria , 
Vanticipatore del Fascismo. 

Se Dante fosse ancora tra i viventi Egli avrebbe preso il 
suo posto all'ombra dei gloriosi gagliardetti del Littorio. Dante, 
ripeto, è squisitamente fascista. La rinascita politica e mo¬ 
rale voluta rial Duce è quella desiderata da Dante. Non sono 
massime fasciste quelle di Dante quando vi ammonisce « che 
rimanendo nell’ozio non si viene in fama, quando vi dice di 
avere somma cura del tempo, quando vi fa sapere che di¬ 
sprezza i poltroni, non parla con i negligenti e gli accidiosi. 
Egli predica di schivare le seduzioni del vizio, nè di farvi Dio 
l’oro e l’argento, nè di vendervi l’anima a vili guadagni » (Carlo 
Vassallo - Dante Alighieri filosofo) facendo sì che il disinteresse, 
la rettitudine sia la vostra guida. 

E noi faremo cosa doverosa se in nome del Fascismo ono¬ 
riamo la memoria dei sommo Poeta, e se nel nome di lui giu¬ 
riamo che a qualunque costo noi vogliamo che l’Italia sia 
grande. 

Ad majora, adunque, e sempre nel nome di Dante e nel 
nome del Duce Magnifico della nuova Italia. 




ERRATA-CORRIGE 


Pag. 13 « Foscolo » — Parini. 

» 17 « volerne » — volere. 

« 21 verso la line « numilis » — humilis. 

» 24 verso la metà « ne » — nè. 

» 26 verso la mela « ligua » — lingua. 

» ibicl. verso la metà « pari » —'paro. 

» ibid. alla line « sensualità » — sensualità. 

» 36 alla metà « Sigonre » ■— Signore. 

» 4U quasi alla metà « sdegnato » — addolorato. 

» 46 alla metà « d/venira « — diveniva. 

» 64 verso alla fine « perchè » — per cui. 

» 82 in principio « malvagio » — malvagia. 

» 86 in fine « attuate » — attuale. 

» 136 in fine « studio di psicologia sociale e politica » — studio 

di psicologia su gli uomini del suo tempo che si agitavano 
nella lotta politica e sociale. 

» 169 in principio « libertà » — liberalità. 

» 175 quasi nel principio « tanto piacere — tanto di piacere. 

» idid. quasi nel principio « Enea solo » — Enea decidette solo. 

» 176 nel principio «giuridico » — giudicio. 

» 194 verso la metà « a sua insegna le Aquile » — a sua in¬ 

segna la Croce bianca non meno che le Aquile. 

» 206 quasi in fine « E già la visione di questa Roma sorride al 

suo spirito. Vive già come una certezza, l’ordinamento ci¬ 
vile e militare esponento di forze formidabili, e la gran¬ 
dezza della Roma cristiana » — lE già la visione di questa 
Roma futura sorride al suo spirito, vive già come una cer¬ 
tezza. Il nuovo ordinamento civile e militare, esponente 



di forza formidabile, e la nuova grandezza della Roma 
cristiana, grandezza conseguita. 

206 in line « saranno queste le basilari » — saranno le basilari. 
224 in fine « egli che » — poiché egli sapeva che. 

227 in fine « concludeva » — riteneva. 

233 quasi nel mezzo « in terra » — in terris. 

241 in fine «deprecata» — accennata, 
idid. in fine « due » — tue. 

256 verso la fine dopo i versi riportali devesi aggiungere: 

Né sommo ufficio, né ordini sacri 
guardò in sé. 

260 in principio « a quanto » ;— a quanto dice. 

273 nel mezzo « inde»!direzioni » — identificazioni. 



INDICE 


Pag. 

Prefazione. 5 

Il primato dell'Italia nelle scienze e nelle lettere mercè la ori¬ 
ginalità e la incomparabile eccellenza della Divina Com¬ 
media. 7 

Dante creatore e strenuissimo difensore della lingua italiana . 13 

Tutta la prima cantica della Divina Commedia fu composta in 

latino e poi rifalla in lingua italiana.17 

Dante Alighieri strenuo difensore della gloria d‘Italia ... 23 

Perchè Dante cereo in Germania il liberatore d’Italia .... 31 

Dante antesignano dell’unità d’Italia e dell’unità di governo e 

di dominio.35 

Il sistemo politico di Dante e il sistema politico del Duce Ma¬ 
gnifico della nuova Italia. Unità di comando, continuità di 
governo, direttiva di un Capo supremo.49 

La pace universale, strenuamente propugnata dall'Alighieri, 
forma il pensiero dominante del Duce Magnifico della nuova 
Italia.53 

Dante antesignano d’un arbitrato supremo per dirimere le con¬ 
troversie e mantenere la pace tra le nazioni.55 

l limiti della giurisdizione delle due guide della umanità, cioè 

dell’imperatore e del pontefice.59 

L’autorità imperiale e l'autorità filosofica nel sistema politico 

di Dante.63 

I Poeti nel sistema politico di Dante.71 

Come debbono essere i re secondo Dante.75 

L’ideo politica di Dante.79 

II Veltro.81 














— II — 

Pag. 

Le condizioni politiche dell’Italia ai tempi di Dante .... 93 

La Lupa .... 97 

Nel Duce Magnifico della nuova Italia possiamo individuare la 

figura allegorica del Veltro.109 

J Metclli al tempo di Dante.123 

I faccendieri e gli arruffoni al tempo di Dante.133 

Le istituzioni delle corporazioni esistenti ai tempi danteschi . 143 

Dante e il delitto politico.117 

L'urbanesimo avversalo da Dante.152 

Dante e gli usurai.157 

Dante e la terra di ltoniagna.163 

Perchè Virgilio, solennemente commemorato dal Governo Fa¬ 
scista. fu scelto da Dante |>er sua guida.171 

II settimo centenario del trafisso del Poverello d’Assisi, esal¬ 

tato da Dante, viene solennemente commemorato dal Go¬ 
verno Fascista.181 

Orazione di Dante sul Poverello d'Assisi.183 

La Croce bianca in campo rosso e l’Aquila esaltati dalI’Alì- 

ghieri. ... 187 

la Croce e L’Aquila, simboli esaltati dall'Alighieri, sono stati 
dati all Italia da Vittorio Kmanuele II e dal Duce Magni¬ 
fico della nuova Italia.193 

L’Aquila simbolo dell’impero romano . . 197 

Orazione di Dante sull’Aquila simbolo dell’impero romano . . 199 

Doma è città imperiale secondo Dante, la grandezza della ro¬ 
manità nel pensiero di Dante e nel pensiero del Duce Ma¬ 
gnifico della nuova Italia.203 

Dante propugnatore della restaurazione dell’impero romano . 209 

Le figure allegoriche del Veltro e del Dux nella Divina Com¬ 
media.213 

1 due Soiì. cioè l’imperatore e il pontefice necessari al consegui¬ 
mento della umana felicità, secondo il pensiero politico 
di Dante., . . . 217 

Dilucidazioni ai versi 115-118 del Canto XIX dell’Inferno . . 221 



















- Ili - 


Pag. 

Buina deve essere la sede dell'imperatore e ilei pontefice, se¬ 
condo Duole.227 

Con quale diritto il pontefice deve risiedere in Roma . . . 233 

Il potere temporale, spellante per divina disposizione airimpe- 
ralore romano, esercitalo dai papi è cagione di tutte le 
sciagure dell'Italia. ..231# 

ha unificazione dei due poteri, spirituale e temporale, rag¬ 
gili ala dui [mpi.245 

1 sacerdoti debbono mettere in pratica essi stessi le virtù che 

insegnano.247 

I pontefici condannati da Datile: Nicolò Ili, Bonifazio VUI, 

T,temente V. 11 biasimo per Giovanni XXII.251 

L'esclusione della tribù di Levi dal possesso di beni terreni . 261 

Doma sede dell’imperatore romano col diritto ad habitandum 
e ail possidcnduin, e del ponteiiee col solo diritto ad ha- 
bitanduni.263 

Le allusioni di Dante che non toccano (Celestino V, nè Boni¬ 
fazio Vili.265 

Mestino V non è colui che fece per villate il gran rifiuto . . 267 

Bonifazio Vili non è quegli che usurpa in terra il luogo mio . 279 

11 l>ux, Messo di Dio, vaticinato da Dante, identificalo ai nostri 
giorni nella personalils'i del Duce Magnifico della nuova 
Italia.299 

L'evoluzione storica del 20 settembre e la conciliazione del- 

1 Italia e del Vaticano sanzionati dalla sacra scrittura . . 307 

Il glorioso Pontefice della Conciliazione, Benedetto XV e Dante 311 

(Conclusione.315 

r.rrata-corrige .317